<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859</id><updated>2012-02-13T17:04:42.611+01:00</updated><category term='Turkmenistan'/><category term='Romania'/><category term='Armenia'/><category term='Montagna'/><category term='Turchia'/><category term='Messico'/><category term='Giornalismo'/><category term='Kirghizistan'/><category term='Dialogo'/><category term='Poesia'/><category term='Medio Oriente'/><category term='Slovacchia'/><category term='Norvegia'/><category term='Toscana'/><category term='Uzbekistan'/><category term='Patagonia'/><category term='Libri'/><category term='Tibet'/><category term='Asia centrale'/><category 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type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>212</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7172596823193971198</id><published>2012-02-06T09:08:00.002+01:00</published><updated>2012-02-06T09:12:13.092+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Egitto'/><title type='text'>Piazza Tahrir, il luogo della rivoluzione</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-Ki6qNPD42sw/Ty-LUJiySKI/AAAAAAAAAuw/aijI88yPEU8/s1600/Tahrir.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-Ki6qNPD42sw/Ty-LUJiySKI/AAAAAAAAAuw/aijI88yPEU8/s400/Tahrir.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5705932431177173154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Continua la transizione araba, alti e bassi, violenze e pacificazioni. Dall'esito della rivoluzione egiziana dipende il futuro del mondo arabo. &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-weight: bold; font-family:arial;"&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Davanti alla moschea Omar Makram, che dà su Midan Tahrir, Piazza Tahrir, proprio di fronte al Museo egizio, c’è un assembramento di gente vociante. Un uomo di statura modesta avanza tra la folla, scortato da una dozzina di ener-gumeni. È Amr Mussa, già presidente della Lega araba, ora candidato alla pre-sidenza del Nuovo Egitto. Come Mussa, tutti i candidati stanno cercando di intercettare il voto dei musulmani, dopo che le elezioni legislative hanno dato risultati sorprendenti: gli attesi Fratelli musulmani (partito islamico “modera-to”) hanno sfiorato il 40 per cento, mentre gli inattesi salafiti (radicali) s’avvicinano al 25. I liberali si sono fermati al 15. Non mancano le accuse di brogli e d’inganno perpetrato ai danni degli analfabeti, che in Egitto sarebbero la metà della popolazione. Sconfitta degli aneliti di libertà del popolo? &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;C’è sempre gente a Piazza Tahrir da quel 25 gennaio 2011 in cui una manife-stazione s’era d’improvviso radunata per protestare contro Mubarak e la man-canza di libertà. Come un vaso colmo che versa il suo contenuto tutt’attorno a sé. Certo, gli entusiasmi si sono raffreddati, dopo i gravi incidenti sotto della torre tv Maspero, il 9 ottobre scorso: 27 morti e centinaia di feriti. Ormai le proteste si concentrano sull’esercito, onnipresente nella società egiziana. &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Due o tre gruppi di giovani e meno giovani scoppiano in grida di protesta, sventolano bandiere e stendardi, qualche ritratto dei martiri di piazza Tahrir (si parla ormai di 800 morti e 5 mila feriti). Un venditore di magliette a tema rivoluzionario, parla un po’ d’italiano, non si preoccupa: qui ormai la protesta è normale. «Abbiamo imparato a parlare». A essere liberi? «Vedremo». &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In un angolo della piazza un palazzo è ingabbiato in strisce di plastica verde. Accanto, un muro di cubi di cemento d’un metro di diametro è stato eretto dalle autorità per evitare le infiltrazioni dei contestatori. Non tutti sanno che quel palazzo bruciato il 16 dicembre 2011 forse per caso o forse per dolo, ha mandato in un fumo il simbolo stesso del tentativo europeo di conciliare Islam e modernità: era l’Accademia scientifica d’Egitto, fondata da Napoleone nel 1798, ricca di 200 mila volumi di enorme valore scientifico, un pezzo della sto-ria del Paese.&lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sono andato alla ricerca della gente di Piazza Tahrir, quella della prima ora, quella che ha rischiato sulla propria pelle. E l’ho trovata. Ramy Boulos (26) è un copto cristiano, cattolico, ingegnere medico. Da qualche mese ha scelto di lasciare la professione per dedicarsi alla difesa dei diritti umani. Ora lavora per l’Egyptian Center for woman rights, per la difesa dei diritti delle donne. Lui a Piazza Tahrir c’era già il 25 gennaio. La vigilia aveva manifestato su Fa-cebook la sua frustrazione per lo stallo in cui versava la libertà all’egiziana. Poi il 25, consultando il suo smartphone, ha sentito dei primi incidenti. «Ho intui-to che qualcosa di grande stava succedendo, e mi sono precipitato sul posto». Non sa bene quali siano state le ragioni dello scoppio: «Credo che ad accomu-narci tutti fosse il desiderio di una vita migliore. Gli slogan chiedevano pace, libertà e giustizia sociale, la sintesi delle rivendicazioni». Non è chiaro nem-meno chi abbia iniziato: «Nessuno può dirlo. Ma so che ci guardavamo in mo-do diverso dal solito, più libero e più fiducioso». Social network? «Sono i no-stri strumenti di aggregazione e battaglia. Abbiamo cominciato a pubblicare video, interviste, paragonando le dichiarazioni dei capi dell’esercito e il loro effettivo comportamento».&lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ahmad el Bohy (30) è anche lui ingegnere, un libero professionista. È musul-mano sufi, ha due figli. Se Ramy s’era beccato sulla testa una pietra che l’aveva ferito non gravemente, Ahmad, anch’egli un rivoluzionario della prima ora, il 26 gennaio 2011 s’è beccato due delle famigerate pallottole di gomma tirate dai soldati egiziani sulla folla ad altezza d’uomo, provocando tra l’altro centi-naia di casi di cecità. Ahmad è stato colpito solo su braccio destro e la spalla sinistra. «In realtà noi manifestanti non volevamo attaccare la polizia e l’esercito, ma solo resistere. Così come loro non avrebbero voluto picchiarci, ma farci sgomberare. Non ci sono riusciti. E la folla ha manifestato non solo un grande coraggio, ma anche una intelligenza tattica che ha fatto infuriare le forze dell’ordine, che si sono viste derise dai nostri stratagemmi». Il futuro per Ahmad è chiaro: «Abbiamo pagato col sangue il nostro avvenire. In Egitto non lo si sparge di frequente e quando scorre trasmette una forza ancestrale. La libertà l’abbiamo sperimentata, ormai non la lasceremo più. Nemmeno a chi vuole imporre la tradizione islamica a tutta la popolazione».&lt;/span&gt;&lt;br style="font-family: georgia;"&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7172596823193971198?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7172596823193971198/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7172596823193971198' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7172596823193971198'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7172596823193971198'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2012/02/piazza-tahrir-il-luogo-della.html' title='Piazza Tahrir, il luogo della rivoluzione'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-Ki6qNPD42sw/Ty-LUJiySKI/AAAAAAAAAuw/aijI88yPEU8/s72-c/Tahrir.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3302759819258512535</id><published>2012-01-30T08:18:00.002+01:00</published><updated>2012-01-30T08:22:01.712+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Monte Siepi, i nobili e le vigne</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-cSUYKBqZWNQ/TyZFFBWKmtI/AAAAAAAAAuk/nXxb9eqkXy0/s1600/Monte%2BSiepi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-cSUYKBqZWNQ/TyZFFBWKmtI/AAAAAAAAAuk/nXxb9eqkXy0/s400/Monte%2BSiepi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703321930674379474" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:arial;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Accanto all'abbazia senza tetto, uno spazio misterioso e foriero di sorprese.&lt;/span&gt;&lt;br style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;L’esperienza di San Galgano, l’abbazia senza tetto, la chiesa gotica che vive d’erba e di cielo, non può essere dimenticata facilmente. Abita lo spirito senza imposizioni ma senza tentennamenti, come un’evidenza. Poco importa la sto-ria ambigua e ben poco santa del sito. Quel che conta ormai è la bellezza creata dallo straordinario patto tra terra, aria e pietra: ognuna debitrice e creditrice alle altre due del giusto equilibrio. A vegliare sul sito, dall’alto di un colle d’un centinaio di metri d’altezza, sta una piccola chiesa, stile romanico del XII seco-lo, una rotonda con annesso presbiterio. &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È qui che salgo lentamente, dopo la meditazione ai piedi dei muri di San Gal-gano, e dopo la comunione con la cultura e la natura del luogo che si sintetizza nella cucina del chiusdino. L’ascesa lungo un sentiero che costeggia una vigna ordinata e regolare, ingentilita dai roseti che segnano l’incipit del disegno dell’uomo che pettina la natura, è un avvicinamento al mistero del luogo, come scrive Franco Cardini: «Se poi, dagli imponenti ruderi, si sale alla “rotonda” di Monte Siepi, l’emozione e la perplessità crescono in proporzionale misura. L’enigmatica spada infitta nella roccia è un troppo forte richiamo simbolico, leggendario, staremmo per dire mitico e archetipico» . Sì, sotto la volta a cer-chi concentrici bianchi e rossi, sta una spada infita nella roccia, richiamo in-consueto per i luoghi al ciclo nordico di Re Artù. La storia è lunga, discussa e discutibile, Cardini cerca di “sistemarla” ma riuscendoci solo in parte. Ma a me non importa, qui si respira l’inquietante ed eccitante clima di antica leg-genda che riporta indietro alla Tavola rotonda, agli intrighi dei maghi e delle fantucchiere, alla straordinaria evocatività dei simboli della magia. &lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La porta della chiesa è sbarrata, dall’interno provengono i rumori e i suoni del-la liturgia, e della liturgia dei secoli andati. Anticaglie e cozzar di ferri, profumi d’incensi d’Oriente e salmodiare in latino. C’è aria di nobiltà, c’è mistero di sa-cralità. Tutto è sacro, qui a Monte Siepi, nulla è santo. La messa è finita, le porte si aprono e sciama un popolo di aristocratici, in crinoline e divisa, in mantelle e scarpe verniciate. Un po’ comico, come i nobiluomini dalle ampie mantelle rosse e blu che non esitano a mettersi in posa dinanzi alla spada nella roccia, e che rispondono con degnanza alle domande dei villici, come il sotto-scritto, che vengono ammessi nella riserva di simboli e segni della loro con-grega, delle loro confraternite. Ridicoli. Reliquie. Rampanti.&lt;/span&gt;&lt;br style="font-family: georgia;"&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3302759819258512535?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3302759819258512535/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3302759819258512535' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3302759819258512535'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3302759819258512535'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2012/01/monte-siepi-i-nobili-e-le-vigne.html' title='Monte Siepi, i nobili e le vigne'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-cSUYKBqZWNQ/TyZFFBWKmtI/AAAAAAAAAuk/nXxb9eqkXy0/s72-c/Monte%2BSiepi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3483958642486500222</id><published>2012-01-23T08:41:00.002+01:00</published><updated>2012-01-23T08:49:39.081+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bahrein'/><title type='text'>King Fahd Causeway</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-00TE7qz5kO4/Tx0RAN52xPI/AAAAAAAAAuY/VhxmRqSmGT4/s1600/King%2BFahd%2BCauseway.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-00TE7qz5kO4/Tx0RAN52xPI/AAAAAAAAAuY/VhxmRqSmGT4/s400/King%2BFahd%2BCauseway.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5700731398750913778" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:arial;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Verso la misteriosa Arabia attraverso una delle opere d'ingegneria più impressionanti della fine del XX secolo.&lt;/span&gt;&lt;br style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È elettrizzante, anche se un’incognita lo è solo relativamente, l’idea di “toccare con la mano” l’Arabia Saudita, uno dei mondi più misteriosi e potenzialmente esplosivi che esistano al mondo. Vorrei arrivare, lato Bahrein, fino alla frontie-ra saudita percorrendo la metà di una delle opere ingegneristiche più impres-sionanti al mondo: il King Fahd Causeway. Qualche dato può dare un’idea dell’importanza dell’infrastruttura: 26 chilometri nel mare con una serie di viadotti a schiena d’asino, 12430 metri. che congiungono diverse isolette, ul-timata nel 1986 e costata all’epoca 1,2 miliardi di dollari.&lt;/span&gt;&lt;br  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È una lingua d’asfalto quella che si percorre ad andatura sostenuta, occupata da un traffico diradato, costituito principalmente da grandi camion a rimor-chio che trasportano merci in Arabia Saudita o che tornano in patria dopo aver scaricato in Bahrein o Qatar la loro mercanzia. Si sale e si scende, perché i lunghi viadotti paiono voler imitare le gobbe dell’animale più amato del luogo, il cammello ovviamente, e il suo cugino dromedario. In una dozzina di chilo-metri si giunge ad un’isola caratterizzata da due funghi identici: due torri, una del Bahrein, l’altra saudita. In mezzo a loro la frontiera, intasata di truck. Il lungomare permette di osservare i ponti ondeggianti che si perdono nelle brume dell’umidità del Golfo Persico. Come un lunghissimo serpente di mare che s’è perduto nei fondali del mare. Dall’alto della torre, invece, è la maestosi-tà dell’opera che appare evidente e che certamente è un vero orgoglio per que-sti popoli. Nonostante la sporcizia dei vetri.&lt;/span&gt;&lt;br style="font-family: georgia;"&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3483958642486500222?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3483958642486500222/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3483958642486500222' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3483958642486500222'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3483958642486500222'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2012/01/king-fahd-causeway.html' title='King Fahd Causeway'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-00TE7qz5kO4/Tx0RAN52xPI/AAAAAAAAAuY/VhxmRqSmGT4/s72-c/King%2BFahd%2BCauseway.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7366577323031452962</id><published>2012-01-12T15:30:00.003+01:00</published><updated>2012-01-12T15:35:14.989+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Egitto'/><title type='text'>Moqattam, dagli chiffonier</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-x3gGUa0Kuow/Tw7vk0yuAuI/AAAAAAAAAuM/djEBRpMpMVI/s1600/Moqattam.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-x3gGUa0Kuow/Tw7vk0yuAuI/AAAAAAAAAuM/djEBRpMpMVI/s400/Moqattam.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5696753994595959522" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Nell'Egitto che vota, visita al quartiere dove l'immondizia diventa un mezzo di sopravvivenza.&lt;/span&gt;  &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi nel cuore del Cairo, sull’altro versante di una profonda ferita del suolo rispetto all’orgogliosa Cittadella, sorge un umilissimo quartiere – uno spazio, piuttosto, o un’ipotesi di convivenza – che da tempo ormai è nota anche al grande pubblico mediatico, per via dei santi contemporanei che qui hanno vissuto e vivono ancora, portando il loro servizio. Soeur Emmanuelle in testa. È questo il quartiere detto Moqattam, regno degli &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;chiffonnier&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, cioè di coloro che frugano nell’enorme attigua discarica cairota per trarne qualche piccolo o grande tesoro, in ogni caso una fonte di sostentamento, misero quanto si vuole ma pur sempre sostentamento. Per le famiglie del quartiere, che sono in massima parte cristiane, come testimoniano le sommarie luminarie natalizie che hanno voluto appendere nelle loro strade. Una storia che è un calvario: gli &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;zabbaleen&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; ne sono all’origine. Si tratta di una comunità religiosa della minoranza cristiana copta, che raccolgono la spazzatura del Cairo, da 80 anni in qua. &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;Zabbaleen&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; significa in arabo proprio “popolo della spazzatura”. Sparsi su sette diversi insediamenti della grande urbanità del Cairo, la popolazione &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;zabbaleen&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; è valutata sulle 70 mila unità. Il più grande insediamento è proprio Moqattam, ai piedi del montagne omonime, accanto a Manshiyat Naser, un insediamento abusivo musulmano. &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Gli &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;zabbaleen&lt;/i&gt; raccoglievano i rifiuti porta a porta ditero una piccola offerta. Poi riciclavano e riciclano tuttora fino all’80 per cento dei rifiuti raccolti. Erano famosi, gli &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;zabbaleen&lt;/i&gt;, perché giravano per la città su carretti tirati da asini, mentre oggi spesso girano con vecchi camioncini. Gli &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;zabbaleen&lt;/i&gt; costituiscono una comunità forte e affiatata, nonostante malattie, precarietà e promiscuità. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È indicibile la sporcizia del quartiere, anche se dicono fosse ben peggio qualche anno addietro. Non c’è cultura della pulizia, non può essercelo. Ma c’è una grande, profonda cultura dell’accoglienza tra questa gente. Una cultura ben più importante di quella dell’igiene pubblica. Chiedo la strada verso le chiese scavate nella montagna di cui ho sentito parlare. Lo chiedo a un uomo anziano vestito d’un caffetano che era bianco, secoli fa. S’apre in un sorriso sdentato, s’eleva sopra la miseria materiale per indicarmi con l’indice della mano destra sporca e raggrinzita una via in ascesa, una scalinata sbozzata e precaria. Ma non vuole lasciarmi andare, vuole sapere qualcosa, da dove vengo, vuole parlare, sentire la mia voce forestiera. Dirmi che Gesù è rinato. Raccontarmi in tre vocaboli che non capisco tutta la protologia e l’escatologia. Una lezione di vita e d’umanità. Umanesimo allo stato nascente, puro.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;I bambini sfrecciano, s’arrestano, fanno capriole, chiedono un bonbon, mi prendono per mano e m’accompagnano dove non importa. Basta essere assieme. Un’altra lezione di presente assoluto. Un uomo mi presenta la sua piccola infagottata, mi saluta anche se non l’ho mai visto e se non lo vedrò mai più. Vuol sapere il mio nome, e lo ripete tre, quattro, dieci volte. Mi nomina, mi crea, come Dio. Gratuitamente.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Sopra l’abitato i cristiani che non potevano costruire le loro chiese, hanno con l’astuzia del serpente e l’innocenza delle colombe scavato nella roccia i loro luoghi di culto. E più la popolazione del quartiere di Moqattam cresceva, più allargavano quelle caverne artificiali. Oggi ospitano migliaia di persone. Migliaia di maestri d’umanità. Che poi la miseria crei abomini, che la disperazione porti alla morte, che la malattia diventi endemica non sono certo cose di poco conto. Ma, come scriveva Tagore, è proprio negli immondezzai che crescono i fiori più belli.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7366577323031452962?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7366577323031452962/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7366577323031452962' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7366577323031452962'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7366577323031452962'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2012/01/moqattam-dagli-chiffonier.html' title='Moqattam, dagli chiffonier'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-x3gGUa0Kuow/Tw7vk0yuAuI/AAAAAAAAAuM/djEBRpMpMVI/s72-c/Moqattam.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-9195831175113726525</id><published>2011-12-19T15:41:00.002+01:00</published><updated>2011-12-19T15:46:43.659+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Repubblica ceca'/><title type='text'>Praga, il castello di Vaclav</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-VZmZC_DYIh4/Tu9OSbiAx8I/AAAAAAAAAuA/CAhAmUGG7zs/s1600/Praga%2BHrad.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-VZmZC_DYIh4/Tu9OSbiAx8I/AAAAAAAAAuA/CAhAmUGG7zs/s400/Praga%2BHrad.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5687850932927252418" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;h3&gt;&lt;a name="_Toc298308788"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="mso-bookmark:_Toc298308788"&gt;&lt;span style="font-weight:normal;mso-bidi-font-weight:boldfont-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight:normal;mso-bidi-font-weight:boldfont-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="Testolibro"&gt;E' morto Havel. Lo ricordo passeggiando nel "suo" Hrad.&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;La collina della “piccola Torre Eiffell”, la Rozhledna, la Torre dell’osservatorio, profuma di fiori di pesco e di biancospino e passiflora. La deambulazione pomeridiana pare un passeggiare paradisiaco, mentre i bimbi sgusciano tra le gambe, gli adolescenti in bicicletta tra gli adulti e gli innamorati cedono alla seduzione della primavera che illanguidisce. Al tavolino del caffè il boccale di birra brilla degli ultimi raggi confondendosi con l’oro riflesso della città che s’abbandona innamorata anch’essa e languida sulle rive della Moldava increspata d’oro liquido e aereo. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il tramonto verso il Castello s’apre senza fine, senza limiti alle gradazioni cromatiche, senza profondità immutabili, senza confine tra cielo e terra e acqua, senza spazi chiusi e senza spazi già visti. Un tramonto primaverile come raramente se ne vedono. Sul molo, nei pressi del Ponte Carlo, ad ammirare lo &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;show&lt;/i&gt; della Natura, non ci sono solo turisti pacchiani e firmati, ma pure indigeni un po’ tristi e un po’ trasandati. Lo spettacolo non è di quelli che si dimenticano facilmente, con le guglie della cattedrale che paiono evidenziare, nere, tutta la scala cromatica del cielo e che sembrano voler fare il solletico alla natura che ride e sorride.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Le due città. Non quella terrena e quella celeste, ma, molto più prosaicamente, quella dei turisti e quella degli indigeni. A Praga non è questione di luoghi, ma di tempi. Gli stessi luoghi sono occupati in orari diversi o in stagioni differenti da folle diverse, spesso opposte, per &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;vestimenta&lt;/i&gt;, &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;rudimenta&lt;/i&gt;, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;bastinenza&lt;/i&gt;. Mi piace capitarci all’alba, quando i turisti ancora dormono; alle due del pomeriggio, quando si ingozzano di &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;gulash&lt;/i&gt; e delizie; alla notte, quando sono nelle discoteche. E allora il museo a cielo aperto ritira i suoi cartelloni pubblicitari e si tramuta per incanto in scrigno di intrighi, banalità, letture, sputi, baci, preghiere… Quello che chiamiamo &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;habitat&lt;/i&gt;. Praha, non più Praga-Prague-Prag-Πραγη…&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Zlata Praha&lt;/i&gt;, Praga dorata, l’oro a Praga. Ce n’è ovunque, steso da una mano sulle facciate delle case, sulle inferriate, sulle fontane, persino sui gradini. Talvolta pare eccessivo, e allora abbaglia e schiaccia. Compie la sua funzione appieno solo quando è giusto, misurato, direi sapiente, così da illuminare una facciata, una fontana, una inferriata intera. Illumina quando non è, quando scompare. E così, come il bianco, dà colore. A Praga ci sono strade che paiono d’oro. A Praga ci sono anime che paiono d’oro.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-9195831175113726525?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/9195831175113726525/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=9195831175113726525' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/9195831175113726525'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/9195831175113726525'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/12/praga-il-castello-di-vaclav.html' title='Praga, il castello di Vaclav'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-VZmZC_DYIh4/Tu9OSbiAx8I/AAAAAAAAAuA/CAhAmUGG7zs/s72-c/Praga%2BHrad.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8747616968704692164</id><published>2011-12-12T18:19:00.002+01:00</published><updated>2011-12-12T18:23:59.874+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Grecia'/><title type='text'>Delfi, ascesa all'oracolo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-uz1KrYLXZbw/TuY4n2bHTPI/AAAAAAAAAt0/_tyRufxQ0x0/s1600/Delphi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; 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font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;Ci sarebbe da interrogarlo anche oggi per capire dove va la Grecia. Visita del 1998&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;h3&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-weight: normal;font-size:100%;" &gt;In piena estate, mentre la temperatura amoreggia coi quaranta gradi, quando tutto farei tranne che del turismo, ecco che l’auto mi porta quasi magicamente nel luogo dove vaticinava l’oracolo. Ma in tal luogo non ci tornerò un’altra volta… Sarebbe una profezia con poche speranze di verifica. E allora mi costringo a scendere dall’auto, ad acquistare il biglietto di entrata, a rifugiarmi nel nuovissimo museo che presenta il tesoro di Sifnos, bronzi e marmi di atleti e &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;kouros&lt;/i&gt;, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;ompholoi &lt;/i&gt;e sculture crisoelefantine, la Niké alata l’auriga e le metope del tesoro degli ateniesi. &lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;span style="font-family: georgia;font-size:100%;" &gt;  &lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma Delfi non è in quelle sale, di reperti ce ne sono anche più al British o al Louvre. Delfi è fuori, sotto il sole cocente, tra gli ulivi e le pietre rimosse. E allora, forza e coraggio, alla ricerca dell’oracolo, cominciando dal baso, dal santuario dedicato ad Atena pronaia, di cui restano soprattutto tre stupende colonne del colonnato esterno, attraverso le quali l’ascesa si mostra in tutta la sua impervia, ma soprattutto in tutta la sua benedizione. Sì, proprio benedizione, perché il cielo azzurro e l’argento degli ulivi indicano che l’ascesa è benedizione. E poi il tesoro e la &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;stoà&lt;/i&gt; degli ateniesi, il muro poligonale con le pietre interamente ricamate dalle scritture dei devoti che invocavano gli dèi attraverso la mediazione dell’oracolo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il Tempio di Apollo mi lascia esterrefatto: sei colonne come moncherini di culto levati al cielo e un mare di pietre divelte, ma con il risultato della rarefazione, della distillazione della preghiera, perché questo era in primo luogo un santuario per la preghiera, non per le offerte. Il teatro, immenso, con la scena che addirittura muore nel mare lontano, fa pensare ai versi immortali di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, condensato del pensare greco e anche della fede dell’epoca, in un connubio che mai risulterà più convincente, nemmeno in epoca cristiana: dal cielo al mare, il teatro è la rappresentazione dell’umanissimo bisogno di comunicare col divino passando per la mediazione della cultura. Non sempre ci si riesce.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Al culmine della salita mi aspettavo un tempio, un santuario, un romito al limite. Nulla di tutto ciò. Solo un’immenso stadio, con la sua entrata che fu a tre archi. Sudato come rare volte, affaticato dall’erta ascesa, attraversato dai mille stimoli di un luogo come questo, unico al mondo, mi chiedo dove sia il senso di questo stadio, bello quanto si vuole, perfetto nelle dimensioni e nell’orientamento. Mi sfugge il senso, e me ne dolgo, perché il quesito sull’oracolo permane senza risposta. Poi il fiato grosso e il cuore a centoventi pulsazioni al minuto aprono una breccia: certo, l’oracolo profetizzava e vaticinava, ponendosi come mediatore della divinità. Ma in questo sito aveva predisposto il primo oracolo, il primo vaticinio dell’uomo che anela a Dio: l’ascesa, la fatica del superare, gradino dopo gradino, l’umana tenzone che appanna la psiche, per giungere all’umana tenzone, figurata dalla corsa, che appanna il fisico. Per poi lasciarlo più forte di prima, forgiato dall’ascesa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8747616968704692164?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8747616968704692164/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8747616968704692164' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8747616968704692164'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8747616968704692164'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/12/delfi-ascesa-alloracolo.html' title='Delfi, ascesa all&apos;oracolo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-uz1KrYLXZbw/TuY4n2bHTPI/AAAAAAAAAt0/_tyRufxQ0x0/s72-c/Delphi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2234744353034270801</id><published>2011-12-06T12:21:00.002+01:00</published><updated>2011-12-06T12:25:47.114+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Sulmona, la semplice giustezza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-hzKh7r3kmyI/Tt37rkzS5jI/AAAAAAAAAto/R6LiaCFNfoU/s1600/Sulmona.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 259px; height: 194px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-hzKh7r3kmyI/Tt37rkzS5jI/AAAAAAAAAto/R6LiaCFNfoU/s400/Sulmona.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5682975030843205170" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="Testolibro"&gt;Una cittadina ai piedi della Maiella. Nulla di speciale, se non che è al posto giusto.&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Giustezza, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;à la française&lt;/i&gt;, cioè col significato che quello che c’è è proprio quel che deve esserci. Sulmona non ha pretese artistiche particolari, né aspirazioni economiche, né tantomeno politiche. Sulmona desidera essere quel che è, né più né meno. Vie e viuzze disegnate sapientemente da una mano anonima e collettiva nel corso dei secoli, nella valle Peligna, cinta da una cerchia di severe montagne. Si fregia di un monumento di grande valore, L’Annunciata, che risale al 1320 e che comprende la chiesa, purtroppo ricostruita nel XVIII secolo, e l’annesso palazzo, che invece resta quello originario del XV secolo, elegantee pulito, direi fresco, ricco di quella semplicità che non puòl lasciare indifferenti. Si deambula nelle piazze e nei vicoli, si coglie una battuta in stretto dialetto abruzzese, si cglie un cane vagante che pare essere a casa sua, si ammirano le anticaglie preziose d’una bottega, il tranquillo incedere d’un’anziana signora che pare aver preso su di sé guerre e terremoti, pestilenze e tutte le drammatiche vicende di questa valle. La Piazza del Comune non è altro che un allargamento di Corso Ovidio, impreziosita dalla Fontana del vecchio, che risale al 1474 rinascimentale. Un caffè, un po’ dell’ultimo sole estivo. E la giustezza si manifesta in tutta la sua pregnanza. A Sulmona non si deve cercare nulla, perché così facendo si riceve il tutto. Gratuitamente, come gratuitamente s’è cercato di percorrerla.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2234744353034270801?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2234744353034270801/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2234744353034270801' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2234744353034270801'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2234744353034270801'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/12/sulmona-la-semplice-giustezza.html' title='Sulmona, la semplice giustezza'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-hzKh7r3kmyI/Tt37rkzS5jI/AAAAAAAAAto/R6LiaCFNfoU/s72-c/Sulmona.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-6584544749954782083</id><published>2011-11-27T09:46:00.002+01:00</published><updated>2011-11-27T09:48:49.870+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tunisia'/><title type='text'>Ritorno a Tunisi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-mG33lsUcmwM/TtH5WihFbuI/AAAAAAAAAtc/we-nPnQFs7M/s1600/2011%2BTunisia%2B132.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 265px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-mG33lsUcmwM/TtH5WihFbuI/AAAAAAAAAtc/we-nPnQFs7M/s400/2011%2BTunisia%2B132.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5679594770708917986" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;È la terza volta che vengo a Tunisi, la prima nel dopo-Ben Ali, dopo quella “primavera araba” che tanta gente ormai preferisce chiamare “transizione araba”, se non addirittura “autunno arabo”. Oppure, per completare la revisione, “inverno arabo”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Nell’aereo per tre quarti vuoto incontro il vescovo mons. Lahham, che subito mi dice: «È stata e resta una primavera araba, bisogna crederci e bisogna andare avanti con fiducia e speranza». Categorico.Sullo stesso volo notturno, un imprenditore turistico non è per niente dello stesso avviso: «L’economia è in difficoltà, i Paesi europei non ci danno una mano, presi nella grave crisi finanziaria, e così la gente finisce con il cadere nelle braccia degli islamici, che assicurano certezze, quelle che ci mancano come economia e come ordine pubblico. Poco importa che siano religiose, sono pur sempre certezze». Interviene nella discussione una donna cinquantenne, fresca vedova di un modenese, lei tunisina con doppio passaporto: «Non riconosco più il mio Paese, qui ormai non si è più sicuri di nulla. Abito a due passi dalla villa di Ben Ali, e posso dire che non c’è più né sicurezza né libertà come prima. Le donne sono sempre più col velo, i giovani imam barbuti non hanno più rispetto per gli anziani e vogliono insegnar loro come pregare. Siamo alla follia!».&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Con le premesse del volo Roma-Tunisi mi accingo a trascorrere un sabato particolare. Avrei dovuto andare in Libia, ma il visto non è arrivato, e quindi mi ritrovo a trascorrere qui a Tunisi l’ultimo giorno dell’anno secondo il vecchio calendario arabo. LA città brulica di gente, i turisti sono quasi inesistenti, gli autoblindo controllano il centro città, ma la polizia in giro è molto rara. Effettivamente noto un bel po’ di foulard, di &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;hijab&lt;/i&gt; e persino qualche &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;burqa&lt;/i&gt;, in quantità decisamente maggiore rispetto al periodo della dittatura-soft di Ben Ali. I tradizionali capannelli di donne che passeggiano al centro sono sempre più misti, donne velate e donne a capo scoperto, nel rispetto delle rispettive scelte, ma anche segno di una progressiva divisione ideologica della società tunisina. Se non pare che vi siano grandi differenze rispetto al passato, le conversazioni tradiscono una forte tensione. Si parla all’infinito di “transizione”, anche alla radio e alla tv. Qui tutto pare in transizione, ormai, è quasi un ritornello.  &lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;I tassisti sono il miglior punto di osservazione della città, come sempre. Anche qui a Tunisi. Mi carica un ex-pescatore, ex-poliziotto, ex-operatore turistico ed ex-disoccupato. La sua Renault Clio è piena di strisci e di bozzi. Parliamo in francese, poi naturalmente viriamo all’italiano, lingua che possiede discretamente, nonostante non abbia mai visitato la Penisola: «Ho tre figli che studiano, debbo pure far vivere la famiglia! – mi spiega –. Quando l’economia va in crisi bisogna darsi da fare. Per questo ho dipinto la mia vecchia auto di giallo e mi sono messo a fare il tassista». Confessa senza particolare stati d’animo né tantomeno vergogne che ha votato per Hennada, il partito che ha vinto le elezioni per l’Assemblea costituente, e che si sta preparando a governare. Il partito che la stampa occidentale guarda con sospetto e che definisce «moderatamente islamico» e di cui si paventa un possibile irrigidimento verso un radicalismo sempre più integrista, con al riproposizione della &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;shari’a&lt;/i&gt;, la legge islamica. «Ma non è vero – precisa il tassista Ahmad –, perché Hennada è il solo partito di onesti, non legati al passato regime e assai sinceri nelle loro espressioni. Gli altri partiti sono tutti compromessi, questa è la verità». Come il mio tassista circa la metà della popolazione tunisina la pensa così. Dopo quarant’anni di dittatura che assicurava comunque l’ordine, il caos è visto come la peste. Meglio un deficit di libertà e di ricchezza che di tranquillità sociale.&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Effettivamente è un po’ schizofrenica la  Tunisia di questi tempi. Assapora insolite libertà – oggi, udite udite, persino i poliziotti fanno sciopero, restando tuttavia al loro posto ma portando un bracciale azzurro in segno di protesta –, ma in fondo non sa cosa farsene, come gestirla, come occupare il proprio tempo. Serve tempo per una democrazia di stile arabo, o meglio di una libertà di impronta araba. Non è detto che debba corrispondere alla nostra democrazia parlamentare. I &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;social network&lt;/i&gt; affascinano i giovani acculturati tunisini, li spronano a conquistare le loro libertà, ma nel contempo spaccano in due le famiglie, scavano fossati tra le generazioni, aprono nuove strade ma senza che vi siano i mezzi per percorrerle. In un caffè nel lungomare di La Goulette, al di là della laguna che bagna Tunisi, una giovane donna emancipata – sia nell’abbigliamento che nel vocabolario – mi confida il suo smarrimento, dopo essersi seduta al mio tavolino &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;sua sponte&lt;/i&gt;, e un po’ sfrontatamente: «Sono disoccupata ma non posso essere nostalgica dei tempi di Ben Ali. Non sopporto Hennada e le donne col velo, ma in qualche modo invidio le loro certezze. Non sono né carne né pesce, non so chi sono. Mi consolo sorbendo un caffè sulla spiaggia, e sperando di incontrare un uomo italiano che mi sposi e mi porti al di là del mare». &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-6584544749954782083?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/6584544749954782083/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=6584544749954782083' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6584544749954782083'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6584544749954782083'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/11/ritorno-tunisi.html' title='Ritorno a Tunisi'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-mG33lsUcmwM/TtH5WihFbuI/AAAAAAAAAtc/we-nPnQFs7M/s72-c/2011%2BTunisia%2B132.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1624454776298225929</id><published>2011-11-21T08:42:00.002+01:00</published><updated>2011-11-21T08:47:31.789+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Danimarca'/><title type='text'>Kronborg Slot, dove Amleto continua a dubitare</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-5MAIG7Z5EKE/TsoCB6Au8bI/AAAAAAAAAtQ/8UeLgLKSJ7w/s1600/Kronborg%2BSlot.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-5MAIG7Z5EKE/TsoCB6Au8bI/AAAAAAAAAtQ/8UeLgLKSJ7w/s400/Kronborg%2BSlot.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5677352512029389234" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Uno dei castelli più celebri della Danimarca, nella Selandia nord-occidentale. Una visita che consiglierei a tutti gli euroscettici.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Lascio Copenhagen che la nebbia avvolge ogni cosa, ingrigisce l’erba e taglia la testa alle torri. Il piatto Nord pare ancora più piatto, e la nostalgia del Sud assolato mi sfiora anche solo per qualche istante. Il tempo d’imboccare l’autostrada e di puntare decisamente verso settentrione, per scoprire i castelli che rendono celebre e misteriosa la Danimarca. Una trentina di chilometri e la brezza del mare pare modellare cose e case con la sua salsedine e, in fondo, con il tepore della sua temperatura. Di che fare dubitare gli stereotipi del Paese nordico che trema di freddo e vegeta sotto la neve. &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;M’avvicino al luogo dove l’immenso Shakespeare osò ambientare il suo capolavoro, quell’Amleto che, volenti o nolenti, è diventato l’eroe, l’antesignano, il simbolo dell’uomo che dubita, del pensiero che s’attorciglia su sé stesso alla ricerca d’una soluzione. Nella sua irriducibile solitudine, nella sua universale vicinanza agli uomini e alle donne di ogni tempo, ma ancor più, forse, alle folle smarrite d’oggidì.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Al castello di Kronborg probabilmente William il poeta non vi mise mai piede. Ma tale era la sua fama, già all’epoca, che gli piacque ambientare in questa terra, al limitar del Freddo Mare, la vicenda del re vikingo, Amleto appunto, secondo quanto racconta la &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Historia&lt;/i&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt; Danica&lt;/i&gt; di Saxo Grammaticus, omicidio e vendetta, sangue e sentimenti, per immortalare l’umana predisposizione alla complicazione delle cose e alla costruzione di castelli non di pietra ma di carta, di pensieri vani, di mortalissime considerazioni. Certo, il mistero da queste parti pare proprio a suo agio, s’avviluppa attorno alle torri del castello, si nasconde nei mille anfratti creati negli interstizi delle mura e nei circuiti delle stanze segrete. Così come si cela nelle diverse trincee riempite d’acqua che proteggono il maniero e che arrivano fino al mare in una mortale fusione che nei fatti non ha mai luogo. Persino i cigni paiono evitare di mostrarsi alteri della loro fredda bellezza, per nascondere il grazioso capo e l’affusolato collo nell’acqua scura, nera, dei fossati, accentuando in tal modo la misteriosa angoscia che alberga da queste parti. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Un pallido sole riesce tuttavia a forare la coltre di nubi per ridare un po’ di colore alla pietra umida del castello, e delle casematte che l’attorniano, luoghi che oggi albergano artisti e artigiani, ma che una volta ospitavano le milizie poste a difesa del maniero, luoghi di fedeltà ed eroismo, ma guarda caso anche di tradimenti e vigliaccherie. La storia, però, ha la sua parte, quella vera, non quella della finzione letteraria: costruito per volere di Erik di Pomerania all’inizio del XV secolo, fu rimaneggiato da Federico II e da Cristiano IV e usato dalla famiglia reale danese con un certo timore, sì proprio così. Prefericano il vicino Fredriksborg Slot, più solare e pacifico. Come a dire che il dubbio alberga tuttora in queste stanze, come prende dimora ovunque il potere e l’interesse configgente si fanno strada nel cuore degli uomini, così come il vento e il passo umano si fanno strada nelle strette torri delle scalinate del castello, trovando in ogi gradino di pietra un ostacolo o un nuov slancio. Perché il dubbio si nutre di sé stesso e del suo costante salir di tono, di cambiar passo per trovare nuove sfide. O per precipitare nel baratro oscuro d’una scala a chiocciola scura e tetra, priva d’ogni plausibile riferimento alla realtà.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1624454776298225929?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1624454776298225929/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1624454776298225929' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1624454776298225929'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1624454776298225929'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/11/kronborg-slot-dove-amleto-continua.html' title='Kronborg Slot, dove Amleto continua a dubitare'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-5MAIG7Z5EKE/TsoCB6Au8bI/AAAAAAAAAtQ/8UeLgLKSJ7w/s72-c/Kronborg%2BSlot.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3328197249900714069</id><published>2011-11-15T10:56:00.003+01:00</published><updated>2011-11-15T11:00:13.627+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Danimarca'/><title type='text'>Copenhagen, la città dove non si corre</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-XKN01ziuegw/TsI4AoWGoWI/AAAAAAAAAtE/BRu1FxHvaJ8/s1600/Copenhagen.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-XKN01ziuegw/TsI4AoWGoWI/AAAAAAAAAtE/BRu1FxHvaJ8/s400/Copenhagen.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5675160063921529186" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:shapedefaults ext="edit" spidmax="1026"&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:shapelayout ext="edit"&gt;   &lt;o:idmap ext="edit" data="1"&gt;  &lt;/o:shapelayout&gt;&lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style=" font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Un weekend nella capitale danese ripone fiducia nel valore catartico del tempo. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="Testolibro"&gt;Sarà che siamo di sabato, ma la città di Copenhagen pare proprio prendersela comoda. Siamo nell’industrioso Nord europeo, ma qui – a parte le ciminiere che al di là dell’Inderhaven fumano un po’ sonnacchiose, la mattina fredda ma assolata pare ospitare solo qualche raro deambulante: una mamma in bicicletta che trasporta nel carrellino anteriore il suo bebè che se la spassa come un mondo; una coppia avanti negli anni che passeggia nel parco del Rosenborg Slot come se stesse misurando la lunghezza del percorso verso il paradiso (o l’inferno, o più probabilmente il limbo degli agnostici); un giovane gay col suo minuscolo bulldog che cerca invano un caffè aperto; i patiti dello jogging del sabato mattina che sfrecciano magrissimi e atletici sulle mura ricoperte d’erba del Kastellet; le guardie intabarrate di pelo che fanno la guardia all’Amaliensborg Slot. E così via, gente che ama il mattino, che ama la luce, che ama la chiarità del sole che fatica comunque a salire sull’orizzonte, restando come trattenuto al suolo da un invisibile filo di nylon. Questa è Copenhagen. Anche.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Nella capitale danese colpiscono gli &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;slot&lt;/i&gt;, cioè i castelli, e i parchi, in questa stagione dipinti dei colori brillanti ma caduchi dell’autunno declinante. Castelli per modo di dire, perché sono palazzi più o meno originali – da favola il Rosenborg, il più antico, immerso nel verde di un ampio parco curatissimo –, che testimoniano ovviamente più il potere che l’arte; ma che ormai, vista la loro natura obsoleta, servono da libro di storia e di politica, più che da luogi ove si amministra la cosa pubblica. Piace osservarli al sole, ammirarne l’armonia e la purezza delle forme, anche l’ingenuità di talune soluzioni architettoniche. E i parchi, da non tralasciare, perché è lì che la luce si fa limpida e chiara, visto che nei lunghi mesi autunnali e invernali in tante e tante strade i raggi solari riescono solo a spennellare i piani alti, che per questo qui a Copenhagen sono i piani nobili. Paiono perciò dei luoghi paradisiaci, i grandi parchi della città, dove si respira purezza e spensieratezza, dove la ragione della luce supera quella della tenebra, dove giocare coi bambini non è un optional ma un vero momento di gioia, dove giocare a rimpiattino con le ombre lunghe degli alberi diventa una semplice ovvietà.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Ma la luce si trova anche sulla sommità dei campanili, delle torri, delle antenne. Stupenda è la Rundetaarn, che ha una sua lunga storia, sin da quando Cristiano IV ne iniziò la costruzione, nel 1642. Ci si avvita sette volte e mezzo (209 metri di lunghezza) per salire i 35 metri della torre rotonda, inerpicandosi per la lunga rampa in mattoni posati di taglio. Un unico gradino che permetteva anche ai cavalli di salire in cima, trascinando le carrozze dei nobili, fino all’impennata finale, un centinaio di gradini appena, lignei e inerpicati come su una vetta di montagna. Dall’alto, dalla terrazza circolare che racchiude un osservatorio ancora in funzione, la città di Copenhagen appare nella sua frammentazione di bei palazzi antichi e gradevoli moderni &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;building&lt;/i&gt; di vetro,di torri rivestite alla sommità di rame verde e di ciminiere pulite e discrete. In basso la gente cammina lenta, un fiume sonnacchioso di formiche ordinate.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;E poi, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;last but not least&lt;/i&gt;, c’è la luce dei canali, sempre divisi in due dalla linea di demarcazione fra la luce e l’ombra, belli e colorati come il Nyhavn, che brulica di gente di ogni età in attesa di un caffè, d’un traghetto, d’un amore. La luce nei canali gode dei riflessi che si stampano sulle retine dei viandanti così come sulle facciate delle case che s’affacciano sull’acqua. La luce dei canali, appunto, canalizza la potenza della vitale energia atmosferica nella mediazione con l’abitato, opera d’artista e d’artigiano per un bene comune estetico. Le barche ormeggiate in città paiono incongrue presenze finché l’ubriacatura della luce non porta all’ebbrezza dell’ombra, in cui il principio di realtà lascia il posto al principio di creazione, visto che solo nell’ombra e nella penombra si può immaginare qualcosa d’altro rispetto alla realtà. O una realtà meno cruda e più vivibile.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Copenhagen è vivibile. E bene. Come dimostra la Sirenetta, come suggerisce il Rådhus, come gridano i bambini al parco Tivoli.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3328197249900714069?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3328197249900714069/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3328197249900714069' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3328197249900714069'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3328197249900714069'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/11/copenhagen-la-citta-dove-non-si-corre.html' title='Copenhagen, la città dove non si corre'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-XKN01ziuegw/TsI4AoWGoWI/AAAAAAAAAtE/BRu1FxHvaJ8/s72-c/Copenhagen.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-366124746378301299</id><published>2011-11-10T08:51:00.002+01:00</published><updated>2011-11-10T08:56:47.001+01:00</updated><title type='text'>Bangkok, l'infinito oro</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-HQJpOa-1CpQ/TruDonwWKAI/AAAAAAAAAs4/2kDaw4qPOmk/s1600/Bangkok.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-HQJpOa-1CpQ/TruDonwWKAI/AAAAAAAAAs4/2kDaw4qPOmk/s400/Bangkok.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5673272889493039106" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;h3  style="font-weight: bold; font-family: arial;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;Continuano le micidiali inondazioni nella capitale thailandese. Viaggio nella sua bellezza, del 2008.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;h3&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style=" font-weight: normal;font-family:georgia;" &gt;16 miloni di abitanti la città ce li ha tutti, come dimostra con la sua sola evidenza l’espansione dell’abitato: solo da un decennio o poco più s’è deciso di costruire quei grattacieli che ormai costituiscono le cattedrali del XXI secolo, steli tutte simili e tutte diverse erette al dio-consumo. Anche Bangkok sta cedendo alla moda, o piuttosto alla necessità dell’urbanistica da boom. Eppure ha conservato il pudore e l’intelligenza di farlo con moderazione, senza danneggiare il cuore antico della città che s’estende attorno alle mura del Palazzo imperiale, il Ko Ratanakosin, impareggiabile gioiello dell’arte thai, orgoglio nazionale e vetrina di un intero popolo stretto attorno al suo amatissimo monarca, Rama IX.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per apprezzare la grandezza e l’intelligenza di Bangkok e dei suoi abitanti, m’avvicino al centro storico con circospezione, a bordo del battello pubblico da tre &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;bath &lt;/i&gt;(neanche dieci centesimi di euro), che percorre da Sud a Nord, dal ponte Chao Taksin, la grande ansa del fiume Chao Phraya, che racchiude come nel palmo di una mano i tesori più preziosi della tradizione thai. Così mi accorgo, senza traumi estetici particolari, che qui a Bangkok la foresta di steli esiste da secoli, prima che gli architetti di fine millennio inventassero gli &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;skyscreaper&lt;/i&gt;. Se questi ultimi sono dettati dalla contrazione dello spazio, quelli erano invece frutto dell’esigenza di contrarre il tempo, non per grattare il cielo, ma per blandirlo con le umane, umanissime richieste della gente comune, del popolo di Bangkok e della regione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Le acque del Chao Phraya sono sempre mosse, quasi agitate, e il battello ondeggia fortemente, nonostante la sua mole non sia da moscone. Nella visione nautica, anche le steli ondeggiano vistosamente e sembrano voler aritmicamente farsi presenti ai voleri divini, con insistenza. Gli &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;stupa&lt;/i&gt;, o &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;chedi&lt;/i&gt;, questo il primigenio nome degli antenati dei “gratta-cielo”, sono in realtà dei “blandisci-cielo”; stanno eretti con la sapienza delle antiche storie e con la giovinezza dell’eterna rinascita. Che brillino d’oro o rilucano di maioliche floreali, che siano più o meno elevati, più o meno affusolati, in ogni caso raccontano un intero popolo e invitano alla gioiosa tensione verso il cielo degli avi, del mistero, del Buddha eterno. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ecco il tempio di marmo, il Wat Benchamabophit, situato ai bordi del centro della città: da qui parte la mia perlustrazione dei templi più importanti di Bangkok, perché questo è il solo tempio aperto inuna mattinata di festa buddhista. Una scelta obbligata ma in fondo assai propedeutica, per cominciare da un luogo non affollato, direi protetto, in cui poter iniziare ad apprezzare le forme architettoniche della tradizione thai con calma, senza distrazioni. E allora apprezzo l’inclinazione perfettamente calcolata dei tetti, il loro concatenarsi nel reciproco rispetto, le piccole tegole smaltate di rosso e di verde, qualcuna di bianco, le decorazioni dorate onnipresenti e quella specie di rostri votivi che paiono spade sguainate, braccia levate al cielo, strane creature mezze umane e mezze animali dal collo sconfinato proteso verso l’alto. Il tempio, illuminato come da un bacio divino, è immerso in un ampio parco assai curato, diviso in due da un rigagnolo superato da cinque o sei ponti di metallo rosso, con un effetto cromatico superlativo. Gli alberi secolari sono numerosi e vengono onorati e venerati, direi vezzeggiati, viste le corone di fiori, i piccoli Buddha di pochi centimetri d’altezza che la gente depone nelle sue cavità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Seconda tappa, la cosiddetta “Montagna dorata”, cioè il Wat Saket. C’è già più gente, la folla dei fedeli si fa nutrita e vociante. Silenziosa. Si sale per una settantina di metri di altezza, per una scalinata circolare dai gradini lunghi e irregolari, fino a raggiungere una terrazza sulla quale s’erge un luminosissimo &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;chedi &lt;/i&gt;dorato, che dicono racchiuda le ceneri del Buddha, oggetto della venerazione di buddhisti tradizionali ma anche dei seguaci di alcune sette poco ortodosse. Dall’alto la città di Bankok appare una distesa informe avvolta da una massa oleosa che provoca un certo disgusto. Ma tale pastoia informe qua e là lascia trasparire la punta di uno &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;stupa&lt;/i&gt;, i tetti di un tempio, le belle armonie dell’architettura templare. E così anche la Bangkok più banalmente consumista acquista una sua dignità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Con un risciò a motore mi reco quindi a What Pho, il tempio che sta appena a ridosso del palazzo imperiale, il più antico e il più prestigioso della capitale. Qui il cambiamento di scena è impressionante, con una profuzione di strumenti votivi impressionante, volti a onorare l’immenso Buddha sdraiato che giace pacifico e sereno, accettando tutte le preghiere e tutte le fotografie che decine di migliaia di persone ogni giorno gli tributano. E tutt’attrono una vera foresta di &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;stupa&lt;/i&gt;, in massima parte maiolicati, ma talvolta dorati o candidi, a segnare un concerto di forme e di suoni, di pensieri e di propositi che solo la divinità può dirimere, giudicare, valutare se non altro. Una scuola di massaggi thai, la migliore in asoluto, è ospitata nel tempio, a testimonianza della bellezza d’ogni traccia di umano che lascia trasparire il divino.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ancora non oso entrare nel Palazzo reale, meglio attraversare di nuovo i fiume, e immergermi nel Wat Arun, in quello che appare un tempio dimesso ma che, all’avvicinarsi, appare uno degli assoluti capolavori dell’architettura templare della regione indocinese. Non è curato come altri, tirato a lucido, ma ciò sembra conferirgli una forza, una generosità e un’umanità che tanti altri templi non paiono aver conservato. La cosmologia indù-buddhista qui trova il suo massimo splendore attorno alla torre centrale, il &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;prang&lt;/i&gt;, coi suoi livelli e le sue regole, le sue cosmogonie. I rivestimenti qui non sono dorati, ma rilucono delle mille e mille tessere di maiolica che arricchiscono le superfici del tempio della materialità rilucente della città.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Wat Phra Kaeo, il Tempio del Buddha di smeraldo conservato nel &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;bot&lt;/i&gt;, che doveva superare in bellezza e grandezza i complessi templari di Ayutthaya e di Sukhothai. Finalmente le sue porte si aprono al pubblico. E allora è l’apoteosi della bellezza e della giustezza delle proporzioni, della perfezione delle decorazioni musive e di quelle invece murali, della disposizione urbanistica dei diversi templi e della esatta collocazione per catturare ogni minimo raggio di luce che s’avventura al di sopra del Palazzo reale. Il tempio reale appare la quintessenza della religiosità thai, e nel contempo il modello irraggiungibile e irraggiunto della perfezione architettonica. Forse altri templi in passato, in Indocina, hanno trovato la loro canonizzazione, cioè il loro canone; ma nessuno come questo, ancor oggi nel 2007, risulta così perfettamente riuscito da attirare solo un bisogno di silenzio. Assoluto, protetto dai demoni all’entrata dei templi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-366124746378301299?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/366124746378301299/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=366124746378301299' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/366124746378301299'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/366124746378301299'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/11/bangkok-linfinito-oro.html' title='Bangkok, l&apos;infinito oro'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-HQJpOa-1CpQ/TruDonwWKAI/AAAAAAAAAs4/2kDaw4qPOmk/s72-c/Bangkok.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2923993690974049669</id><published>2011-11-03T09:04:00.002+01:00</published><updated>2011-11-03T09:07:25.382+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Cinqueterre, toccare il mare con un dito</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-WIa_Q2BQJIo/TrJLsoww6-I/AAAAAAAAAsk/h8CV_CfVwEo/s1600/Cinqueterre.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 267px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-WIa_Q2BQJIo/TrJLsoww6-I/AAAAAAAAAsk/h8CV_CfVwEo/s400/Cinqueterre.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5670678111041154018" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;    &lt;p style="font-family: arial; font-weight: bold;" class="Testolibro"&gt;Omaggio a una terra che soffre. Note scritte nell'agosto 2011.&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Toccare il mare con un dito e tuffarsi nel cielo disegnando curve e controcurve. Uan sottile scriscia di mare, un’ampia distesa di cielo. Confini sfumati. Insenature come cura, pendii come promesse, vegetazione come manto di clorofilla. La brezza disegna sollievo come un dondolio di onde. Gli abitati pariono ciuffi di convivenza e convivialità. I carrugi prolungano i tinelli domestici. La fontanella accanto alla chiesetta dispensa acqua e spirito. Una coppia mi offre un bicchierino di ciacchetà, e sincerità amorevole. Scale interminabili come protezione e come liberazione. Santuari, lassù, sul rilievo, delle cose e delle anime. Tormenti appacificati di sudore. Il pesce: anche la tenerezza è saporita d’erbe mediterranee. Cinque terre, cinque dita, cinque sensi. Da lì a là, non di più. La qualità è limitata.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2923993690974049669?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2923993690974049669/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2923993690974049669' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2923993690974049669'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2923993690974049669'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/11/cinqueterre-toccare-il-mare-con-un-dito.html' title='Cinqueterre, toccare il mare con un dito'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-WIa_Q2BQJIo/TrJLsoww6-I/AAAAAAAAAsk/h8CV_CfVwEo/s72-c/Cinqueterre.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1485909488640995873</id><published>2011-10-24T16:53:00.004+02:00</published><updated>2011-10-24T16:59:43.867+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Perù'/><title type='text'>Ollantaytambo, il trionfo inca</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-kKUSawfaSBU/TqV8sfB6O-I/AAAAAAAAAsY/E1nNaq1-DgA/s1600/Ollantaytambo.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 265px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-kKUSawfaSBU/TqV8sfB6O-I/AAAAAAAAAsY/E1nNaq1-DgA/s400/Ollantaytambo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5667072809801235426" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt; 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line-height: normal; font-weight: bold; font-family: arial;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nella Valle Sacra inca, che si estende più o meno tra Cuzco e Ollantaytambo, in Perù, lo scenario naturale ha del maestoso e del misterioso.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sul fondo valle scorre il fiume sacro inca, il río Urubamba, più avanti chiamato invece Vilcanota, in uno spazio sostanzialmente assai angusto, cioè circa un chilometro, con pareti che s’innalzano per mille, duemila metri, spesso e volentieri interrotti nella loro monotonia scarsa di vegetazione, verso i giganti andini del Pitusiray e La Verónica, montagne da venerare, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;apus&lt;/i&gt;. Qui la storia ha parlato, e non poco. Furono gli ayamarca ad abitare il sito prima degli inca. Furono sconfitti dall’imperatore Pachacútec solamente verso la metà del XV secolo, dopo un’acerrima resistenza capitanata da eroi quali Paucar Ancho e Tokori Tupa. Lo sfruttamento del sito iniziò subito dopo, con opere grandiose, quali il raddrizzamento del río Urubamba per tre chilometri, la costruzione di un efficientissimo sistema di irrigazione, la costruzione di enormi granai, l’edificazione di un enorme ponte sul fiume che resistette cinque secoli, prima di essere sostituito da una struttura metallica che però poggia sull’unico, antico pilastro inca. Gli spagnoli tentarono di occupare Ollantaytambo già con Francisco Pizarro, ma il leader inca Manco Inca resistette a lungo, grazie anche a due enormi muri difensivi ancor oggi visibili. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;Ollantaytambo è certamente un luogo particolare sotto il profilo storico, più di tutti gli altri centri che punteggiano la valle: Pisac, Urubamba, Calca... Qui gli inca hanno vissuto, ma raccogliendo l’eredità di civiltà millenarie, appunto, pre-incaiche, in particolare gli ayamarca. L’abitato attuale, più che in qualsiasi altro centro della regione, e forse dell’intero continente latino-americano, è rimasto simile a quello del XV secolo, o forse ancora prima. Anche perché, soprattutto nella valle di Yucay che parte dalla città, abitano popolazioni ancora considerate di purezza etnica incaica. Come si dice, da sette generazioni. Le basi murarie sono tipicamente incaiche; ma spesso anche la parte superiore delle abitazioni, di fango &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;adobe&lt;/i&gt; e coi tetti di paglia, probabilmente è assai conforme agli standard dell’epoca. Entrando in una di queste abitazioni – tutte circondate da alti muri, a proteggerne l’intimità e la sicurezza, in isolati chiamati &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;canchas&lt;/i&gt; – si riconoscono gli spazi per la cucina, quelli per la notte, quelli ancora per la convivialità, sotto la protezione di lama mummificati, dei teschi degli antenati, di simboli e raffigurazioni della religiosità tradizionale…&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;L’ordito della città è regolare e particolarmente riconoscibile. È gradevolissimo abbandonarsi alla deambulazione senza meta, scoprire angoli sempre nuovi, alzando lo sguardo ad ammirare le tre valli – Valle Sacra, Yucay e Tambo – che si aprono al confluire della città, per poi abbassarlo sull’acciottolato regolare ma faticoso per la nostra deambulazione abituata all’asfalto e all’assenza di asperità. Due bimbette con in testa un vaso di petunie fucsia, vogliono assolutamente farsi fotografare per strapparmi una moneta. Cedo, e nei loro occhi leggo non solo la gioia di avermi fregato ma, soprattutto, l’orgoglio di un popolo indomito, che gli spagnoli credevano di avere sottomesso. Fieri forse non come gli aymara, ma quasi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;Sulla montagna a Oriente, si riconoscono i Qolqas, una sorta di vecchi granai, delle fortificazioni e dei condomini – sì, dei condomini, con abitazioni a due piani. Ma è a Occidente che l’incanto diventa realtà. È il luogo della cosiddetta “fortezza”, che nei fatti era un luogo complesso, come sempre accade per gli insediamenti inca di grande portata e dimensione: Francisco Pizarro la definì «così ben fortificata da essere terrificante». Grandi terrazze fortificate salgono verso l’irraggiungibile santuario, talvolta curvilinee, per seguire mimeticamente le variazioni orografiche. Nella cinta muraria sono ospitati anche edifici amministrativi e abitativi, oltre a vari luoghi di culto. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;L’ascesa alla fortezza è lenta, deve essere lenta, ma in fondo assai gradevole, nel clima secco di queste parti, che al sole può diventare anche impietoso. Le scale sono state indiscutibilmente una specializzazione degli inca: tutto nei loro insediamenti in fondo ha forma di scala, proprio tutto. Si sale accompagnati da lunghe e larghe terrazze che probabilmente erano coltivate, fino a un gradino più alto degli altri, su cui era sistemato il tempio. A questo livello i muri diventano spettacolari nella loro precisione assoluta d’incastro: le pietre, alcune enormi, di tonnellate e tonnellate di peso, erano state trasportate in questo sito dalla montagna di fronte, in cui ancora si riconosce la cava d’estrazione. Sia dal nostro lato della valle che dall’altro, sono visibili delle ampie rampe che sicuramente erano servite per trasportare le pietre, a costo certamente di una quantità impressionante di vite umane. Ma erano altri tempi, il valore della vita umana non era quello attuale (per certi versi). Sulle enormi pietre del tempio certamente erano state scolpite dei bassorilievi raffiguranti forme animali, simboli religiosi o astronomici. Ma gli spagnoli, a quanto sembra, non sono andati per il sottile nel cercare di convertire le masse alla cattolicità.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;La città era stata circondata da Manco Inca, per resistere ai &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;conquistador&lt;/i&gt;, con mura fornite di torri e merli, mentre nelle lunghe pareti erano ricavate nicchie o finestre dalla caratteristica forma a trapezio, mai rettangolari, chissà perché. Ciò conferisce all’insieme delle rovine un’inconfondibile aura di esoticità e un marchio inconfondibile. È difficile riuscire a svelare il segreto delle varie funzioni degli edifici: gli esperti ancora si arrampicano sugli specchi al riguardo. Solo sotto la fortezza, a livello dell’attuale città, certamente degli edifici erano dedicati al culto e all’uso dell’acqua, e altri erano invece centri amministrativi. Si riconoscono pure degli edifici costruiti dagli spagnoli, con assai minor perizia costruttiva! &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:Times;font-size:12.0pt;"&gt;Ed è deambulando nel fantastico sito di Ollantaytambo che mi trovo a rifiutare di giudicare la civiltà inca, come qualsiasi altra civiltà. Serve rispetto, serve attenzione, serve un lungo periodo di studio e approfondimento per riuscire a esprimere un qualsiasi giudizio al riguardo. Meno male.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1485909488640995873?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1485909488640995873/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1485909488640995873' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1485909488640995873'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1485909488640995873'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/10/ollantaytambo-il-trionfo-inca.html' title='Ollantaytambo, il trionfo inca'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-kKUSawfaSBU/TqV8sfB6O-I/AAAAAAAAAsY/E1nNaq1-DgA/s72-c/Ollantaytambo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8975189726850723274</id><published>2011-10-12T11:27:00.001+02:00</published><updated>2011-10-12T11:29:29.936+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Ravenna a portata di sguardo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-L30nnNPku7U/TpVd86-GWhI/AAAAAAAAAsM/pZ_1rkR3Iag/s1600/Ravenna.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-L30nnNPku7U/TpVd86-GWhI/AAAAAAAAAsM/pZ_1rkR3Iag/s400/Ravenna.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5662535407691520530" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: arial; font-weight: bold;"&gt;Una mattinata a Ravenna è come un sogno nella luce. Non tanto e non solo quella esterna – che pure in questo settembre di sole non è da poco –, quanto quella che emana dai mosaici ravennati.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;La città è carina, opulenta, cordiale, ma somma architetture spesso infelici del periodo fascista e post-fascista, a gioielli del periodo bizantino, quando qualche decennio la vide trasformarsi addirittura in capitale imperiale, seppur di un impero in disfacimento. Roma migrò in questo sito perché era facilmente difendibile, soprattutto per via del delta del Po e di quelle paludi – le valli – che le proteggevano le spalle, col mare dinanzi. Per qualche decennio, tra il 493 e il 568, funzionò, sotto Teodorico e Belisario, prima dell’invasione longobarda. Poi le distruzioni, o forse piuttosto l’abbandono e le inondazioni periodiche, in qualche modo ne preservarono i gioielli. &lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Perché di gioielli si tratta, indiscutibilmente. Tutti interiori, ché l’esterno è tutto in laterizi, gradevoli ma in fondo monotoni. È l’interno che si accende, che ci accende, che li accende (i cuori e le anime). Un incanto che, ad esempio, annichilisce nel progressivo adeguamento degli occhi all’oscurità del Mausoleo di Galla Placidia: è la prima volta che vi penetro, ma l’immediata e poi la mediata sensazione è di conoscere tassello per tassello l’intera superficie musiva del piccolo paradiso terrestre, per averne serbato memoria nel cervello: decorazioni, figure umane, vegetali, animali, colombe e riquadri, spirali e volti. Troppo belle queste immagini per non averle registrate definitivamente nella memoria liquida – ma ben più solida di quella del calcolator elettronico – del cervello umano. La copertina di un libro, il fregio di un biglietto nuziale, il &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;frame&lt;/i&gt; nascosto di un film di Tarkovski, un’illustrazione nel sussidiario di terza elementare…&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Si accende Sant’Apollinare nuovo, con la fantasmagoria delle Vergini e degli Angeli preceduti dai Magi verso la Madonna con Bambino, con città e basiliche fissate e idealizzate nei mosaici, come se le due schiere volessero accompagnare l’illusione di una terrestre possanza che s’annuncia caduca e cadente. Come l’impero. Una storia vera: tra il 493 e il 496 Teodorico la fece costruire per gli ariani, etale rimase fino al 560, quando divenne luogo di culto latino. Il bel campanile circolare data al IX-X secolo, invece. &lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Si accende pure nel minuscolo e infossato Battistero degli ariani, con una enorme pietra fessurata al suolo e una cupoletta a mosaico coevo d’incantevole precisione: rappresenta il battesimo di Cristo e gli apostoli. E poi il terzo scrigno, il Battistero neoniano, del V secolo, insuperabile nella sua semplicità: rappresenta il battesimo di Cristo, apostoli e troni cruciferi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Ogni dettaglio architettonico della città non può che impallidire dinanzi a tanta bellezza. Non potrebbe essere altrimenti. Le vie di Ravenna sanno tale verità e vivono quindi di umiltà – sulla propria natura – e di fierezza – per ospitare la natura dei gioielli bizantini. E sta proprio qui la grandezza della città romagnola. &lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Mosaici ravennati. Difficile non rimanere abbagliati, nel cuore. Un impero in disfacimento ha qui concentrato le ultime energie creative, già indicando la direzione dell’Oriente, l’apertura, il confronto e il dialogo tra le culture, più che la lotta tra di esse. I risultati paiono straordinari, addirittura decisivi. Non per l’oro che brilla, ma per quello che fa brillare gli altri colori e le forme tutte. Questa non solo è arte, ma concentrato di storia e geografia e tradizione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;"&gt;Sant’Apollinare in Classe: basilica cimiteriale del 549, con un mosaico absidale da togliere il fiato, con un Buon pastore e le sue pecore che incanta di bucolica atmosfera che sfiora la teologia paradisiaca. Classe, con la maiuscola, è il paesello che sta alle spalle della chiesa, il porto sull’Adriatico. Ma è anche la “classe”, con la minuscola, quella che rende grandi la bellezza creata dall’umana perizia. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8975189726850723274?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8975189726850723274/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8975189726850723274' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8975189726850723274'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8975189726850723274'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/10/ravenna-portata-di-sguardo.html' title='Ravenna a portata di sguardo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-L30nnNPku7U/TpVd86-GWhI/AAAAAAAAAsM/pZ_1rkR3Iag/s72-c/Ravenna.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3926033646688560484</id><published>2011-10-03T16:44:00.003+02:00</published><updated>2011-10-03T16:50:33.786+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Isla del Sol, il mare di luce</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-tlMIIqTOJro/TonLb7dP4UI/AAAAAAAAAsE/KOPhpoKlG5E/s1600/Isla%2Bdel%2BSol.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-tlMIIqTOJro/TonLb7dP4UI/AAAAAAAAAsE/KOPhpoKlG5E/s400/Isla%2Bdel%2BSol.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5659278087445012802" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: georgia;font-size:100%;" &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-weight: bold; font-family: georgia;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Viaggio in Bolivia/10 e fine - Lascio le bellezze del Paese andino in un'isola che verrebbe voglia di includere nelle sette meraviglie del mondo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ci sono momenti che si oserebbe definire perfetti. Come questo, nel piccolo borgo di Copacabana (il &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;copyright&lt;/i&gt; del nome è locale, non carioca!), sulla terrazza di un albergo che si affaccia sul lago Titicaca all’ora del tramonto, mentre dalla spiaggia provengono i rumori della festa dei peruviani che sono venuti qui a far benedire le loro auto dalla madonna indigena dei boliviani e degli aymara, la Virgen de Copacabana dalla pelle scura. Sono appena tornato da un’escursione all’Isla del Sol, che dista circa un’ora di barca da questo porticciolo. Il benessere è totale, salvo un certo affaticamento dello sguardo: un’ubriacatura di luce.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;È sì, qui siamo a 3800 metri sul livello del mare, il respiro è faticoso e ogni movimento deve essere calcolato e non si può lasciarsi andare: l’eccesso qui va lasciato solo alla luce, che ne è gelosa. Che rende il mare – &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;pardon&lt;/i&gt;, il lago! – un abisso di blu e il cielo un tetto d’azzurro. Che dà rilievo a ogni dettaglio, che universalizza il panorama, che trasforma l’ordinario in straordinario. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L’Isla del Sol è la più grande del più alto lago navigabile del mondo, per estensione secondo solo al Mar Caspio. È nota per essere un luogo sacro per gli inca: ha dato il nome all’intero lago, essendo chiamata nella storia Titi Khar’ka, cioè “roccia del puma”. Il luogo veniva considerato dalle popolazioni pre-incaiche come luogo della nascita di diverse divinità, Sole compreso. Qui fecero la loro apparizione terrestre Manco Capac e sua sorella e sposa Mama Ocllo, i prima inca. Qui aymara e quechua condividono le leggende fondative, e solo qui. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Arrivo dopo un’ora di traversata movimentata: il pilota – un uomo sulla trentina dai denti d’oro, che oggi s’è portato dietro due splendidi marmocchi – mi spiega che a fine luglio e inizio agosto, cioè in pieno inverno, qui capitano giornate così: apparentemente il vento non spira, ma le acque del lago si mettono in movimento come scosse da un fremito interno, che sale dagli abissi per volere della Pacha Mama, della Madre Natura, l’armonia universale degli aymara. Ma tutto quanto si spalanca intorno a noi ha del fantastico: le Ande e la Cordillera Real; le isole e isolette che si materializzano dinanzi al natante; i radi boschi di eucalipto; le nuvole che muovono un poco il cielo sempre terso; la spuma delle onde. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Dopo il superamento di uno stretto che pare troppo angusto anche per una piroga, ben presto giungiamo al porticciolo di Pilko Kaina, nell’Isla del Sol. Ed è un universo che si apre, il mondo inca assieme a quello pre-incaico, il passato e il presente totalmente aymara. Un primo complesso di rovine dà l’idea di quel che può offrire l’isola: il Palacio del inca, presumibilmente fatto costruire dall’imperatore Tupac-Yupanqui ha le finestre e le porte rastremate, dai davanzali e dalle soglie verso gli architravi. Ma non c’è solo il retaggio incaico: nella lunga passeggiata tra Pilko Kaina e Yumani, per un inimmaginabile sentiero in costa, una terrazza sul lago e sulla cordigliera, incontriamo lama e asini, alpaca e pecore accompagnati dai loro pastori, sempre riservati, sempre gentili, talvolta refrattari alla fotografia d’uopo. Un mondo che ora s’apre al turismo, e chissà come andrà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;A Yumani si torna in qualche modo alla civiltà, anche se la presenza aymara è così forte che pare difficile che un popolo che ha resistito agli inca si faccia abbindolare dal dio denaro. È qui che scendiamo i 200 e passa gradini di una scalinata chiamata Escalera del inca, che a metà percorso porta a delle fonti perenni che stupiscono in un luogo come questo: sono la Fuente del inca, che viene suddivisa in tre canali di pietra che fiancheggiano la scalinata, di rara perfezione, curata e percorribile agevolmente. La sorgente irriga un meraviglioso giardino a terrazze, ricco di piante e fiori. Per gli inca i tre canali di pietra erano la rappresentazione fisica del loro motto: Ama sua, Ama lulla, Ama khella, cioè non rubare, non mentire, non essere pigro. Nella luce del pomeriggio ancora abbagliante non posso non guardare a questo popolo aymara mescolato al popolo dei turisti, così riconoscibili e così degni. E m’appare chiaro come l’identità di un popolo sia una questione di luce, più che di essere. La luce della divinità e quella dell’umanità che si fondono. Abbagliando.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non mi resta che aspettare la barchetta che ci riporta a Copacabana. Il sole cala dietro le nostre spalle, la luce si canalizza, si materializza, si colora. Come un amore maturo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3926033646688560484?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3926033646688560484/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3926033646688560484' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3926033646688560484'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3926033646688560484'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/10/isla-del-sol-il-mare-di-luce.html' title='Isla del Sol, il mare di luce'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-tlMIIqTOJro/TonLb7dP4UI/AAAAAAAAAsE/KOPhpoKlG5E/s72-c/Isla%2Bdel%2BSol.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5857559306948724431</id><published>2011-09-19T16:18:00.003+02:00</published><updated>2011-09-19T16:26:24.058+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Copacabana, la benedizione e l’osservatorio</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-YEztNnFFuiM/TndRC5cxxcI/AAAAAAAAAr8/ztdTW2mU0EY/s1600/Copacabana.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-YEztNnFFuiM/TndRC5cxxcI/AAAAAAAAAr8/ztdTW2mU0EY/s400/Copacabana.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5654076967410058690" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;h3 style="font-family: arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Viaggio in Bolivia/9 - Sul Lago Titicaca, dove il cielo si fonde coll'acqua, infuocandosi&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;È una perla del lago Titicaca, Copacabana. Per la sua posizione geografica, soprattutto. Costruita tra due incantevoli insenature, è custodita e protetta da due collinette rotondette ma impervie – a 3800 metri la più piccola salita è una montagna –: il Cerro Calvario, promontorio sul lago, e il Cerro Kopacafe, che dà verso la frontiera peruviana. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;C’è aria di festa da queste parti, come sempre accade, o quasi, a motivo della Madonna: la Virgen de Candelaria (o de Copacabana), scolpita da Francisco Yupanqui, nipote dell’imperatore inca Tupac Tupanqui. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;È&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; custodita in una cappella chiamata Camar&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;í&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;n de la Virgen de Candelaria, e non è mai stata spostata, perché secondo una tradizionale profezia il suo allontanamento farebbe straripare il lago Titiaca. In questo periodo i peruviani aymara scendono da queste parti per far benedire le loro auto e i loro camion nuovi, decorati con ghirlande di carta e di fiori, facendoli aspergere dall’acqua benedetta dei francescani, e aspergendole essi stessi con quell’altra acqua benedetta, o piuttosto sacra, che risponde al nome di alcol. S’è creata una confusione notevole, anche perché la chiesa sta proprio di fronte al mercato domenicale. E i pur volenterosi poliziotti sembrano aggiungere confusione a confusione. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;Una nota a parte merita la “cappella delle candele”, uno stretto e oscuro locale affumicato, attiguo alla chiesa, dove i boliviani offrono le loro candele alla Virgen, ceri di ogni grandezza e colore. Ma non soddisfatti dall’offerta votiva, sciolgono la cera per poi tracciare sui muri le loro domande a disegni, i loro desideri, una casa, un’auto, una guarigione, un matrimonio… Nell’oscurità della cappella ricchi e poveri sono tutti uguali, piccoli e grandi, aymara, quechua, bianchi e meticci.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;Ma Copacabana è anche altro. Seguendo un cammino che dalla chiesa s’indirizza verso Sud, verso la collina di Cerro Kopacafe, si giunge a un sito chiamato Horca del Inca, l’osservatorio dell’inca, un misterioso luogo pre-incaico e incaico che conserva una sorta di porta, cioè due blocchi di pietra uniti da una traversina perpendicolare anch’essa di pietra che, secondo la tradizione, nel giorno del solstizio del 21 giugno, Capodanno aymara, viene completamente illuminata dai raggi del sole, all’alba, filtrando attraverso altre pietre forate o disposte in un modo che pare voluto. Al sito si giunge percorrendo un cammino che richiede una buona mezz’ora di marcia, che toglie il respiro e che lascia interdetti per l’alternanza tra lunghi lastroni di pietra levigata e scalini ora incisi nella roccia, ora costruiti con pietre di riporto. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;Il vento soffia, mi porta via il cappello a larghe falde appena acquistato al mercato. Ma nel contempo sembra conservare il mistero e il sacro, l’armonia universale e il contrasto tra gli elementi della natura. E ci si lascia inebriare dalla luce e dal vento, dal fiato mozzato e dalla pace del cuore. Pronti a ridiscendere a valle, sul lungolago e sulla spiaggia, dove si beve e ci si gode il sole, si mangia e si espongono le auto appena benedette. La festa da queste parti pare una condizione di vita, assieme alla fatica.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5857559306948724431?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5857559306948724431/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5857559306948724431' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5857559306948724431'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5857559306948724431'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/09/copacabana-la-benedizione-e.html' title='Copacabana, la benedizione e l’osservatorio'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-YEztNnFFuiM/TndRC5cxxcI/AAAAAAAAAr8/ztdTW2mU0EY/s72-c/Copacabana.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2170055434831702905</id><published>2011-09-15T10:46:00.003+02:00</published><updated>2011-09-15T10:52:40.811+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>La Paz, la città che non ha vie piane</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-M7AszQZIoBY/TnG8vkLXNhI/AAAAAAAAAr0/cNd7xlSjnX8/s1600/La%2BPaz.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-M7AszQZIoBY/TnG8vkLXNhI/AAAAAAAAAr0/cNd7xlSjnX8/s400/La%2BPaz.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5652506532677891602" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;h3&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Bolivia/8 Una città straordinaria, assolutamente unica. Dove si vive in altezza, lentamente&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Pazza città, La Paz, anche se il suo nome non viene certo da “pazzia” ma da Nostra Se&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ñ&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ora de la Paz, la Madonna più venerata del posto. Pazza lo è, perché non si costruisce una metropoli in tali sfavorevoli condizioni di altezza e di clima, per giunta tutta in salita, o discesa, tra i 3300 metri della Zona Sur e i 4000 metri di El Alto. Pazza perché lungo le sue direttrici presenta un’incredibile varietà di tipologie di abitazione, dalla baracca al grattacielo, dalla chiesa &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;colonial&lt;/i&gt; ai palazzi del potere di stile indefinito, dai musei graziosi e ben fatti a quelli che non dicono nulla. La Paz vive di commistioni tra etnie diverse che qui convivono con una certa serenità – anche se, sopra di essa, sull’altopiano, s’è creata negli ultimi 30 anni una’altra metropoli, El Alto appunto, che conta quasi un milione di abitanti, al 90 per cento di etnia aymara, la gente del lago –, nonostante la evidente differenza di razza. Si vedono ricchi professionisti d’origine india e vecchi dalla pelle bianca quasi alla miseria. Così va il mondo, anche a La Paz.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Girellare per la città non è comunque esercizio da poco: in primo luogo perché l’altitudine obbliga a una deambulazione lenta, ponderata, regolare; secondo, perché qui a La Paz non esiste una “cultura” dei marciapiedi, che immancabilmente sono stretti, sconnessi e pericolosamente esposti al traffico caotico della città; che per giunta, ed ecco la terza difficoltà, è composto da auto, pullman e pullmini che non hanno certo passato il bollino blu; infine, quarto motivo per una deambulazione complessa, c’è la mancanza di numerazione razionale nelle strade della città. Non ci sono indicazioni precise, e così quasi sempre bisogna arrangiarsi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E tuttavia La Paz prende il cuore, mostra la vivacità che viene dalla diversità, evidenzia la reale democrazia del Paese pur nella sua giovinezza e, in fondo, nella sua precarietà istituzionale. Nel corso del mio breve soggiorno, tre giorni appena, assisto in effetti a tre manifestazioni, modeste nel numero – più o meno duecento persone – ma rumorose e decise, al cuore delle quali si trovano donne aymara con i loro cappellini a bombetta in bilico sulla testa, la loro mole cospicua, le loro voce improvvisamente potente (qui si parla sempre piano, quasi sottovoce). E tutto ciò a due passi dal Parlamento, dove si muove la fauna umana tipica del potere, dei portaborse, delle segretarie dai tailleur attillati e scollati, appena un po’. Nei mercati che invadono gran parte della città, soprattutto nel centro, la propensione femminile al commercio s’evidenzia in tutta la sua forza: un venditore su tre è maschio, le altre due sono signore e signorine di tutte le età molto impegnate nella loro missione commerciale, assolutamente iscritta nel loro Dna.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E poi a La Paz ogni via scoscesa (cioè tutte) ha delle presenze misteriose, a cominciare dalla sagoma impressionante dell’Illimani, la mitica montagna che supera i seimila metri, e presente ovunque come una protezione e una minaccia. C’è poi lo sfondo delle pareti del canyon “foderate” di casette in mattoni senza intonaco, o di baracche, o invece di abitazioni più dignitose in alcuni quartieri più residenziali: gradini abitativi senza fine. Ed è misterioso pure l’equilibrio delle sue diverse presenze umane, dei colori della pelle, delle fogge vestimentarie. A La Paz la banalità della piana non esisterà mai. Tutto deve essere più difficile, ma anche più appassionante. Non è antica, La Paz. Come Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; e Lima, è stata fondata dagli spagnoli per i loro commerci, in particolare quello dell’argento che, estratto dal Cerro Rico di Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;, finiva nei galeoni ormeggiati nel porto di Lima: La Paz era il principale luogo di transito di tanta ricca mercanzia. E poi si diceva che il Rio Choqueyapu, che costituisce la spina dorsale della città, fosse ricco d’oro, ma non era vero. Ma il capitano Mendoza, che la fondò nel 1548, non se ne diede a male e ne diventò il primo sindaco: seppe tenere assieme la popolazione spagnola, quasi esclusivamente maschile, e quella indigena, dando ben presto origine a una città molto meticcia. E turbolenta, visto che ha ospitato dopo l’indipendenza del 1825 quasi duecento governi!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non c’è molto da vedere di artistico a La Paz: una cattedrale neoclassica, una chiesa di san Francesco in buono stile coloniale e mestizo, qualche museo – interessante e insolito quello sulla coca; ricco e intrigante quello sull’etnologia e il folklore; imperdibile e ben assortito quello di archeologia, con buoni reperti dalla città pre-incaica di Tiwanaku –, soprattutto immensi mercati, talvolta turistici, talaltra invece “autentici”. Non c’è molto da vedere, è vero, ma La Paz ti conquista con la sua vitalità economica e culturale, con la sua anima una e molteplice, che sembra lasciar spazio a chiunque, in una democrazia partecipativa che pare ancorarsi lontano nel tempo, molto lontano.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2170055434831702905?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2170055434831702905/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2170055434831702905' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2170055434831702905'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2170055434831702905'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/09/la-paz-la-citta-che-non-ha-vie-piane.html' title='La Paz, la città che non ha vie piane'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-M7AszQZIoBY/TnG8vkLXNhI/AAAAAAAAAr0/cNd7xlSjnX8/s72-c/La%2BPaz.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7125548613786463017</id><published>2011-09-07T08:25:00.004+02:00</published><updated>2011-09-07T08:32:16.632+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Ascoli Piceno, la notte e il giorno, la bellezza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-ArcO_vvYrGs/TmcPG_kutNI/AAAAAAAAArs/Fw2K3hKAVGY/s1600/Ascoli%2BPiceno.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-ArcO_vvYrGs/TmcPG_kutNI/AAAAAAAAArs/Fw2K3hKAVGY/s400/Ascoli%2BPiceno.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5649500870378697938" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;h3&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;a style="font-family: arial;" name="_Toc298309033"&gt;Breve toccata e fuga in una città che è come un salotto, in cui si sorbisce l'Anisetta e si ammirano le pietre antiche.&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="mso-bookmark:_Toc298309033"&gt;&lt;span style="font-weight:normal;mso-bidi-font-weight:boldfont-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight:normal; mso-bidi-font-weight:boldfont-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;I salotti pubblici, quelli autentici, si valutano la notte e all’alba. Una questione di luce. Ad Ascoli l’oscurità addormenta un un festival di marmi e pietre e stemmi e colonne. Il bell'imbusto che deambula al braccio della sua donna proprio di fronte al mio punto d'osservazione mi sembri provi addirittura momenti d’imbarazzo nel volgere lo sguardo alla bellezza dell’amata, al suo profilo giusto, alle sue labbra disegnate da Fidia e unte di brillìo, alla fronte che ricorda la perfezione della geometria, allo sguardo che investiga le intenzioni dell’amato. E ritrova quelle labbra, quella fronte, quegli sguardi sulle scanalature del marmo, sulla lucentezza delle pavimentazioni delle piazze, sui cornicioni delle dimore signorili. C’è quasi un velo di gelosia nel trio: lui, lei, la città.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il desco pacifica le vampe del fresco e dell’oscurità sotto volte ornate del candore appassionato della &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;patronne&lt;/i&gt;, che gode della serenità degli avventori e della messa in moto delle loro papille, sollecitate dalle ricette della nonna, della terra e della fantasia. E così la follia di Nietzsche rivive come genialità, il &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;Petit traité des grande vertus&lt;/i&gt; del Comte-Sponville diventa il &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Petit traité des grandes beautés&lt;/i&gt;. Si vorrebbe dilatare il rempo e ridurre lo spazio alla fusione.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;L’Ascoli Piceno dell’operosa normalità l’ho solo immaginata tra un tramonto e un’alba. L’ho vista popolata di eteree fate e di svelti cavalieri. Nulla di più reale di un sogno ad occhi aperti. Grazie a Dio.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7125548613786463017?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7125548613786463017/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7125548613786463017' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7125548613786463017'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7125548613786463017'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/09/ascoli-piceno-la-notte-e-il-giorno-la.html' title='Ascoli Piceno, la notte e il giorno, la bellezza'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-ArcO_vvYrGs/TmcPG_kutNI/AAAAAAAAArs/Fw2K3hKAVGY/s72-c/Ascoli%2BPiceno.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2930177012431367118</id><published>2011-08-29T12:22:00.003+02:00</published><updated>2011-08-29T12:28:29.902+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Cogne, scalino al Paradiso</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-fexs0_doaF8/TltprJPZiaI/AAAAAAAAArk/JpyB6RMi_Wc/s1600/cogne.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 364px; height: 274px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-fexs0_doaF8/TltprJPZiaI/AAAAAAAAArk/JpyB6RMi_Wc/s400/cogne.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5646222747774847394" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  class="TESTOARTICOLO" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;A 30 chilometri da Aosta, nella valle che porta al Gran Paradiso. Per cambiare opinione su un luogo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="TESTOARTICOLO"&gt;Dicono, i depliant turistici, che sia una scala al Paradiso, anzi al Gran Paradiso. Una scala composta da un solo gradino, e per giunta colorato di verde. Un prato. Io invece avevo un solo ricordo di Cogne, e per giunta libresco: un luogo tetro, da minatori, incassato tra le montagne, con un abitato poco invitante per essere stato costruito con pietra locale, poco ci manca che fosse del colore del carbone. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="TESTOARTICOLO"&gt;Finalmente mi si presenta l’occasione di visitare la valle di Cogne: dopo un’estate secca e bollente, senza una goccia d’acqua, oggi le cataratte del cielo si sono aperte e vengono giù, come dicono i vicini savoiardi, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;les cordes&lt;/i&gt;. Rischio di confermare la mia ipotesi, non quella della pro loco. Se non fosse per la mia ospite – inesausta e molto di più, moglie attenta e madre di tre stupendi rampolli, oltre che deliziosa scrittrice – penso che avrei girato i tacchi molto volentieri. Una tisana al tiglio nelle tenebre d’una terrazza di bar inondata dalla pioggia, una passeggiata alle cascate dove i tre marmocchi amano bagnarsi, qualche (suo) apprezzamento urbanistico (pertinente), conversazioni semplici ed elevate nel contempo, un incidente al piccolo Giacomo, con annesso rischio di una gita fuori programma al pronto soccorso di Aosta..&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="TESTOARTICOLO"&gt;E d’improvviso Cogne si tinge di tonalità meno funeree. Finché, visitando lo scalino verde, per la graziosa – cioè piena di grazia – presenza dei miei ospiti, il sole appare, i ghiacciai si svestono del loro manto di nebbia, l’erba s’asciuga del suo acquitrino meterologico, il cielo si dipinge d’azzurro. E la valle di Cogne mi si svela col suo dover essere, quasi come la descrivono i depliant. La notte è flagellata dal vento e dalle ondate di pioggia. Sono gli occhi che viaggiano. Talvolta quelli degli altri. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="TESTOARTICOLO"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2930177012431367118?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2930177012431367118/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2930177012431367118' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2930177012431367118'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2930177012431367118'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/08/cogne-scalino-al-paradiso.html' title='Cogne, scalino al Paradiso'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-fexs0_doaF8/TltprJPZiaI/AAAAAAAAArk/JpyB6RMi_Wc/s72-c/cogne.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1589748387256908856</id><published>2011-08-13T18:04:00.003+02:00</published><updated>2011-08-13T18:10:02.005+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Potosí, l’argento</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-y54ktDlb-eY/TkahwbrgnjI/AAAAAAAAArc/qQjq9FCoq1E/s1600/Potosi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-y54ktDlb-eY/TkahwbrgnjI/AAAAAAAAArc/qQjq9FCoq1E/s400/Potosi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5640373436764167730" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;h3 style="font-family: arial; font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Viaggio in Bolivia/7 - 4100 metri per una città che ha vissuto d'argento, e che ora cerca un suo spazio nel Paese sudamericano.&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L’arrivo a Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í è spettacolare. Dopo aver percorso una decina di chilometri sull’ultimo altipiano che porta da Sucre alla città più alta del mondo (4070 metri per 150 mila abitanti), accompagnati dalla linea ferroviaria che collega le due città (7 ore di viaggio, tre volte a settimana) e che nell’ultimo tratto scorre parallela alla carreggiata asfaltata, d’improvviso appare il Cerro Grande, la montagna conica che sovrasta l’abitato, e poco dopo in basso si scorge una città del color della polvere, disordinata nella sua urbanizzazione, rutilante di gente e mezzi vari, colorata di mille follie cromatiche. Il traffico è caotico, ma come sempre si trova una soluzione anche per i più intricati ingorghi.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í conserva nel suo cuore – a valle la città commerciale, a monte quella dei minatori – un centro coloniale assolutamente fantastico, unico nel suo genere, conservatosi quasi intatto nei secoli. Al catasto si contano circa 5 mila edifici che datano alla dominazione spagnola, quindi tra il XVI e il XIX secolo, più o meno ben conservati, più o meno restaurati. Ma belli, coloniali, e per di più abitati, vissuti anche oggi, il che conferisce all’abitato un sentore di autenticità. I balconi chiusi di legno, naturale o colorato, sorprendono il passante con la loro grazia, e le mille storie di vicinato raccontate, anzi sussurrate e mai gridate. I portoni spesso e volentieri appaiono secolari, di legno con enormi borchie, trucchi estetici e di sicurezza. La città è convenzionalmente divisa in &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;quadra&lt;/i&gt;, come tutte le città spagnole, ma senza quella regolarità che spesso le rende stucchevoli: ogni via ha qualcosa d’irregolare. Così ci si ritrova d’improvviso in piazzette deliziose, quasi miniature urbanistiche, mai regolari, adattate nei secoli alle esigenze delle singole abitazioni. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tutti camminano a ritmo lento, l’altezza conta anche per chi ci è abituato, sotto lo guardo onnipresente del Cerro Grande, “montagna d’argento” che a lungo fu la principale fonte di sostentamento dell’impero spagnolo: si calcola che ne siano state estratte milioni e milioni di tonnellate di argento, a costo (piccolo dettaglio) di alcuni milioni di morti (le stime variano dai 2 agli 8). Le donne quechua, e qualcuna aymara, vendono come sempre accade in Bolivia un po’ di tutto, in un disordine-ordinato che comincio a conoscere e apprezzare. La luce è accecante, pura e limpida, il cielo grida d’azzurro e l’abitato sussurra i più vari colori: qui la fede è profonda e l’apporto umano sempre sottovoce. Il paesaggio è “rovinato” dai cavi elettrici e telefonici che sono stati tesi ad ogni altezza nell’abitato, creando conformazioni e intrecci assolutamente fantastici. Qua e là sorgono architetture moderne (quasi mai terminate) che gridano vendetta agli occhi degli dei di ogni religione: che ci fa un cubo blu, un cono rosso o un’ala gialla in un abitato antico come &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í? &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Oggi Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í conta 15 mila minatori, che lavorano sostanzialmente alle stesse condizioni del XVI secolo. Abitano i sobborghi, hanno orari sfiancanti, muoiono presto, prima dei 50 anni, minati dalla silicosi, dall’alcol e forse anche dall’abuso di coca. Non si può pensare a &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í senza tener in conto questa umanità sfruttata, ancor oggi, senza capire che essi ne sono stati la ragione iniziale e forse anche attuale, nonostante le vene di minerale puro siano in fase di esaurimento. Anche se i minatori di una volta cercavano di far divenire tali anche i propri figli, sempre numerosi perché erano fonti di guadagno, mentre oggi l’ambizione dei &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;mineros&lt;/i&gt; abituati alla televisione è quella di lavorare per trovare un futuro diverso ai propri figli. Lavoratori che sono quasi tutti di origine indigena, ovviamente, ma che in qualche modo hanno trovato una conciliazione nei secoli con i conquistatori. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family: georgia;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Visito uno dei tanti conventi della città, quello di San Francesco. Incontro un religioso da 40 anni quassù, padre Felice, viene da Viareggio: «È una città incantevole &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Potos&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;í – mi confessa –, e non saprei più vivere altrove. La gente è amica, calorosa, è ricca di risorse umane». E la religiosità tradizionale? «Sono cattolici quasi tutti, anche se conservano i riti della propria terra, ma questo non va contro la loro cattolicità», conclude un po’ ottimisticamente, mi sembra. Il convento, oltre ad una serie di dipinti sulla vita del Poverello del XVII secolo, ad una rappresentazione della Sacra Famiglia in sombrero, e ad un enorme quadro catechetico sui sette vizi capitali, non ha ricchezze straordinarie. Salvo il tetto, sopra cui ci si può issare attraverso scale anguste e sconnesse, suggestive nella loro plastica irregolarità: la vista è straordinaria, e dimostra come l’intelligenza urbanistica degli spagnoli, coniugata alla convivialità indigena, abbia prodotto un vero e proprio capolavoro. Il Palazzo della moneta – museo che ripercorre la storia della città sovrapponendola a quella dell’argento –, la Torre dei gesuiti, la chiesa di San Lorenzo dalla quale un prete anziano mi caccia perché ho scattato una foto, il convento di Santa Teresa (all’epoca abitato da ricche ereditarie di nobili famiglie locali)… I grandi esempi del &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;colonial&lt;/i&gt; più puro e antico si mescolano con l’indigenicità più spinta, in un connubio che è sudamericano ma è patrimonio dell’umanità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1589748387256908856?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1589748387256908856/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1589748387256908856' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1589748387256908856'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1589748387256908856'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/08/potosi-largento.html' title='Potosí, l’argento'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-y54ktDlb-eY/TkahwbrgnjI/AAAAAAAAArc/qQjq9FCoq1E/s72-c/Potosi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5722140546802316644</id><published>2011-08-07T21:42:00.002+02:00</published><updated>2011-08-07T21:46:08.872+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Tarabuco, il trionfo dei colori</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-RjsjdDsgPd0/Tj7raer8CPI/AAAAAAAAArU/rvTW4_t7kkI/s1600/Tarabuco.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 265px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-RjsjdDsgPd0/Tj7raer8CPI/AAAAAAAAArU/rvTW4_t7kkI/s400/Tarabuco.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5638202623660919026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="mso-outline-level:1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Bolivia/6 - Tarabuco, il più bel mercato della Bolivia. Dove si capisce come possano convivere etnie diverse ma tutte indigene.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La strada da Sucre a Tarabuco è suggestiva. S’innalza da 2600 a 3200 metri, attraversando un paesaggio senza confini: le Ande. La vecchia linea ferroviaria, da quarant’anni in disuso, segue la strada e l’attraversa più volte, aumentando il mistero sul perché questo sistema di trasporti così utile e efficace già allora sia stato abbandonato, conoscendo lo stato delle strade boliviane. Poche sono le case nell’altipiano, piccoli fortini. I villaggi sono solo due in cinquanta chilometri. Frequenti edicole di morti sulla strada, muli e ciuchi, ogni tanto dei campesiño stanno appollaiati sul bordo della strada guardando l’infinito, mentre appare qualche tentativo di rimboschimento a base di eucalipto. Due sole piante attecchiscono veramente: la molle, spinosissima, e il chuci, una sorta di acacia. Le agavi non mancano, e così i cactus. Finché non si arriva a Tarabuco.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;C’è del turismo, ormai, che fa lievitare i prezzi introducendo la logica della domanda e dell’offerta. Ma solo con gli stranieri. L’altro mercato, quello vero, gira ai ritmi di sempre, basato sul baratto. Apre prima e chiude prima. La stragrande maggioranza dei presenti, infatti, la mattina presto viene dalle campagne e dai villaggi vicini, per il mercato forse più suggestivo e in ogni caso più colorato di tutta la Bolivia. E allora è sufficiente dimenticare i miei simili – che arriveranno in massa verso mezzogiorno – e cercare di camminare nelle strade del paesello invaso dalle bancarelle. Quelle dove si vendono i sandali fatti coi pneumatici, gli altarini della tradizione religiosa quechua, le gelatine di frutta colorate come i tessuti, le mele e le arance accatastate in mucchi regolari, la carne esposta alle mosche e alle palpazioni degli acquirenti, i sacchi di foglie di coca, basilari strumenti di pesa e di calcolo… Tutto viene venduto, tutto viene contrattato, tutto pare una scusa per “mettersi assieme”, dopo una settimana vissuta dalla massima parte dei contadini in solitudine, o nell’isolamento delle loro povere case di fango che qua e là sorgono nell’altipiano. Questa gente è capace di essersi levata alle due della mattina per venire al mercato. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;A Tarabuco si vive di commercio, ma soprattutto di convivialità. La gente delle campagne e dei villaggi ama conversare, sempre a voce bassa, sempre cordialmente, in capannelli che si formano un po’ ovunque, ai crocicchi come nei giardini della piazza principale, dinanzi ai bar improvvisati e a quelli per i turisti. Alle 11 suonano le campane, è domenica, c’è messa. Il prete celebra parte in spagnolo parte in quechua. L’orchestrina canta un po’ stonata, è un’abitudine da queste parti. Ai piedi dell’altare sono allineate casette in miniatura, quadri votivi e altri oggetti che la gente vuol far benedire dal sacerdote. E al termine della messa questi asperge tutti con generosità. C’è aria di fede, popolare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5722140546802316644?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5722140546802316644/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5722140546802316644' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5722140546802316644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5722140546802316644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/08/tarabuco-il-trionfo-dei-colori.html' title='Tarabuco, il trionfo dei colori'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-RjsjdDsgPd0/Tj7raer8CPI/AAAAAAAAArU/rvTW4_t7kkI/s72-c/Tarabuco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7453855863139702025</id><published>2011-07-31T01:12:00.002+02:00</published><updated>2011-07-31T01:15:07.685+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>La cancha, il mercato più vasto di Bolivia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-YmLGZtXo2XU/TjSQT9weF3I/AAAAAAAAArE/HDJ4UCm6KyI/s1600/Cochabamba.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-YmLGZtXo2XU/TjSQT9weF3I/AAAAAAAAArE/HDJ4UCm6KyI/s400/Cochabamba.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5635287706417108850" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="MsoNormal"&gt;Bolivia/5 - Non c’è granché d’interessante a Cochabamba, salvo che tutto qui appare gradevole. &lt;/p&gt;    &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non si è ancora sull’altipiano dei 4 mila metri di Potosì e La Paz, ma non si è nemmeno nella piana sub amazzonica di Santa Cruz. Il clima è più che gradevole, fa fresco di sera, ma di giorno si sta benone, anche in pieno inverno. La gente è mista, nel senso che è multietnica: ci sono i quechua del Sud e gli aymara del Nord, i guarani dell’Ovest, ci sono i bianchi e ci sono gli indios, ci sono stranieri e ci sono apolidi. Il centro è abbastanza ordinato, il traffico scorre tutto sommato assai regolare, le bancarelle non invadono tutto, i mercati sono simpatici e colorati, le donne, vere colonne delle famiglie boliviane dove nei fatti vive un rigoroso matriarcato, vendono qualsiasi cosa per la strada, debbono far mangiare i loro piccoli. Le nonne aymara, con le loro gonnelline al ginocchio, i polpacci sottili e i bacini ampi, ancheggiano buffamente nella strada, portando il loro cappellino a bombetta sulla testa dai capelli neri, senza un filo di bianco. La piazza principale, Plaza des armas, alberata e vivace, testimonia un’integrazione in fondo ben riuscita, mentre la gente discute, gioca a scacchi, si gode la frescura, sorbisce qualche suco. La Cattedrale metropolitana sta colonialmente semplice, quasi banale, ma la gente la ama nella sua essenzialità, senza troppi sfarzi. Sulla piazza dà anche la chiesa dei gesuiti, mentre appena a ridosso dello slargo stanno le chiese domenicana, salesiana e francescana, a testimonianza della “spartizione” ecclesiale tra i massimi ordini religiosi presenti nel Paese. La Chiesa è comunque presentissima, con più di 150 istituzioni, impegnate sia nel sociale che nell’evangelizzazione. Una corona di montagne protegge la città, qua e là spruzzate di neve, ma sempre dolci nel loro ergersi. Solo il Cristo redentore della collina … sembra voler imporre la sua presenza. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma Cochabamba va famosa anche per il suo mercato, che è proprio vasto. Si estende per nove quadra a nord della stazione degli autobus: qui partono e arrivano mezzi in più o meno buono stato che vanno anche in decine di ore in tutta la Bolivia, per pochi euro, e sono i mezzi di trasporto preferiti dai boliviani. È pomeriggio, e la luce è veramente forte, insolita, radente, chiara, troppo luminosa, troppo bianca, troppo sfacciata. Mi fanno male gli occhi. Poco male, meglio non esagerare, basta che mi guardi attorno per vedere la povertà, anzi la miseria di tanta gente che tutto mi passa e mi dico che non ha nessun senso lamentarsi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il mercato è immenso, e come in tutto il mondo, dove ancora il capitalismo non è arrivato con le sue schiere di liberi mercati, le botteghe si raggruppano secondo la merceologia: i calzolai, i commercianti di vestiti, quelli di frutta, quelli di carne, quelli di pesce, ma secondo un ordine che mi sfugge totalmente, perché accanto ai pescivendoli scopro i carpentieri e accanto ai verdurai si trova chi smercia… refurtiva! L’angolo più interessante dell’intero mercato è quello che riunisce i commercianti di strumenti votivi indigeni, aymara e quechua in particolare. Vi si trovano sorte di altarini monouso con appropriate offerte, minuscole casette e modellini di coppie separate, pesci e frutta e ogni altra sorta di reminescenze e ricordanze. Alzo lo sguardo, e mi ritrovo di fronte ala macabra scena di una sorta di conigli mummificati: mi dicono che si tratta di piccoli lama essiccati, che vengono usati come sacrificio animale nelle varie cerimonie delle religioni tradizionali. Ma il mistero che trapela da queste forme apparentemente superstiziose e retrive di religiosità m’interrogano, non posso giudicare in fretta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In tutti i casi c’è grande dignità nei commercianti, che per l’80 per cento sono donne, tutte o quasi col loro cappellino, tutte colorate, tutte decise anche se riservate. E, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;incredibile dictu&lt;/i&gt;, c’è un certo silenzio, nessuno grida, nessuno cerca di attirare l’attenzione degli avventori possibili, se non sottovoce! Dignità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7453855863139702025?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7453855863139702025/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7453855863139702025' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7453855863139702025'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7453855863139702025'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/la-cancha-il-mercato-piu-vasto-di.html' title='La cancha, il mercato più vasto di Bolivia'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-YmLGZtXo2XU/TjSQT9weF3I/AAAAAAAAArE/HDJ4UCm6KyI/s72-c/Cochabamba.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8851562808974066987</id><published>2011-07-27T10:52:00.004+02:00</published><updated>2011-07-31T01:01:10.646+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>El Fuerte, che non era un forte</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-DlrO0U8ZrOI/Ti_Sh5ZmWAI/AAAAAAAAAq8/ljHRzXXCcJQ/s1600/El%2BFuerte%2Bde%2BSamaipata.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 265px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-DlrO0U8ZrOI/Ti_Sh5ZmWAI/AAAAAAAAAq8/ljHRzXXCcJQ/s400/El%2BFuerte%2Bde%2BSamaipata.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5633953138649487362" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Viaggio in Bolivia/4 La nuova dizione di "Repubblica democratica di Bolivia" è "Stato plurinazionale di Bolivia". Un modo per dire che le civiltà in queste terre si sono succedute e accavallate nei secoli.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;È un luogo che ha del fantastico. L’Unesco se n’è accorta e ha protetto il sito, inserendolo nella lista “patrimonio dell’umanità”. El Fuerte di Samaipata è issato a duemila metri di altezza, con una deviazione di otto chilometri per una strada fangosa sulla vecchia via tra Santa Cruz e Cochabamba. El Fuerte non è un forte, ma un’immensa pietra scolpita, in epoche antichissime: il sito fu abitato sin dal 2000 aC da varie civiltà, ultima delle quali fu quella inca, prima che arrivassero gli spagnoli. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il vento soffia impetuoso, e sembra che voglia sradicare i pochi alberi che ancora resistono su questa collina un po’ isolata in mezzo alle altre montagne. Bisogna piegarsi per riuscire a salire il sentiero, peraltro ben tracciato, che in un quarto d’ora porta a una serie di belvedere di legno approntati per evitare che la gente rovinasse quel capolavoro dell’arte culturale e governativa delle tante popolazioni e dei tanti regimi che si sono susseguiti su questa pietra. Mi fermo ad osservare dall’altro le iscrizioni incise sulla pietra, insolite, difficilmente comprensibili, salvo nelle sue rappresentazioni di forme animali e nei più o meno identificabili luoghi di sacrificio e di preghiera. Studio anche l’orientamento, sempre stupefacente tra queste popolazioni andine, che avevano un vero culto per la Natura e per le sue forze, ma forti di una straordinaria religiosità: varie figure hanno scatenato le ipotesi degli archeologi sulla effettiva destinazione e sul significato di questi intagli nella pietra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Attorno alla “pietra” gli archeologi hanno individuato in questi ultimi anni niente meno che 500 abitazioni, locali, uffici e templi, a testimonianza di un centro culturale, militare e amministrativo di non poco conto. Restano i muri sopra i quali con tutta probabilità si erigevano le costruzioni in legno dai tetti di paglia. Testimonianze straordinarie di una serie di civiltà che si sono sovrapposte ma non elise reciprocamente. I discendenti delle civiltà quechua, inca, aymara e dei conquistadores sono ormai “interculturali” in questa Bolivia così bella e sorprendente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8851562808974066987?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8851562808974066987/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8851562808974066987' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8851562808974066987'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8851562808974066987'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/el-fuerte-che-non-era-un-forte.html' title='El Fuerte, che non era un forte'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-DlrO0U8ZrOI/Ti_Sh5ZmWAI/AAAAAAAAAq8/ljHRzXXCcJQ/s72-c/El%2BFuerte%2Bde%2BSamaipata.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3393723381450768163</id><published>2011-07-24T23:59:00.004+02:00</published><updated>2011-07-25T00:06:05.289+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Dove il Che se n'è andato</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-o_MsoXXHNuE/TiyWzi7eXWI/AAAAAAAAAq0/bVLnQHYHdCg/s1600/Vallegrande.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-o_MsoXXHNuE/TiyWzi7eXWI/AAAAAAAAAq0/bVLnQHYHdCg/s400/Vallegrande.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5633043046227402082" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Viaggio in Bolivia/3 Passando a Vallegrande, dove il corpo di Che Guevara fu portato e fotografato dopo la fine della sua avventura rivoluzionaria. Un luogo di pellegrinaggio laico, di un uomo di cui va conservata la sete idealista&lt;/span&gt;  &lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Piove come Dio comanda, una cosa molto strana in questa stagione. La gente del posto è stupita, e si protegge come può dalle intemperie. Appena arrivati - con Juan che mi ha guidato sin qui assieme a sua madre Reina, una rivoluzionaria a modo suo, che ha messo su con suo marito uno straordinario asilo a La Guardia, vicino a Santa Cruz - ci troviamo a mangiare in un ristorantino che è poco più di un garage, dove servono un pollo abbastanza buono, ma accompagnato da spaghetti veramente infidi. Accanto a noi siedono due uomini e due donne scurissimi di carnagione e per di più vestiti totalmente di nero, anche i cappelli che non tolgono mangiando. Mi spiegano che sono in lutto. Mangiano con dignità, un pasto da un euro a testa, guardando di sottecchi lo straniero che io sono. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Poi ci rechiamo al luogo che nei fatti è diventato un santuario laico al più rivoluzionari dei rivoluzionari del XX secolo, Che Guevara, che qui fu portato da La Higueira, dove era stato catturato e ucciso dai soldati boliviani, in combutta con qualche servizio segreto. Dietro l’ospedale, attualmente funzionante, la lavanderia dell’epoca è quella dove è stato lavato il corpo del Che, e dove sono state scattate da un fotografo locale delle istantanee divenute celebri, coi soldati in posa dietro il cadavere. La casupola e il lavatoio sono ormai ricoperte di scritte rivoluzionarie e graffiti metropolitani dei turisti in mal di rivoluzione. Commovente, a modo suo. Al di là di un prato d’un centinaio di metri, la &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;morgue&lt;/i&gt;, l’obitorio dove poi il corpo del Che, lavato adeguatamente, era stato trasportato. Una scritta di Bertold Brecht completa lo scenario.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;I sentimenti, lo debbo dire, sono stati all’inizio di curiosità. Poi, man mano che mi avvicinavo al luogo, ho avvertito come il rispetto crescesse, semplicemente perché da mille segni ho capito come il luogo sia meta di un vero e proprio pellegrinaggio, non tanto e non solo di turisti curiosi come me, ma anche e soprattutto rivoluzionari mancati, rinnegati, nostalgici, idealisti, teorici e poco pratici, pratici e poco razionali… Rivoluzionari di tutto il mondo unitevi? Forse. Ma soprattutto uomini e donne che in qualche modo nel proprio cuore hanno ancora un briciolo di speranza che il mondo possa cambiare in meglio, e che la giustizia trionfi. Certo, la violenza non è mai ammissibile, se non in casi estremi. Ma qui capisco che la più grande rivoluzione è la capacità di convertirsi. Ogni giorno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3393723381450768163?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3393723381450768163/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3393723381450768163' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3393723381450768163'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3393723381450768163'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/dove-il-che-se-ne-andato.html' title='Dove il Che se n&apos;è andato'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-o_MsoXXHNuE/TiyWzi7eXWI/AAAAAAAAAq0/bVLnQHYHdCg/s72-c/Vallegrande.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3863788131739877136</id><published>2011-07-21T23:58:00.005+02:00</published><updated>2011-07-22T00:01:10.765+02:00</updated><title type='text'>Oro, foresta e gomme bucate</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-8PYdlWkqE0w/Tiihn-S_XbI/AAAAAAAAAqs/b1VLAzAFpa8/s1600/Sant%2527Ana%2Bde%2BVelasco.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 265px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-8PYdlWkqE0w/Tiihn-S_XbI/AAAAAAAAAqs/b1VLAzAFpa8/s400/Sant%2527Ana%2Bde%2BVelasco.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5631929042136423858" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;Viaggio in Bolivia/2 Seconda parte del reportage dalle Misiones jesuiticas nella Chiquitania.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Sant’Ana de Velasco&lt;/span&gt; Ripartiamo la mattina dopo una lauta colazione. Cavalli galoppano liberi come il vento, i telefoni quasi sempre non hanno connessione, le indicazioni chilometriche sono assolutamente inaffidabili e le cartine sembrano raccontare un altro Paese. Panorami sempre uguali e sempre diversi. D’improvviso un abitato, capanne di fango e casette di muratura, tutto molto lindo, anche certe abitazioni povere hanno il portico sorretto da colonnine lignee tornite. La piazza, Sant’Ana. La prima impressione è quella di un luogo da bambole, ma nella foresta, una rustica copia della chiesa di San Javier, più gialla, più piccola, col tetto più spiovente. Entro nella navata, una classe di giovani sta preparandosi alla cresima, sotto l’inflessibile direzione di un giovane seminarista che sa quello che vuole. Chiede e ottiene risposta, intona e viene seguito nel canto, cita Vangelo e poeti e santi, una lezione evidentemente imparata a memoria. «Non sono ancora in seminario – mi dice –, ma entrerò l’anno prossimo. Voglio andare a studiare a Roma. Qui la gente non è molto impegnata, bisognerebbe che facesse di più. Bisogna istruirla». Ha ereditato qualcosa del rigore gesuita. Visito la Chiesa: è parte della missione fondata nel 1755, ancora con il pavimento in terra battuta e il tetto di fronde di palme, è la più “autentica” di tutte quelle rimaste. Poco importa che la chiesa attuale sia posteriore alla partenza dei gesuiti. Lo spirito è quello. Dietro l’altare s’apre la sacristia, da sempre mi attirano i retrobottega. Ci sono vecchie statue, crocifissi, un magnifico tabernacolo di legno, tutto di legno. Un Cristo su sedia gestatoria mi osserva con uno sguardo un po’ stupito, fisso, attento alla sua missione. Poi vengo attirato dal clamore di un gruppo di bambini: appena fuori dalla sacristia, nel cortile della missione, sotto un immensa quercia una trentina di giovanissimi stanno preparandosi alla comunione, con una catechista meno decisa del seminarista, più dolce, più fraterna. «Mi piace fare la catechista – mi spiega –, perché così riesco a trasmettere quell’amore di Dio che ho sentito quando ho fatto la prima comunione». Abiti qui? «Sì, due quadra più avanti, con sette fratelli e mio padre, mia madre è morta». Dove studi? «Ho studiato a San José. Dalla settimana prossima mi trasferisco a Santa Cruz. Spero di potere tornare qui, perché non mi piace il rumore». La sua pelle scura dice un’origine india. La sua dolcezza dice che viene dalla natura amata. Rientro, l’organo suona qualche nota. Salgo i gradini cigolanti verso il ballatoio, la tribuna sopra la chiesa. Un uomo grosso e tarchiato accarezza lo strumento, restaurato di recente grazie al contributo dell’Unione europea. Un giovane organista francese ci raggiunge e suona Bach in piena foresta. Incantevole. Anche i cresimandi si voltano per vedere chi emetta tali note paradisiache. Fuori la piazza alberata ma non pavimentata come le altre conferisce all’ambiente una nota rustica e incompleta che sfiora la perfezione. Jorge mi dice che tra i suoi apprendisti, ne ha due che vengono da questo villaggio: sono i più disciplinati e i più impegnati nel lavoro. Non protestano mai.&lt;/p&gt;    &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;San Rafael de Velasco&lt;/span&gt; Arriviamo dopo una ventina di chilometri complicati dallo stato pietoso della strada al borgo di San Rafael. È appena iniziata la messa domenicale. I banchi sono quasi tutti pieni, c’è attenzione appena distolta dalla nostra presenza: veramente gli stranieri da queste parti sono pochissimi. L’interno della chiesa mi appare subito incantevole: chiesa costruita tra il 1743 e il 1747, la prima ad essere costruita in Bolivia. Dettagli lignei e pittorici sono rimasti quelli originali, e si vede, anche se tutto è ripulito e restaurato di fresco, con una certa attenzione si direbbe. Salgo sulla tribuna che è solitamente presente nelle chiese gesuitiche della Chiquitania, dove è appostata una delle due orchestrine che offrono le musiche per la messa: se accanto all’altare ci sono i giovani, con tanto di chitarre e strumenti elettronici, nella tribuna cinque musici anziani suonano tamburo, violini, flauto e campanelle. Sono assai stonati e precari nella loro coesione di gruppo, ma mi appaiono una testimonianza della grandezza dell’opera culturale svolta da queste parti dai religiosi. Esco non dopo aver guardato attentamente degli affreschi, sulla parete centrale, che rappresentano deliziose rappresentazioni musicali, appunto, sotto lo sguardo fisso di un papa su sedia gestatoria di difficile individuazione, e lo sguardo invece dolcissimo di un Gesù bambino felice.&lt;/p&gt;    &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;San Miguel de Velasco&lt;/span&gt; Nel circuito delle missioni gesuitiche della Chiquitania c’è una chiesa che richiede uno sforzo particolare per essere visitata, è quella di San Miguel de Velasco, che necessita di una deviazione di 35  chilometri (e 35 al ritorno). Ma dicono sia la più bella, artisticamente parlando, dell’intero circuito, e allora ci si sacrifica su una strada tra l’altro in pessimo stato. Nell’ampia piazza alberata – tutti sono spalmati di calce bianca alla base – s’affaccia quindi la chiesa della missione, un po’ rialzata rispetto alle altre, sospesa su una ventina di gradini che consentono anche di appianare il dislivello della piazza: il fronte della missione a nord è a livello della strada. Appare subito straordinaria, con le due figure di Pietro e Paolo – chissà perché – che spiccano per la loro purezza di tratto sulla facciata completamente ricoperta di affreschi di evidente stile indigeno, più che barocco. Appare da subito la meglio restaurata della regione. Costruita nel 1721 presenta stravaganze originali, come il pulpito dorato elaboratissimo e il campanile inserito nelle mura di cinta della missione, le cui sette campane sono ancora in uso. L’oro e il legno e la pietra: la luce, la docilità la sicurezza. Le tre qualità degli indios di questa Chiquitania, almeno mi sembra. La guida ci porta quindi in una scuola di scultura su legno, che occupa un isolato accanto alla Chiesa. È bella, Stanno scolpendo pannelli per una chiesa di tre metri su due, a soggetto evangelico, che costano mille euro l’uno. In Europa costerebbero venti volte tanto. Poi ci fanno passare nello shop… All’uscita la sorpresa: una gomma è bucata. Martin e Jorge la sostituiscono prontamente, dinanzi al ristorantino nel quale ci siamo rifugiati, ma bisogna passare dal gommista. Un’avventura, questa del gommista, con mezzi rudimentali, gomme mille volte riciclate, sotto la supervisione di tutti quelli che passano nei paraggi (scelte condivise!) e alla fine la scelta di una gomma che non è uguale ma solo simile a quelle che usa la nostra Nissan. Si riparte con tre ore di ritardo. Raggiungiamo San Rafael ma dieci chilometri più avanti di nuovo, passando un ponticello di ferro e legno, ci ritroviamo con un’altra gomma a terra. Che fare? Ci sono 100 chilometri di pista prima di San José… Si cambia la gomma e si avanza ad andatura molto ridotta, per evitare una foratura che ci costringerebbe in una situazione poco invidiabile, in piena foresta, con l’inesistenza di organizzazioni di soccorso o di semplici carri attrezzi. Jorge è estremamente guardingo. Arrivati ci dirà che la sua preoccupazione non era quella di rimanere a piedi nella foresta di notte, ma di poter finire in mano a qualche gruppo di disperati che nella zona hanno assaltato di notte alcune auto di passaggio. Oufff…&lt;/p&gt;    &lt;p  class="MsoNormal" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;San José de Chiquitos&lt;/span&gt; Ed è così che arriviamo a San José alle otto di sera. Una cittadina modesta, polverosissima, nella quale decidiamo di arrestarci per la notte. Troviamo un alberghetto da quattro soldi, All’Hotel Victoria le stanze sono tutte disposte al piano terra, attorno ad un cortile che funge da sala d’accoglienza, da ristorante, da ufficio e da garage. Nei bambi ci sono… delle rane, e le porte-finestre danno su questo cortile rumorosissimo. Non c’è acqua calda. Ma siamo al riparo. La polvere s’è infiltrata dappertutto, le schedine di memoria della Nikon sono piene, così come i nostri occhi e i nostri cuori. San José des Chiquitos è l’ultima delle sette chiese del circuito delle missioni gesuitiche. Ma non è come le altre: i gesuiti qui misero piede nel 1740, e dieci anni dopo costruirono la chiesa. La missione conta quattro edifici disposti lungo il muro di cinta occidentale della missione: una prospettiva incantevole. L’interno è più simile alle altre chiese gesuitiche della Chiquitania, con profusione d’oro e decorazioni. Non è della stesse forme, delle stesse elaborazioni grafiche, e nemmeno dello stesso spirito. Ma è bella, bellissima nella notte che s’annuncia con la messa partecipata, con le porte aperte sulla piazza. Una Madonna all’ingresso della chiesa è stata addobbata, così come il Gesù Bambino che porta in braccio, da poliziotta, con tanto di cappello. Maria si lascia fare. L’indomani, ottimo caffè mattutino dinanzi alla missione gesuitica, a tratti illuminata da isolati raggi di sole che bucano la coperta di nubi. L’eleganza della costruzione è indubbia, anche se l’originalità rispetto alle altre chiese visitate è indubbiamente minore. Qui si coglie maggiormente quel che dovette apparire agli indios la discesa dei gesuiti nella regione, qualcosa come sarebbe l’apparizione di extraterrestri nella nostra Europa. Extraterrestri, sì proprio così: per gli indios la loro terra era la Terra intera, il mondo, i cui confini arano avvolti nel mistero del pantheon della loro religione ancestrale. L’architettura certamente aveva un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione pianificata degli indigeni, che abitavano capanne di paglia e fango e vestivano (raramente) piume e tessuti vegetali. La funzione stupefacente – nel senso di rendere stupiti – dell’evangelizzazione era affidata in primis all’architettura, in secundis alla ritualità. Questa missione di San José è certamente servita all’uopo: ancor oggi gli alunni del collegio della missione che vanno a scuola alle sette del mattino nei loro vestitini tutti bianchi (è il primo giorno di scuola dopo le vacanze invernali) paiono colpiti da uno stupore simile di quello degli antenati, fatte le debite proporzioni.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3863788131739877136?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3863788131739877136/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3863788131739877136' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3863788131739877136'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3863788131739877136'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/oro-foresta-e-gomme-bucate.html' title='Oro, foresta e gomme bucate'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-8PYdlWkqE0w/Tiihn-S_XbI/AAAAAAAAAqs/b1VLAzAFpa8/s72-c/Sant%2527Ana%2Bde%2BVelasco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-4989267690298266635</id><published>2011-07-19T02:47:00.005+02:00</published><updated>2011-07-19T03:06:21.492+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bolivia'/><title type='text'>Le missioni gesuite del XVIII secolo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-rDily3oc7Lw/TiTXXkMozqI/AAAAAAAAAqk/h9Wj0JxvAjU/s1600/San%2BJavier.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; 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L’uscita da Santa Cruz, nonostante l’ora, è lenta ed esasperante, la città è molto vasta.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; È un’esperienza esaltante, come sempre, assistere al lento miracolo dell’aurora che muta in alba e poi in giorno pieno. La natura piatta e diradata della regione prende rilievo dalla luce centellinata eppure inesorabile. Si evidenziano gli alberi a forma di ombrello frondoso, i campi di soia e di girasoli si spennellano di chiarità, qua e là svettano i silos metallici. Attraversiamo il Ro Grande, lungo un ponte che ci permette di ammirare il blu del cielo che degrada in rosso e in giallo. Suggestivo. Poi la strada si fa dritta e monotona, come una fettuccia. Sale la temperatura e il vento scompare.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Il paesaggio si muove dopo un centinaio di chilometri. La vegetazione pare rimpicciolirsi, schiacciarsi al suolo, la strada è tutta un saliscendi mentre il manto stradale diventa irregolare, talvolta fino a scomparire. Il cielo si riveste di un velo gibboso, a onde, suggestivo e esteticamente gradevole. È pieno inverno, in Chiquitania, e quindi la verzura s’imbrunisce. Da San Ramon a San Javier ci sono 42  chilometri.&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;San Javier, la sorpresa&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Chi è abituato al barocco non troverà nulla di straordinario in questa località, salvo che siamo in un buco del buco del mondo (non siamo alle altezze di Potosì e La Paz!). Salvo che qui nel XVIII secolo (erano arrivati nel 1609 nel vicino Paraguay, da dove si erano spostati nei dintorni) si era secoli addietro rispetto a tanta parte del mondo. Salvo che qui i gesuiti costituirono all’epoca una sorta di Stato autocratico, indipendente e teocratico, una forma di governo effettivamente unica: partecipazione e autorità, socialismo ma istituendo un potere forte. Tra l’altro, con un esercito ben attrezzato e organizzato, che da queste parti non aveva eguali. Gli spagnoli, che dapprincipio avevano promosso e favorito l’insediamento in America Latina dei gesuiti, li cacciarono poi, nel 1767, perché facevano ombra al loro impero coloniale e favorivano la promozione umana degli indios, cosa non certo gradita. La forma di governo esistente così sparì in fretta, più in fretta di quanto non fosse cresciuta: basta architetture straordinarie, basta musica barocca suonata dagli indios, basta governo guidato da tre gesuiti e da otto nativi eletti, basta dizionari spagnolo-chiquitano… San Javier era stato il primo insediamento della regione: fondato nel 1691, ben presto si sviluppò rapidamente finché nel 1730 giunse un prete gesuita svizzero, Martin Schmid, che vi installò una scuola di musica, un laboratorio di liuteria, altre attività artigianali. Soprattutto, progettò e realizzò la chiesa, costruita tra il 1749 e il 1752. Oggi questa chiesa, con le altre sei del circuito, è patrimonio universale Unesco. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Visitando il borgo di San Javier, e soprattutto la chiesa, è bene cancellare dalla propria memoria la storiografica europea, le nozioni di arte apprese da noi, cercando di cogliere l’originalità del luogo e delle sue forme, il tetto spiovente (forse qualcosa di svizzero?), le colonne lignee tornite, gli affreschi che tradiscono forme e colori indigeni assolutamente sconosciuti in Europa, e persino nel &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;colonial&lt;/i&gt;. La regolarità delle forme architettoniche pare estranea alla cultura locale, ma nel contempo sembra che essa abbia in essa trovato un’accettazione da parte degli indios, che volevano la certezza di una qualche forma di governo. Di arte, comunque ce n’è, e tanta, a San Javier: un Cristo che trasporta la croce, una serie di affreschi a soggetto musicale, un chiostro incantevole… È oggetto di turismo, ormai, seppur rado, e il villaggio intero sembra vivere di esso e dei suoi proventi. Ma non ci sono turisti, o quasi, e quindi oggi a San Javier si sta benone. Si prova ad immaginare la vita al tempo dei gesuiti, la semplicità e in qualche modo la religiosità della gente. Quanto consenziente e quanto obbligata? Teoricamente chiunque poteva rifiutare il “regime” gesuita, ma nei fatti ciò sembrava poco credibile. E allora si medita sull’evangelizzazione e sul potere, sulla pericolosa attrazione tra temporale e spirituale, sulla clerico-centralismo di tanti tentativi d’innovazione sociale (ancor oggi molto evidenti in tanta parte del mondo).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;h3  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Concepci&lt;span style="mso-bidi-;font-family:Times;" &gt;ó&lt;/span&gt;n, il villaggio largo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=" font-weight: normal;font-size:100%;" &gt;Arriviamo poi a Conception con un’ora circa di auto, una strada gradevole. La terra s’è fatta rossa. In attesa della benzina, c’è la coda, a piedi ci avviamo verso la missione, ci dicono sia a una decina di &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;quadra&lt;/i&gt;, d’isolati. Incrociamo la gente e la salutiamo, ricambiati affettuosamente. Entriamo nei negozietti, e i commercianti ci accolgono con calore. Una porta pare fatta a moduli: in basso, attraverso la finestrella degli animali, s’affaccia una bimbetta, mentre la sorellina fa altrettanto in una seconda apertura pi in alto. Le case per larghi tratti sull’affaccio stradale si ornano di portici. Una &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;quadra&lt;/i&gt; è la piazza antistante la chiesa, imponente e gentile, assai simile nella forma a quella di San José ma in realtà assai diversa: la “cattedrale” è stata costruita nel 1709, ha una facciata affrescata sorretta da 121 colonne lignee scolpite a mano. Attorno alla chiesa si allunga l’imponente edificio della missione gesuita. Certamente era un gran potere che qui si manifestava agli indigeni. È mezzogiorno, e la missione è chiusa. Ci rifugiamo in un gradevolissimo ristorante, nel cui cortile un pappagallo fa le sue evoluzioni e le sue rimostranze vocali. &lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Times;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;"&gt;La pista in terra rossa. 155 o 164? Non si riesce bene a capirlo, e si comincia così a diffidare dalle indicazioni chilometriche nei rari pannelli indicativi della regione: sarà una costante del tour gesuita. Fatto sta che dura quasi quattro ore l’itinerario sulla pista di terra rossa (una striscia di vegetazione d’un centinaio di metri di larghezza è letteralmente ricoperta di polvere vermiglia) che collega &lt;/span&gt;Concepci&lt;span style="mso-bidi-font-family:Times"&gt;ó&lt;/span&gt;n&lt;span style="font-size:12.0pt; font-family:Times;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;"&gt; con San Ignacio de Velasco, dove riposeremo la notte. Polvere che s’infiltra ovunque, alberi fioriti di giallo blu viola rosso, stagni ad ogni avvallamento, fauna ricchissima, soprattutto nelle diverse varietà di uccelli che individuiamo, tucani, pappagalli e aironi inclusi. I rari villaggi sono costituiti da capanne di fango e paglia, coi muri costruiti secondo quell’ordito tradizionale di canne e fango con cui la sapienza popolare ha saputo inventare abitazioni fresche d’estate e calde d’inverno. La povertà regna sovrana, si vive di niente. Diamo un passaggio nel bagagliaio del nostro &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;pick up&lt;/i&gt; a una famiglia di una decina di membri, che non godono di alcun reddito. Solo un po’ di caccia e d’agricoltura, e i frutti della natura rigogliosa di queste parti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;A Santa Rosa de la roca, più o meno a metà strada, l’unico paese degno di questo nome lungo l’itinerario, ci fermiamo a comprare qualche bibita. Giochiamo a bigliardino con alcuni ragazzi, mentre una banda tradizionale di anziani (un paio di tamburi, una sorta di piffero, un tipo di armonica e un violino!) si reca suonando motivi tradizionali in una casa colpita da un lutto. I bimbi non sanno dove sia l’Italia, e nemmeno l’Europa. Sanno appena che cinquanta chilometri più in là c’è un posto chiamato Brasile. Sono analfabeti. &lt;/span&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Poco oltre, in un villaggetto chiamato Villa Nucera, o qualcosa del genere, gli abitanti sembrano essersi trasferiti &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;on the beach&lt;/i&gt;, ai bordi dello stagno che segue il grumo di capanne. Si bagnano come natura li creò. Penso ai gesuiti che nel XVIII secolo s’imbatterono in popolazioni ancora più naturalmente semplici che evangelizzarono, come si dice. Erano incivili? Sono incivili? I religiosi hanno portato la civiltà? Capisco come pochissimi boliviani si rechino a far turismo da queste parti, quasi come se le missioni gesuite siano un corpo estraneo alla loro cultura. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;   &lt;o:pixelsperinch&gt;72&lt;/o:PixelsPerInch&gt;   &lt;o:targetscreensize&gt;1024x768&lt;/o:TargetScreenSize&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:donotoptimizeforbrowser/&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO" style="margin-top:6.0pt;line-height:normal"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Times;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;"&gt;Sant'Ignacio de Velasco È collassata nel 1949, la chiesa di sant’Ignacio de Velasco, fu ricostruita in modo orripilante, tanto che nel 1974 fu abbattuta e ricostruita, recuperando buona parte degli elementi originari, di quella chiesa del 1748, che era la più grande ed importante della regione. Dall’esterno si capisce immediatamente come sia posticcia, dalla inguardabile torre campanaria costruita dalla follia architettonica al servizio di una male intesa evangelizzazione, residuo della chiesa degli anni Cinquanta. Scommetto dieci dollari che c’è qualche trucco francescano! Eppure la facciata della chiesa è affascinante, e mostra un restauro ben fatto. Qui a San Ignacio ha sede una nota orchestra da camera e sinfonica (purtroppo il festival di musica barocca è la prossima!): il fatto è che i bambini di queste parti hanno un’incredibile capacità di ascoltare la musica e di impararla a memoria. Hanno le dita adatte agli strumenti a corda, tecnicamente apprendono rapidamente a suonare e riescono a seguire il direttore con facilità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size:100%;"&gt;Alloggiamo in un bed&amp;amp;breakfast chiamato “Casa Suiza”, proprietà di una donna svizzera che, col marito tedesco, si è trasferito da queste parti circa quarant’anni fa, perché aveva adottato un bimbo boliviano di due mesi, che hanno voluto far crescere nella loro terra. Anche quest’incontro inusuale racconta del fascino di queste terre, tra l’altro in parte popolate anche in questi ultimi anni da larghe colonie di mennoniti del Nord Europa. Il villaggio è quadrettato da strade in terra rossa. Vi si trovano piccoli locali che vendono poche mercanzie, mentre tanti grigliano la carne sull’uscio di casa e la vendono ai passanti. I cani, che da queste parti non attaccano mai l’uomo, occupano stabilmente gli incroci delle strade. La bellezza del tramonto s’infrange sulla precarietà dell’abitato.&lt;/span&gt;  &lt;p class="TESTOARTICOLO"  style="margin-top: 6pt; line-height: normal; font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ceniamo con una bistecca immangiabile, ma «più che il dolor poté il digiuno». Poi ci rechiamo alla messa, preceduta dal rosario, senza grande partecipazione va detto. Alcune donne poggiano sulla balaustra dell’altare delle statutette della Madonna da benedire. Poi, al termine della messa, tutti a fare il giro della piazza, con tanto di ceri e abiti da chierichetti, portando la statua della Madonna del Carmelo, di cui oggi è la festa. Tutti, dai bambini, agli adolescenti, alle vecchiette. Tutti, bianchi e meticci, indios ed europei. All’interno della chiesa le meraviglie d’arte, più che a San Javier e a Concepci&lt;/span&gt;&lt;span style="mso-bidi-;font-family:Times;font-size:100%;"  &gt;ó&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;n&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;, si susseguono. Sono sopravvissuti, ad esempio, le colonne tornite, un Cristo del 1789, un Sant’Ignazio della stessa epoca.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-4989267690298266635?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/4989267690298266635/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=4989267690298266635' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4989267690298266635'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4989267690298266635'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/le-missioni-gesuite-del-xviii-secolo.html' title='Le missioni gesuite del XVIII secolo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-rDily3oc7Lw/TiTXXkMozqI/AAAAAAAAAqk/h9Wj0JxvAjU/s72-c/San%2BJavier.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1508384496756983060</id><published>2011-07-06T08:36:00.002+02:00</published><updated>2011-07-06T08:43:35.094+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Panama'/><title type='text'>Calzada de Almadon, le isole che erano basi militari</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-B7q2sEsmUMw/ThQD-tsuXjI/AAAAAAAAAqU/E-w-uXOwRjQ/s1600/calzada%2Bde%2Balmadon.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-B7q2sEsmUMw/ThQD-tsuXjI/AAAAAAAAAqU/E-w-uXOwRjQ/s400/calzada%2Bde%2Balmadon.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5626126210446548530" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family:arial;" &gt;All'imboccatura del Canale di Panama, un piccolo arcipelago è diventato penisola. Da avamposto militare, è diventato luogo di riposo. &lt;/span&gt;  &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli statunitensi sapevano il fatto loro, imperialmente parlando. Ovunque dove arrivavano sapevano scegliere per le loro basi luoghi paradisiaci, e non solo strategicamente importanti. Anche i francesi, gli inglesi, i tedeschi e persino gli italiani avevano saputo fare altrettanto, ma certamente il primato apparteneva agli statunitensi. Così è stato delle quattro isolette che controllano l’entrata nel Pacifico del Canale di Panama, isole dai nomi esotici: Naos, Culebra, Perico e Flamenco. Erano basi militari Usa, ma nel 1999 sono passate – assieme a tutto il canale – sotto controllo panamense. Ragione per cui stanno diventando un paradiso turistico, al termine di quella Calzada de Almador – una lunga e sottile striscia di terra, un istmo artificiale – che permette passeggiate incantevoli in cui si può ammirare non solo e non tanto il canale e le imponenti navi che vi transitano, quanto l’incanto del matrimonio a tre, tra cielo, terra e mare che qui a Panama ha trovato un luogo d’eccezione per essere celebrato.  &lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Lo confesso, ho avuto il torto di percorrere la &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;calzada&lt;/i&gt; al tramonto, dirigendomi verso un buon ristorante di pesce situato sull’ultima isoletta, la Isla Flamenco, quando la brezza marina finalmente ha ragione della terribile calma del giorno, 37 gradi centigradi e una umidità che riempie la bocca d’acqua. Ho torto, perché cresce la nostalgia per l’isola che non c’è, perché s’acquartiera nel cuore il sentimento di infinito che viene dalla comunione con la natura, quando questa s’inventa scenari paradisiaci. Così è di questa sera ineffabile – e mi dicono che sostanzialmente sono sempre così. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Le frittelle di gamberetti e il dentice alle erbe esotiche sono un degno corollario, un buon contorno alla meraviglia del luogo, ma non sono il piatto principale. Sono solo contorni, per il vero fulcro di questa serata: la comunione col perfetto equilibrio tra terra, acqua e cielo. Il sole calla definitivamente lasciando spazio al suono del vento che porta i rumori della foresta, da occidente. Quando la brezza spira da oriente, invece, porta invece il brusio della città vecchia. La mescolanza di queste due tavolozze di suoni pare la definitiva serenità.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1508384496756983060?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1508384496756983060/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1508384496756983060' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1508384496756983060'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1508384496756983060'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/07/calzada-de-almadon-le-isole-che-erano.html' title='Calzada de Almadon, le isole che erano basi militari'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-B7q2sEsmUMw/ThQD-tsuXjI/AAAAAAAAAqU/E-w-uXOwRjQ/s72-c/calzada%2Bde%2Balmadon.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-328776475755974578</id><published>2011-06-28T08:25:00.003+02:00</published><updated>2011-06-28T08:31:51.617+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Toscana'/><title type='text'>Monte Siepi, i nobili e le vigne</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-ThVUdwoiqbo/Tgl1T3-1PDI/AAAAAAAAAqM/kpX7eQCVApw/s1600/Monte%2BSiepi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-ThVUdwoiqbo/Tgl1T3-1PDI/AAAAAAAAAqM/kpX7eQCVApw/s400/Monte%2BSiepi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5623154594054224946" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;    &lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="Testolibro"&gt;Sopra l'abbazia di San Galgano, in provincia di Siena, nel Chiusdino, è passato Re Artù...&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;L’esperienza di San Galgano, l’abbazia senza tetto, la chiesa gotica che vive d’erba e di cielo, non può essere dimenticata facilmente. Abita lo spirito senza imposizioni ma senza tentennamenti, come un’evidenza. Poco importa la storia ambigua e ben poco santa del sito. Quel che conta ormai è la bellezza creata dallo straordinario patto tra terra, aria e pietra: ognuna debitrice e creditrice alle altre due del giusto equilibrio. A vegliare sul sito, dall’alto di un colle d’un centinaio di metri d’altezza, sta una piccola chiesa, stile romanico del XII secolo, una rotonda con annesso presbiterio. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È qui che salgo lentamente, dopo la meditazione ai piedi dei muri di San Galgano, e dopo la comunione con la cultura e la natura del luogo che si sintetizza nella cucina del chiusdino. L’ascesa lungo un sentiero che costeggia una vigna ordinata e regolare, ingentilita dai roseti che segnano l’&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;incipit&lt;/i&gt; del disegno dell’uomo che pettina la natura, è un avvicinamento al mistero del luogo, come scrive Franco Cardini: «Se poi, dagli imponenti ruderi, si sale alla “rotonda” di Monte Siepi, l’emozione e la perplessità crescono in proporzionale misura. L’enigmatica spada infitta nella roccia è un troppo forte richiamo simbolico, leggendario, staremmo per dire mitico e archetipico»&lt;a style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=7456655355371527859#_ftn1" name="_ftnref1" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="line-height:120%;font-size:8.0pt;" &gt;&lt;span style="mso-special-character: footnote"&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="mso-fareast-Times New Roman&amp;quot;;mso-ansi-language: IT;mso-fareast-language:IT;mso-bidi-language:AR-SAfont-family:&amp;quot;;font-size:8.0pt;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Sì, sotto la volta a cerchi concentrici bianchi e rossi, sta una spada infita nella roccia, richiamo inconsueto per i luoghi al ciclo nordico di Re Artù. La storia è lunga, discussa e discutibile, Cardini cerca di “sistemarla” ma riuscendoci solo in parte. Ma a me non importa, qui si respira l’inquietante ed eccitante clima di antica leggenda che riporta indietro alla Tavola rotonda, agli intrighi dei maghi e delle fantucchiere, alla straordinaria evocatività dei simboli della magia. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;La porta della chiesa è sbarrata, dall’interno provengono i rumori e i suoni della liturgia, e della liturgia dei secoli andati. Anticaglie e cozzar di ferri, profumi d’incensi d’Oriente e salmodiare in latino. C’è aria di nobiltà, c’è mistero di sacralità. Tutto è sacro, qui a Monte Siepi, nulla è santo. La messa è finita, le porte si aprono e sciama un popolo di aristocratici, in crinoline e divisa, in mantelle e scarpe verniciate. Un po’ comico, come i nobiluomini dalle ampie mantelle rosse e blu che non esitano a mettersi in posa dinanzi alla spada nella roccia, e che rispondono con degnanza alle domande dei villici, come il sottoscritto, che vengono ammessi nella riserva di simboli e segni della loro congrega, delle loro confraternite. Ridicoli. Reliquie. Rampanti.&lt;/p&gt;  &lt;div face="georgia"&gt;&lt;a style="mso-footnote-id:ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=7456655355371527859#_ftnref1" name="_ftn1" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="mso-special-character: footnote"&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:9.0pt;mso-bidi-mso-fareast-Times New Roman&amp;quot;; mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:IT;mso-bidi-language:AR-SAfont-family:&amp;quot;;font-size:11.0pt;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;div style="mso-element:footnote" id="ftn1"&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-328776475755974578?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/328776475755974578/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=328776475755974578' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/328776475755974578'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/328776475755974578'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/06/monte-siepi-i-nobili-e-le-vigne.html' title='Monte Siepi, i nobili e le vigne'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-ThVUdwoiqbo/Tgl1T3-1PDI/AAAAAAAAAqM/kpX7eQCVApw/s72-c/Monte%2BSiepi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-421764044266353374</id><published>2011-06-20T15:15:00.003+02:00</published><updated>2011-06-20T15:20:44.777+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Toscana'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Castelnuovo l’abate, il Medioevo sospeso</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-RNGOZR0oBTY/Tf9I9q3VCGI/AAAAAAAAAqE/7K5M9Qc6jis/s1600/Castelnuovo%2Bl%2527abate.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-RNGOZR0oBTY/Tf9I9q3VCGI/AAAAAAAAAqE/7K5M9Qc6jis/s400/Castelnuovo%2Bl%2527abate.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5620291084297242722" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt; 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Un borgo isolato su una dorsale collinare, sormontato da un campaniletto che, già da lontano, pare inadeguato all’opera per cui è stato costruito: dare prestigio all’abitato. Vi ero passato accanto più volte, perché proprio nella valle dominata dal borgo si erge dolce e maestosa, luminosa e fiera, l’Abbazia di Sant’Antimo, storia che torna a ritroso nel tempo fino all’VIII secolo e a una presunta fondazione carolingia, nulla di provato, anche se la tradizione pare solida.&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p  class="Testolibro" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Oggi, complice una gita che si prolunga nella sera, salgo al borgo, percorrendo un’erta che non mi aspettavo, che porta ad un borgo tuttora abitato da non poche persone, da famiglie che lavorano nel vino, nell’olio e nel turismo, in una delle zone italiane in cui l’agricoltura è ancora eccellenza. Che qui i soldi ci siano appare evidente sia dalle auto che dalla cura dei dettagli, che dalla tradizione di rispettare la proprietà comune, il bene comune. Un’esperienza che merita di essere ricordata di questi tempi, in cui il bene individuale pare assolutamente vincere su ogni altra priorità, in un abuso di egotismo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p  class="Testolibro" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nel bel mezzo del centro medievale, anzi no, verso il termine della via principale, un’&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;impasse&lt;/i&gt;, proprio dinanzi alla pieve dei santi Filippo e Giacomo, del XIII secolo, un gioiello di semplicità e armonia di forme e dimensioni, sta un palazzotto signorile più tardivo, d’epoca rinascimentale, altero e &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;coquin&lt;/i&gt;, irraggiungibile da parte d’ogni altro villico sforzo architettonico. È il palazzo dei conti Ciacci Piccolomini d’Aragona, famiglia un tempo nobile e ricca, ora solo ricca del vino prodotto nella loro fattoria che giace nella vallata dell’abbazia. Il portone d’ingresso è socchiuso, fuoriesce odore di polvere e di legno, di vino e d’incenso, di mistero. Nessuno. Spingo la porta e nella penombra riesco a riconoscere bottiglie e attrezzi per la produzione del vino, quadri antichi e alabarde, insegne nobiliari, tini e botti. In fondo a un lungo corridoio s’apre uno scorcio di luce, come un respiro di primavera.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-421764044266353374?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/421764044266353374/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=421764044266353374' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/421764044266353374'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/421764044266353374'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/06/castelnuovo-labate-il-medioevo-sospeso.html' title='Castelnuovo l’abate, il Medioevo sospeso'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-RNGOZR0oBTY/Tf9I9q3VCGI/AAAAAAAAAqE/7K5M9Qc6jis/s72-c/Castelnuovo%2Bl%2527abate.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7893452306815186809</id><published>2011-06-13T16:14:00.003+02:00</published><updated>2011-06-13T16:17:55.179+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Panama'/><title type='text'>Miraflores Locks, l'acqua solida che sale</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-oPJhvQziJTY/TfYcAVrer-I/AAAAAAAAAp8/Yi3FekhlrJg/s1600/Miraflores%2BLocks.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 268px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-oPJhvQziJTY/TfYcAVrer-I/AAAAAAAAAp8/Yi3FekhlrJg/s400/Miraflores%2BLocks.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5617708377336360930" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;h3&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;In attesa del completamento del nuovo Canale di Panama, godiamoci il grande gioco dei vasi comunicanti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight:normal;mso-bidi-font-weight: boldfont-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Pare un giochetto da ragazzi, quello dei vasi comunicanti, un esercizio da scuole elementari. Eppure quando per un’ora e passa ci si mette di buzzo buono – per via del caldo afoso e umido – ad osservare le Chiuse di Miraflores, sul versante pacifico del Canale di Panama, ci si dice invece che quel giochetto è una grande, grandissima intuizione che l’uomo ha saputo escogitare. È un’opera di ingegno ancora oggi straordinaria: quasi un secolo fa ha avuto il suo battesimo, grazie agli ingegneri statunitensi che furono messi all’opera. I francesi ci avevano provato, ma fallirono. L’opera fu completata nel 1914, cosò l’inaudita cifra di 375 milioni di dollari e 5609 vite umane, che si aggiunsero alle 20 mila del tentativo francese. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Fa certo un effetto fuori dal comune scorgere i container impilati in modo ordinatissimo sugli enormi bastimenti che attraversano le chiuse mentre si innalzano al livello dello sguardo, beffardamente, e poi se ne vanno come se nulla fosse. Quasi che sia normale elevarsi sulle montagne grazie all’elemento più orizzontale che esista, l’acqua. Le montagne di container sullo sfondo delle colline rutilanti di vegetazione tropicale paiono sfidare tecnologicamente la natura stessa, ma sapendo che sono perdenti, perché senza l’elemento più naturale che esista nulla potrebbe essere fatto contro il volere della Madre. Eppure anche l’acqua senza la tecnologia non potrebbe mai innalzarsi nel suo stato liquido. Solo lo stato gassoso può permetterle di salire al cielo senza difficoltà. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Le locomotive di fabbricazione svizzera ruzzolano su e giù per le chiuse, seguendo i binari che corrono paralleli alle strette vie acquatiche, trascinando con le loro piccole forze le grandi, immense navi che paiono tali per via della mole enorme di container che trasportano. Tutto è regolato come un orologio svizzero in queste chiuse che ogni giorno permettono di far passare 43 navi, per un ricavo che va dai 4 agli 8 milioni di dollari al giorno. Ogni dettaglio è seguito con meticolosa precisione, e forse per questo in tutta la storia del canale non si è mai registrato un incidente di grande portata.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Grandi e piccoli osservano il movimento delle navi e delle locomotive con straordinaria passione, quasi che il giochino dei vasi comunicanti fosse anche una comunicazione tra generazioni. E certamente lo è, visto che dall’alto i movimenti dei mezzi paiono come un enorme meccano che si fa e si disfa una quarantina di volte al giorno, ed entusiasma sempre e pare sempre nuovo, mai scontato o banale. Su e giù, su e giù, sperando che non si rompa mai, se ci stiamo attenti. La natura e la tecnologia a Panama si sposano alla perfezione. Ora, per il centenario, la Compagnia del Canale di Panama, ormai totalmente panamense, vuole terminare il nuovo canale, a cui sta lavorando dal 2006, rendendolo più largo e totalmente informatizzato, in modo da far passare anche le navi da 150 mila tonnellate. Speriamo che ciò non faccia rimpiangere il vecchio matrimonio, provocando qualche inatteso incidente. Tutto è possibile, purché non si perda di vista che l’uomo sempre e comunque deve, dovrebbe essere al di sopra di tutto ciò. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7893452306815186809?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7893452306815186809/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7893452306815186809' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7893452306815186809'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7893452306815186809'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/06/miraflores-locks-lacqua-solida-che-sale.html' title='Miraflores Locks, l&apos;acqua solida che sale'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-oPJhvQziJTY/TfYcAVrer-I/AAAAAAAAAp8/Yi3FekhlrJg/s72-c/Miraflores%2BLocks.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5780327902625211119</id><published>2011-06-01T16:51:00.002+02:00</published><updated>2011-06-01T16:56:47.405+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Malta'/><title type='text'>Malta, dove sbarcò Paolo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-2ZWwh9h1BLM/TeZTIa9PzUI/AAAAAAAAApw/TROj8tabbYs/s1600/Malta.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 267px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-2ZWwh9h1BLM/TeZTIa9PzUI/AAAAAAAAApw/TROj8tabbYs/s400/Malta.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5613265389704170818" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="Testolibro"&gt;L'isola mediterranea è al centro dell'interesse per la nuova legge sul divorzio e per la sua politica d'immigrazione. E pensare che laggiù era sbarcato un immigrato d'eccezione...&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Già nell’avvicinamento all’aeroporto di Luqa si coglie che la grandezza di Malta non è calcolabile con il righello, ma è data dalla posizione geopolitica invidiabile, a eguale distanza tra Gibilterra e Beirut, e a un tiro di schioppo dalla Sicilia e dall’Africa. Un epicentro mediterraneo, dunque, culla di civiltà neolitiche pacifiche e religiose; porto di approdo per i naufraghi, come successe a Paolo l’apostolo ed ai suoi accompagnatori; centro di irradiazione cristiana, come al tempo dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni; ponte tra mondo arabo nordafricano e Occidente, come negli anni Settanta nella crisi libica; centro di pace universale, come in occasione dell’incontro del 1989 tra Bush e Gorbaciov, che segnò la fine definitiva della guerra fredda. Niente male per un Paese di poche decine di chilometri quadrati, con poche centinaia di migliaia di abitanti.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;La sua gente è discreta, diresti timida e coltivata, così diversa dai vicini siciliani o tunisini: un taxista mi ha scorrazzato tra vecchie pietre e cale azzurre con una gentilezza signorile che sono sicuro avrebbe avuto identica nei confronti di un povero o del presidente della repubblica. Stupisce poi la profonda religiosità che anima questo popolo, che affolla le chiese anche nei giorni feriali e che annovera due santuari mariani meta di incessanti pellegrinaggi. Se solo si prova a mettere in dubbio lo sbarco di San Paolo nell’isola, come testimoniano esplicitamente gli Atti degli apostoli, ma su cui alcuni studiosi esprimono delle perplessità, ci si rende immediatamente conto dalle reazioni che quell’avvenimento fondatore della loro fede è vero perché per duemila anni questa gente ha conservato il suo credo nonostante le tante dominazioni.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;E poi la lingua, così originale nella sua radice semitica (anche se viene scritta in caratteri latini), ma contaminata da innumerevoli vocaboli moderni sia italiani che inglesi. Nell’incomprensibile fraseggio arabeggiante si colgono parole familiari (computer, polizia, comunicazione…), e ci si diverte a cercare di dare un senso alla frase. Ma non ce n’è nemmeno bisogno: in qualche modo ci si fa capire qui a Malta, perché gli abitanti parlano quasi tutti tre lingue: maltese, inglese e italiano.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;L’isola di Valletta e quella di Gozo, le maggiori tra quelle che costituiscono lo Stato di Malta, appaiono da qualunque punto le si osservi (dall’alto) come due gradini oblunghi, appaiati l’uno all’altro. Gradini per accedere al Cielo e al mare.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5780327902625211119?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5780327902625211119/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5780327902625211119' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5780327902625211119'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5780327902625211119'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/06/malta-dove-sbarco-paolo.html' title='Malta, dove sbarcò Paolo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-2ZWwh9h1BLM/TeZTIa9PzUI/AAAAAAAAApw/TROj8tabbYs/s72-c/Malta.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-449139904020741908</id><published>2011-05-26T11:23:00.003+02:00</published><updated>2011-05-26T11:34:14.539+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cuba'/><title type='text'>Cojimar, il vecchio e il mare</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-00mDd9PYcd0/Td4ehVIniYI/AAAAAAAAApo/9PThTBkv4QU/s1600/Cojimar.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 268px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-00mDd9PYcd0/Td4ehVIniYI/AAAAAAAAApo/9PThTBkv4QU/s400/Cojimar.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5610955743708023170" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;h3 style="font-family: arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cuba: dove il "mojito" diventa romanzo. Qui Hemingway scrisse il suo più celebre libro. Aprile 2011.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;Mi aveva detto un carissimo e competente amico letterato argentino che per capire Cuba bisognava almeno visitare il luogo dove Ernest Hemingway aveva scritto &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Il vecchio e il mare&lt;/i&gt;, perché così avrei intuito almeno un po’ quel che può trattenere qui a Cuba uno straniero, e uno straniero che vive di cultura. Così, guidato da un ingegnere meccanico che fa il tassista per sopravvivere decentemente – il salario come ingegnere sarebbe di 18 dollari al mese –, passo dalla troppo turistica Habana Vieja all’improvvisa campagna cubana che, all’avvicinarsi del mare, diventa un incanto di banani e palmizi, e di altre essenze tropicali. Alle fermate degli autobus s’accalca una folla incredibile: non ci sono mezzi per assicurare corse regolari, per cui la gente si piazza lì anche ore ed ore in attesa di un qualche bus che possa avvicinarli alla città. Ma non c’è il minimo segno di nervosismo, tutti aspettano con &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;nonchalance&lt;/i&gt; e, direi, con sano fatalismo senza il quale sarebbe difficile sopravvivere.  &lt;p class="Testolibro"&gt;La cittadina è composta di villette a un solo livello: qualche modesto arricchito s’è avventurato a sopraelevare di un livello la sua casetta, con risultati di solito poco piacevoli. Qua e là si scorgono abitazioni precedenti alla Rivoluzione, tutte o quasi in sfacelo, eppure ancora fascinose di polvere e decadenza. C’è poco d’altro lontano dal mare, solo casette e polvere e bambini sbizzarriti. “La terrazza” è il bar-ristorante dove Ernest Hemingway amava trattenersi a bere e, talvolta, a scrivere. Traeva ispirazione dalla vita dei pescatori, che qui venivano a bersi il loro &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;r&lt;/i&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;&lt;span style="mso-bidi-;font-family:Times;" &gt;ó&lt;/span&gt;n&lt;/i&gt; al termine del lavoro, ebbri di sole e salsedine, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;cansado&lt;/i&gt; di pesca e di miserie casalinghe. Qui fantasticavano, qui lasciavano che la brezza marina scompigliasse i loro pensieri, èportando loro l’umidità e gli odori della piccola cala dove l’acqua marina amava prendere un momento di riposo. Qui aspettavano la notte, serviti dai cubani dalla pelle scura e dagli abiti bianchi come le nuvole. Oggi à rimasto poco di tutto questo, il locale è pulitissimo (e caro), sulle pareti fanno bella mostra di sé dei trofei di pesca – pesci impagliati, come da noi si fa coi cinghiali o coi cervi – e le foto in bianco e nero di Ernest Hemingway in tutte le pose, soprattutto assieme a Fidel Castro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;M’avvio verso la spiaggia, o per meglio dire la piazza della cittadina che degrada verso il mare e la piccola fortezza che i soldati cubani sembrano voler difendere fino alla morte. Di fronte c’è un piccolo monumento neoclassico – Hemingway sarebbe inorridito nel vederlo, o forse no –, che racchiude un busto del nostro eroe, voluto e realizzato dagli stessi pescatori di Cojimar. Ma quel che pare assolutamente autentico sono i ragazzini e le ragazzine che sguazzano nello specchio d’acqua antistante la piazza, che amoreggiano naturalmente, che adescano altrettanto naturalmente l’estraneo che io sno, che si abbandonano al loro gioco preferito, l’indolenza. Un gioco fantastico e pericoloso. Ernest Hemingway ci lasciò le penne.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-449139904020741908?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/449139904020741908/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=449139904020741908' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/449139904020741908'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/449139904020741908'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/05/cojimar-il-vecchio-e-il-mare.html' title='Cojimar, il vecchio e il mare'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-00mDd9PYcd0/Td4ehVIniYI/AAAAAAAAApo/9PThTBkv4QU/s72-c/Cojimar.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3863478881340158318</id><published>2011-05-09T08:33:00.003+02:00</published><updated>2011-05-09T08:41:37.441+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Gaza, la prigione più grande del mondo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-7WgGNxoh28c/TceMnWXY5II/AAAAAAAAApg/AHW2rcz-Lvk/s1600/Gaza2.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-7WgGNxoh28c/TceMnWXY5II/AAAAAAAAApg/AHW2rcz-Lvk/s400/Gaza2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5604602868932338818" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Hamas e Fatah si sono messe d'accordo per costituire un'unica entità. Perché le rivoluzioni arabe premono, e perché la Striscia è uno scandalo.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Riparliamone.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraverso la città. In un mercato mi fermo a scattare qualche foto. La merce c’è, in mucchi più o meno regolari, ma ancor più della merce sembrano numerosi i venditori e le venditrici, spesso dinanzi a mucchi striminziti di due patate o tre zucchine. Asini come sempre ovunque. I giovani stanno al gioco delle foto, alcuni almeno; poi arriva un barbuto di Hamas e mi allontana. Le indicazioni stradali sono totalmente assenti, se non conoscono le strade è inutile cercare di orientarsi. Le donne sono quasi tutte coperto dallo &lt;i style=""&gt;hijab&lt;/i&gt;, mentre sono poche quelle col viso totalmente coperto. Ma il trucco delle giovanissime dice bene che nella cultura palestinese gli eccessi a cui chiama Hamas e la sua dottrina filo-iraniana non sarebbero contemplati. Le moschee sembrano gli edifici messi meglio in tutta la città: alcune sono state ricostruite, altre edificate ex novo, spesso con finanziamenti provenienti dall’estero. Gli ospedali ci sono, e i medici pure, ma mancano le medicine, talvolta persino le garze e l’elettricità; e le ambulanze non hanno nemmeno l’ossigeno, e ancor meno strumenti per la rianimazione. Qui è meglio non ammalarsi! Sono tantissimi i giovani che vedo a spasso per la città apparentemente senza occupazione alcuna. In effetti, mi confermano, la disoccupazione raggiunge vette impressionanti, e chi è laureato non ha quasi nessuna possibilità di trovare un lavoro adeguato ai suoi titoli. Così si inventano occupazioni improbabili, o di pochissimo beneficio. Le università sono numerose e piene, così almeno i giovani si occupano, ma con prospettive misere. L’illuminazione stradale è totalmente assente, o quasi; sono le lampadine dei pochi negozi aperti che permettono di orientarsi. È facile capire come la vita notturna di Gaza City sia praticamente ridotta a nulla.   &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Ahmed, il mio autista, è puntualissimo. Tre o quattro colpi di clacson, ed eccomi in macchina. Direzione mare: appare all’orizzonte di una lunga discesa. Dinanzi si erge una costruzione scarnificata, che ha tutta l’aria di un moncherino eretto verso il cielo a ricordo di una guerra disumana. Era un palazzone di una decina di piani. Alla sua base giacciono grovigli di tondini mostruosi; quel che rimane del cemento armato dopo le sottrazioni delle pietre e del cemento che vengono triturate e riciclate per costruire o ricostruire. Il mare è bello, azzurro, solcato da un paio di barchette di pescatori. Sulla spiaggia decine di uomini rovistano nelle rovine o raccolgono un po’ di legna per casa. Il porto fa tenerezza, con due o tre traghetti piegati su un fianco sulla battigia. Una cinquantina di piccoli pescherecci fa loro da corona. Qualche pescatore vende pesci ancora guizzanti: «Non è pesce buono – scuote la testa Ahmed –, perché l’acqua da queste parti è infetta». Forse patisce un riflesso dell’offesa ricevuta e dell’impossibilità di considerare il mare come una via di fuga, una porta alla libertà, un orizzonte aperto. A Gaza anche il mare è un muro.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Poi la peregrinazione, quasi un pellegrinaggio, ai luoghi del vuoto, dove cioè la distruzione della guerra. Ha colpito nel 2008. Ormai la quasi totalità delle macerie è stata rimossa. Mi consentono di scattare qualche foto nel sito dove si ergevano quattro ministeri, tra cui quello degli Affari Esteri. Non restano che gli archi d’entrata, orfani di ogni senso. Tre o quattro guardie stanno a guardia del nulla. Sui muri, ovunque, la fantasia popolare – ma soprattutto la propaganda di Hamas e, una volta, di Fatah – espone la protesta contro Israele, la sofferenza del presente e la rivolta contro l’umiliazione. Anche i muri delle università e della sede dell’Onu sono dipinti nella quasi integrità. Ovunque poliziotti, quasi sempre appiedati, imbracciano armi che anche ad un occhio inesperto come il mio appaiono obsoleti. E ovunque sventolano le bandiere verdi di Hamas, l’onnipresente partito-potere-resistenza che tanti amano alla follia, ma che altrettanti detestano cordialmente. Un regime per le cui mani tutto passa, in una corruzione che assomiglia tanto, ormai, a quella dei nemici di Fatah, e all’esempio di tanti regimi del mondo arabo che stanno crollando uno dopo l’altro. Il tassista Ahmed è totalmente disilluso, anche da Hamas: «Morti Rabin e Sadat – mi dice – la pace s’è allontanata, e chissà quando tornerà. Qui non abbiamo più illusioni, viviamo per bere e mangiare, e basta».&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Una presenza ormai usuale a Gaza e in tutta la Striscia è quella degli asini e dei muli. Ce ne sono ovunque, è l’unico sistema di locazione il cui prezzo sale giorno dopo giorno. In alcune vie del centro di Gaza City il loro transito è stato addirittura vietato, per non intralciare il traffico, peraltro mai intenso di questi tempi. Le auto sono ridotte in malo modo, sgangherate è dire poco. È raro vedere una macchina con il parabrezza integro: quello del nostro taxi ha tre fori da pallottola… La benzina che viene dall’Egitto è a buon mercato, ma è cattiva; quella israeliana è carissima, più che in Italia, anche se la sua qualità è buona. Le attività nella Striscia sono assai precarie e limitate, e si sorreggono solo sulle merci in arrivo dai tunnel verso l’Egitto, a Rafah e dintorni. Le botteghe appaiono sfaccendate, immancabilmente c’è gente seduta fuori dalla serranda in attesa di ipotetici clienti che hanno poco o nulla da spendere. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Nel &lt;i style=""&gt;city tour&lt;/i&gt; ci avviciniamo alla frontiera con Israele, a sud di Erez. Il quartiere che attraversiamo, uno dei più colpiti dalla offensiva israeliana del 2008, è ridotto male. Non c’è casa che non conservi tracce dell’assalto: i rosari degli impatti delle pallottole fanno ancora impressione. Al termine del quartiere, già in aperta campagna – una terra verde e fertile, ma trascurata come poche –, c’è quello che chiamano il “cimitero dei martiri”, in realtà uno dei cimiteri di Gaza nel quale sono stati sepolti molti dei mille morti dell’attacco israeliano. Poi fabbriche e depositi, greggi e asinelli, trascuratezza e pressapochismo. Mucchi di ferrovecchio e di macerie, silos di cementifici che trovano la loro materia prima nella distruzione: «Viviamo solo con lo spirito di Dio», mi dice Ahmed, cercando di superare un avvallamento del terreno riempito d’acqua piovana, ieri mattina caduta assai copiosamente. La desolazione dei campi verso Erez fa spavento: mucchi di detriti o di terra, alberi lasciati senza cura, coltivazioni sommarie… carretti trascinati da asini e muli, donne piegate su qualche mucchietto di sterpaglie, case mai terminate, in ogni caso mai intonacate. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;La polvere è ovunque, la penna che scivola sulle pagine del mio taccuino scricchiola. Non potrò mai dimenticare i sentimenti di prigionia che si vivono a Gaza. Assediata. Ma anche i sentimenti di squallore, di precarietà, di incapacità organizzativa, di sospensione e di fatalità. Porto nel mio cuore gli abitanti della Striscia.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3863478881340158318?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3863478881340158318/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3863478881340158318' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3863478881340158318'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3863478881340158318'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/05/gaza-la-prigione-piu-grande-del-mondo.html' title='Gaza, la prigione più grande del mondo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-7WgGNxoh28c/TceMnWXY5II/AAAAAAAAApg/AHW2rcz-Lvk/s72-c/Gaza2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1927927425500641051</id><published>2011-04-28T08:28:00.003+02:00</published><updated>2011-04-28T08:37:59.247+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Huntsville, dove arrivò von Braun</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-xAVBrSmhi5k/TbkLNorCgNI/AAAAAAAAApY/-X_7EzJGZlU/s1600/Huntsville.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-xAVBrSmhi5k/TbkLNorCgNI/AAAAAAAAApY/-X_7EzJGZlU/s400/Huntsville.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5600519940496064722" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-family:Times;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;La navetta Endeavour e lo Shuttle vanno in pensione. Visita alla città dove fu concepita la conquista Usa dello spazio.&lt;/span&gt;  &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fondo è una piccola città della provincia statunitense, nel nord dell’Alabama, &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;sweet home&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, dolce casa, come recita una nota canzone. Eppure Huntsville ha una sua storia di enorme valore nel XX secolo, perché qui arrivò il più noto scienziato del nucleare negli anni Quaranta, che diventerà padre dell’atomica Usa, quel Wernher von Braun che era stato nazista ma che aveva abbandonato Hitler dopo essersi accorto della sua follia. Von Braun, cioè colui che seppe mettere in moto una virtuosa congrega di scienziati (virtuosa nel senso di creativa) che portò gli Stati Uniti a primeggiare in campo tecnologico, in particolare nel campo della ricerca spaziale. In questa città, che ancor oggi ha il più alto tasso di PhD, cioè di dottorati, degli Stati Uniti, sono stati inventati e costruiti – anche se poi venivano assemblati in altre sedi – tutti i principali razzi civili e militari fino agli anni Ottanta, persino quello che portò l’uomo sulla luna, lo straordinario Saturno V. Tutti con tecnologie che non conoscevano ancora la rivoluzione informatica e digitale, che rappresentavano capolavori di altissima ingegneria, coniugata con la straordinaria concretezza degli statunitensi. Poi arrivò l'informatica che cambiò anche il modo di andare nello spazio: Endeavour è una navicella tutta digitalizzata...&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;È un museo quello che si visita, un parco dove sono allineate le steli al dio della conquista, al dio del cielo raggiunto dalla terra. Sono steli bianche, atte a contenere propano e idrogeno liquido, propellenti per forzare la gravità terrestre e sfidare le stelle. I ragazzi e le ragazze in visita al museo assieme ai loro insegnanti paiono non interessarsene più di tanto, mentre si entusiasmano per una catapulta meccanica che li fa salire e scendere a rapidità elevatissima lungo una colonna d’acciaio. È il loro modo di interessarsi alla conquista del cielo, a partire da questa terra. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;La lunga epopea della conquista dello spazio pare straordinariamente umana, soprattutto oggi, osservando in fondo il carattere artigianale di ognuno dei sei milioni di pezzi che contribuirono al completamento del Saturno V e dello Spacelab e delle navette Apollo. Geniali Stati Uniti, capaci delle massime punte di genio e delle convivialità più spinte. Giovanissimi professionisti della Nasa e di altri centri di ricerca, ingegneri e biologi e informatici. sono ovunque nella città. Qui esiste veramente la possibilità di crescere ancora giovani nelle proprie qualità professionali, ed esprimerle compiutamente. C’è &lt;i style=""&gt;brassage&lt;/i&gt; di razze, c’è libertà di espressione, c’è in qualche modo il senso del bene comune, l’identificazione in una bandiera, in un progetto, in una sfida. Qui stanno molto meglio di quanto non stiamo noi nella vecchissima Europa.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1927927425500641051?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1927927425500641051/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1927927425500641051' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1927927425500641051'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1927927425500641051'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/huntsville-dove-arrivo-von-braun.html' title='Huntsville, dove arrivò von Braun'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-xAVBrSmhi5k/TbkLNorCgNI/AAAAAAAAApY/-X_7EzJGZlU/s72-c/Huntsville.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8620109314656724943</id><published>2011-04-20T23:41:00.003+02:00</published><updated>2011-04-20T23:47:36.659+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Repubblica Dominicana'/><title type='text'>La casa del figlio di Cristoforo Colombo</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-XKFxZxNfnto/Ta9UXOy-5AI/AAAAAAAAApQ/jYJmpL1Afdo/s1600/Colon.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5597785619930473474" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 267px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-XKFxZxNfnto/Ta9UXOy-5AI/AAAAAAAAApQ/jYJmpL1Afdo/s400/Colon.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Santo Domingo, un trionfo di stile coloniale, ricco di vestigia che riportano indietro ai tempi della "scoperta".&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Visita mattutina alla Casa di Colón, dove abitò il figlio di Cristoforo, Diego e della consorte, Doña María de Toledo. Una abitazione in stile gotico-Mudéjar, sul bordo della grande e asimmetrica Plaza España, abbacinata dal sole, mentre sullo sfondo sfilano i grandi bastimenti nel porto fluviale di Santo Domingo. Le due facciate, con sei arcate sovrapposte su due livelli, è di una perfezione totale, così come la pietra sapientemente restaurata trasmette il senso del tempo, della Spagna e dei Caraibi insieme, del mare e della terra, delle battaglie per la Conquista e quelle per la Giustizia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La dimora, abitata per un secolo dalla famiglia Colón, venne poi abbandonata, e usata quindi come prigione, magazzino, discarica e infine cadde in rovina. Venne quindi restaurata in più riprese dagli anni Cinquanta. L’interno, apparentemente ricostruito con mobili e suppellettili d’epoca – alcuni dei quali sembrano essere realmente appartenuti alla famiglia Colón – trasmette un senso di eleganza, essenzialità ed esattezza delle scelte estetiche che la visita non può concentrarsi sul singolo pezzo d’arredamento, ma deve fare i conti con l’armonia dell’insieme.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Basta avere un po’ d’immaginazione e sostituire alle grandi navi da trasporto attraccate sui moli appena a ridosso della Casa di Colón dei galeoni lignei d’epoca, ed ecco che il miracolo della Conquista torna prepotente, un’epopea del genio umano. Ma non entriamo nel merito di chi ha conquistato chi. Diventeremmo ingiusti.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8620109314656724943?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8620109314656724943/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8620109314656724943' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8620109314656724943'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8620109314656724943'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/la-casa-del-figlio-di-cristoforo.html' title='La casa del figlio di Cristoforo Colombo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-XKFxZxNfnto/Ta9UXOy-5AI/AAAAAAAAApQ/jYJmpL1Afdo/s72-c/Colon.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3006522914320877500</id><published>2011-04-16T04:39:00.003+02:00</published><updated>2011-04-16T05:05:16.443+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Haiti'/><title type='text'>Ouanamethe, la frontiera tra Terra e Marte</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-l1_iLDLptpo/TakHVTCHCRI/AAAAAAAAApI/Jfo5UidP1wo/s1600/ouanameth%25C3%25A9.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5596012074452322578" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 267px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-l1_iLDLptpo/TakHVTCHCRI/AAAAAAAAApI/Jfo5UidP1wo/s400/ouanameth%25C3%25A9.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Il passaggio tra Haiti e la Repubblica Dominicana è uno choc. Nella stessa isola d'Hispaniola.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Dopo le quasi due ore di strada sterrata tra Savanetté – che mi accorgo, almeno sulla carta, essere a pochi chilometri dalla frontiera della Repubblica Dominicana –, dopo essere passati per un paesello chiamato Gens-de-Nantes, cioè “gente di Nantes” – l'amico deputato Larèche si precipita a spiegarmi che lì erano arrivati dei cittadini della città francese, appunto – giungiamo alla città capoluogo della regione di Ouanamethe (che la mia cartina chiama “Quanamethe”, con gran scandalo dei miei sei compagni di viaggio). Il nostro capo-accompagnatore, come già fatto in due-tre occasioni nel corso del tragitto, si ferma a parlare con uno sconosciuto che gli rimette una busta commerciale gialla, la stessa che gli avevano messo nelle mani gli altri interlocutori, dalla quale egli estrae un plichetto di documenti ricoperti di timbri, che l’onorevole consulta in pochi minuti, per poi sistemare la busta al di sopra dell’impolverato parasole. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Rispetto a Port-au-Prince e a Cap Haitien, Ouanamethe pare un piccolo e insignificante borgo di provincia, con poche decine di commerci e sparse bottegucce ambulanti, rare case a due livelli, pochissimi edifici pubblici, il solito distributore Total e un poliziotto che pare più indaffarato a conversare con le giovani passanti che a regolare il traffico. Al termine dell’abitato, d’improvviso si apre un vasto spazio sterrato, una terra di nessuno, su un limite del quale si ergono i muri bianchi e coronati da robuste spirali di filo spinato di una base dell’Onu. Alcuni grossi truck si riposano, anche se paiono ancora bollenti e impolverati di rosso. Poi, come spesso succede alle frontiere, d’improvviso si materializza l’inconfondibile incrostazione umana del “passaggio”, i pochi reali viaggiatori e i molti che vivono di questa rara specie umana. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Un ponte segna la frontiera, un ponte su un rigagnolo fetido e ridotto a una discarica. Brillano i cinque o sei elmetti celesti dei “caschi blu”, che qui sono uruguagi. Nella poverissima baracca della frontiera haitiana, il deputato ci mette il tempo di due strette di mano a farci apporre i tamponi del visto d’uscita. Non può però accompagnarci oltre il cancello che segna la frontiera, che pare la barriera di una villetta piccolo-borghese, scrostata e un po’ cigolante. Appena al di là, della gente indaffarata ci obbliga a compiere un’operazione poco consueta per una frontiera: lavarci le mani, per giunta da un rubinetto che lascia cadere poche gocce calde e marroni. Forse è il residuo di una profilassi anticolerica. Poi riusciamo a capire dove dobbiamo apporre il visto d’entrata, formalità sbrigata fortunatamente in pochi minuti di caos ordinato. E la frontiera si apre, la Repubblica Dominicana ci accoglie. E il mondo d’improvviso cambia. Nella stessa isola di Hispaniola, due mondi coesistono. Di qua la Terra, di là i marziani. O viceversa?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3006522914320877500?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3006522914320877500/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3006522914320877500' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3006522914320877500'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3006522914320877500'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/ouanamethe-la-frontiera-tra-terra-e.html' title='Ouanamethe, la frontiera tra Terra e Marte'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-l1_iLDLptpo/TakHVTCHCRI/AAAAAAAAApI/Jfo5UidP1wo/s72-c/ouanameth%25C3%25A9.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-4398280980920146878</id><published>2011-04-11T18:23:00.002+02:00</published><updated>2011-04-11T18:29:26.609+02:00</updated><title type='text'>Straordinari nomi haitiani</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-SkFiaW-ANZQ/TaMsUwQbH4I/AAAAAAAAApA/gHYqsocLv3M/s1600/bus.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5594363897187082114" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 267px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-SkFiaW-ANZQ/TaMsUwQbH4I/AAAAAAAAApA/gHYqsocLv3M/s400/bus.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Negozi e autobus a Port-au-Prince e in tutta l'isola caraibica dicono la fede di un popolo e la speranza di rinascita.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Lista di negozi, tradotti dal francese e, più raramente, dall’inglese, scritti sul mio taccuino tornando da Fondwa a Port-au-Prince: Tessuti Maria Maddalena; Mercato delle pulci Angelo Gabriele; Farmacia di Canaan; Cappella funeraria Pace di Dio; Cyber-Dio computer; Gloria a Dio prodotti alimentari; Lotto del Padre Abramo; Lotto La fede; Banca Visione divina; Lotto Uguaglianza; Avvocato Libertà; Foto San Pietro; Dentista La pazienza; Immagine di Dio, foto belle; Bevande Tutto è di Gesù; Affari Axel; Spiaggia Diaspora; Casa d’affari Annunciazione; Asilo Shekinah; Deposito Alleluia; Materiali Gesù alfa e omega; L’Eterno, prestiti per tutti; L’egoismo non è una qualità; Chincaglieria Fraternità; Un nuovo mondo, pompe funebri; La grazia di Dio, provviste alimentari; Deposito di legno Potenza di Dio; Hotel Talebani; Spiaggia Venesia Bellisimo; Acqua Miracolo; Deposito Immacolata Concezione; Villaggio della felicità; Panificio Shalom; Boutique Dio è più forte; Nel nome della Grande Sant’Anna; Piscina Josuè; Saponi Grazie Sant’Andrea; Benedizione alimentari; Deposito Aquila degli Ultimi Tempi; Servizio Principale Forza Divina; Negozio Il rispetto; Bevande la Volontà di Dio; San Tappo; Chincaglieria Adonai; Banca Vita eterna; Ristorante Adonai; Fornaio Figlio di Dio; Lotto Padre Eterno; Lotto Babbo Natale; Ovile del Buon Pastore Pneumatici… E trascrivo queste scritte tracciate sui parabrezza degli autobus: Dio è buono; Grazie Gesù; Salmo 23; Unione eterna; Dio vi ama; Dio che decide; Dio dirige; Cristo è la risposta; L’egoismo non è una qualità; Bontà e gioia; Oh My God!; Gesù Re; Saggezza di Dio; Cristo capace; Pieno potere; Cristo torna; Gesù dinanzi… &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-4398280980920146878?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/4398280980920146878/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=4398280980920146878' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4398280980920146878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4398280980920146878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/straordinari-nomi-haitiani.html' title='Straordinari nomi haitiani'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-SkFiaW-ANZQ/TaMsUwQbH4I/AAAAAAAAApA/gHYqsocLv3M/s72-c/bus.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-744169111018727766</id><published>2011-04-10T13:36:00.003+02:00</published><updated>2011-04-10T13:41:20.834+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Haiti'/><title type='text'>Port-au-Prince, troppo</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-BlgPS-tQOUE/TaGXVnMRCyI/AAAAAAAAAo4/l4NnI-g4Oq4/s1600/Pak%2BAcra.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5593918609724345122" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 268px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-BlgPS-tQOUE/TaGXVnMRCyI/AAAAAAAAAo4/l4NnI-g4Oq4/s400/Pak%2BAcra.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;L'impatto con la capitale haitiana non lascia scampo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Tornato finalmente a casa trafelato e madido di sudore, fatta una doccia liberatrice, mi accomodo su una poltrona del portico grande della casa degli oblati che mi ospita. Spira una leggera e fresca brezza, dopo un’indicibile catena di emozioni che hanno, come sempre ai tropici, coinvolto tutti e cinque i sensi. Cerco di farmi largo nella folla dei ricordi, delle immagini registrate dai neuroni del mio cervello, più che dalle schedine digitali della mia macchina fotografica, nella catena ininterrotta di emozioni che la giornata mi ha riservato. L’impatto della città, non posso negarlo, è stato imponente, straziante, direi impossibile da acquietare. Sì, Port-au-Prince mi ha buttato per aria le certezze della mia vita pacifica e in fondo bella. Troppa umanità straziata, troppa ingiustizia, troppi contrasti, troppo fango, troppa fogna, troppa puzza, troppi sorrisi, troppe strette di mano, troppe vergogne loro e mie, soprattutto mie. Troppo. Berlusconi direbbe “poveri cristi”, la Clinton “umanità che attende la nostra mano”. Ma qui sono troppi, c’è solo un solo, enorme Cristo abbandonato che grida, esteso come la metropoli haitiana, numeroso come il milione di persone che ancora non ha una casa in muratura o in legno ma solo un telo sopra la testa, indignato come le troppe donne violate dai maschi in calore nella promiscuità colpevole, angosciato come i disoccupati al 90 per cento della popolazione, sfigurato come il centro cittadino sconvolto dal sisma, spaventato come i bambini che piangono dinanzi al mio obiettivo, sfruttato come il mare di Ong che qui sfruttano l’emergenza. Troppo. La città dall’alto, nella placida sera tropicale sulla baia di Port-au-Prince, pare un’oasi di pace, ombreggiata dai palmizi che svettano dinanzi alla mia abitazione sulla collina residenziale. Osservo il monumento di Aristide, sgorbio architettonico e imperizia ingegneristica, e non posso non sovrapporre la bellezza della sera alla miriade di volti il cui sguardo ho incrociato quest’oggi, il più delle volte per elemosinare una foto, chiedendo un ok, un cenno di assenso, il più delle volte concesso dalla benevolenza dell’oggetto dell’immagine, che ha surclassato la benevolenza, o la condiscendenza, o la presunzione, o la codardia, o la curiosità, o la vergogna da scoop, o la inconfessata supponenza del giornalista che io sono, che pretendo di essere, un pur capace scribacchino che redige un libro in una settimana, mentre in una settimana Nadine, una donna scorta nella penombra di una tenda, non arriva a raggranellare per i suoi sei figli nemmeno cinque dollari vendendo banane e carbonella. Port-au-Prince s’avvia all’oscurità, e non posso non distendermi per la notte accanto alle ricchezze umane – umano-divine? – che oggi la Provvidenza mi ha dato d’incontrare. Mi sento fortunato. Anzi, benedetto. E quando, poco più tardi, comincia a piovere un acquazzone tropicale che pare il cielo caduto in terra ripenso alle tende dei terremotati. Abbiamo diritto di lasciare anche un solo bambino, una sola donna, un solo vecchio in balia dei terribili capricci del tempo? M’addormento nel fango.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-744169111018727766?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/744169111018727766/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=744169111018727766' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/744169111018727766'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/744169111018727766'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/port-au-prince-troppo.html' title='Port-au-Prince, troppo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-BlgPS-tQOUE/TaGXVnMRCyI/AAAAAAAAAo4/l4NnI-g4Oq4/s72-c/Pak%2BAcra.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-4252152335807092571</id><published>2011-04-09T14:06:00.002+02:00</published><updated>2011-04-09T14:10:00.049+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Atlanta, dove si vola</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-ZQST9xnYvr0/TaBMfSq4toI/AAAAAAAAAow/q4S50AkP9bA/s1600/atlanta.jpeg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5593554837665527426" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 257px; CURSOR: hand; HEIGHT: 196px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-ZQST9xnYvr0/TaBMfSq4toI/AAAAAAAAAow/q4S50AkP9bA/s400/atlanta.jpeg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Il più grande aeroporto del mondo. Dove si impara anche la gentilezza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Perso tra tapis roulant, valigie che spariscono, corridoi senza fine e metropolitane che la Concorde-Porte d’Italie fa ridere i polli, mi chiedo perché mai mi sia lasciato convincere a volare con la compagnia che ha sede ad Atlanta, con notte allegata in un Holyday Inn discretamente dozzinale, che sa di fumo rancido, di caffè pura arabica e di moquette polverosa. Molto meglio sarebbe stato fare rotta su Madrid e pi filare dritto verso Santo Domingo con gli ispanici. Ma l’istinto del viaggiatore mi suggerisce di non prendermela, di accettare gli inconvenienti e di cercare di cogliere il meglio dalle inattese lungaggini a cui vengo sottoposto, corvée a cui in realtà tutti i viaggiatori si sottopongono. Nella infinita coda per il ontrollo del passaporto, in realtà mi rendo conto che i più indisciplinati e maleducati, insofferenti e incapaci di non fregare il posto a chi li precede sono proprio gli italiani, tutti quanti dei piccoli Berlusconi strafottenti e superficiali o piccole Santanché abbronzate da lampada e ritoccate dai chirurghi. Che figura che ci fa il Bel Paese! È una città nella città, l’aeroporto di Atlanta. Si tratta di il più vasto scalo aereo del mondo, qualcosa come cento milioni di passeggeri all’anno! Avvicinandosi a terra per l’atterraggio, si ha l’impressione di scorgere un’impressionante ed enorme lisca di pesce – i tanti terminal dello scalo, almeno sette, ognuno dei quali conta decine e decine di attracchi – a cui si sono attaccati un’infinità di pescetti parassiti, cioè gli aerei. La lisca di pesce si stende avendo sullo sfondo la skyline della città di Martin Luther King, nemmeno tanto lontana dall’aeroporto. Anche dal basso, a livello della terra e non del cielo, dell’uomo e della donna e non degli uccelli e degli angeli, la mastodonticità del sito colpisce e stordisce. Ci metto due ore a passare tutti i controlli, a recuperare per due volte le valigie, a sincerarmi di avere il visto per ritornare, a trovare lo shuttle dell’hotel, dove finalmente ritrovo un po’ d’umanità, cioè l’autista, un enorme uomo nero sulla settantina che se la ronfa beatamente, senza degnarsi di uno sguardo per chi vorrebbe essere trasferito rapidamente all’albergo. Atterro esausto su un enorme letto bianco fornito di sei cuscini, che non uso. La mattina, la colazione mi riporta nella grandeur alla statunitense, fatta di dimensioni fisiche e non morali o intellettuali. Forse mi sento disposto meglio nei confronti del genere umano, e così scopro che la città aeroportuale è popolata da una folla di inservienti che sono proprio al servizio dei viaggiatori, con humour, gentilezza e disponibilità. Le dimensioni dello scalo non si rimpiccioliscono, ma si umanizzano. E così in pochi minuti riesco a sbrigare le formalità per la partenza. Nel lungo rullaggio passiamo sopra autostrade a dieci corsie, in fila indiana, ventitré aerei con la voglia di rullare sulle piste e lasciar qualche chilo di caucciù sulle rugosità del cemento e dell’asfalto. Ovunque centinaia di auto, pullman e mezzi di manovra o di soccorso si danno da fare, guidati immancabilmente da uomini e donne ben in carne e dalla pelle nera. M’accorgo che le piste sono decine (proprio ieri sera leggevo su Usa Today che si ripetono in modo inquietante i casi di controllori di volo che si addormentano sul posto di lavoro), mentre circumnavighiamo isole di servizio enormi e brulicanti di attività. Le file di luci, accese anche in pieno giorno, paiono abbondanti come alla festa del patrono… Poi il decollo, il mio hotel, le macchinine che rimpiccioliscono, il brillio degli enormi parcheggi, distese di villette monofamiliari che disegnano geroglifici rastremati, laghi e piscine che sfavillano impertinenti. E il cielo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-4252152335807092571?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/4252152335807092571/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=4252152335807092571' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4252152335807092571'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/4252152335807092571'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/04/atlanta-dove-si-vola.html' title='Atlanta, dove si vola'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-ZQST9xnYvr0/TaBMfSq4toI/AAAAAAAAAow/q4S50AkP9bA/s72-c/atlanta.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3403477927443603977</id><published>2011-03-16T09:08:00.002+01:00</published><updated>2011-03-16T09:12:22.462+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Giappone'/><title type='text'>Saichō, esempio per i giapponesi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-N5sc5HqJ0mg/TYBw3RJy0_I/AAAAAAAAAoo/O418Rgaywio/s1600/Saicho.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 300px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-N5sc5HqJ0mg/TYBw3RJy0_I/AAAAAAAAAoo/O418Rgaywio/s400/Saicho.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5584587632739013618" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="MsoNormal"&gt;Mentre il Giappone è sconvolto da terremoto-maremoto-emergenza atomica, l'esempio di un vecchio monaco spiega la compostezza dei figli del Sol Levante.&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;Volevano farci un regalo, i monaci del Monte Hiei, ed hanno colto nel segno. Dopo la preghiera mattutina, ci allontaniamo dall’area orientale dei templi (Tō-dō), per avvicinarci a quella occidentale (Sai-tō), forse la meno frequentata dai turisti, ma certamente quella più pregna di significato per i monaci del Monte Hiei. Dopo una passeggiata sotto gli ombrelli, immersi in un’alta foresta, e percorrendo un sentiero accompagnato da antiche lampade di pietra, giungiamo al Tempio della terra pura, Jōdo in, circondato da uno stupendo giardino di ghiaino pettinato a spirale, il luogo dove è stato sepolto il fondatore del buddhismo tendai, nell’822. Saichō Dengyō Daishi ha voluto lasciare qui la terra, santo tra i santi. Il monaco che ora vive qui, viene chiamato Jishin, e deve rispettare strettamente tutti i duri precetti ascetici voluti dal fondatore. E non a caso è proprio qui che affrontano i 12 anni di isolamento praticano la loro penitenza. Appena giunti sul posto, una melodia tantrica giunge ai nostri orecchi attraverso le fessure d’un tempietto di legno: è la voce dei monaci che non possono essere visti, i più coraggiosi. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;Il monaco che vive qui, e che ci fa da cicerone nella breve visita, mi fa avvicinare ad una sorta di botte di legno. La scoperchia. Dentro, su un letto di sabbia uniforme, è tracciato un percorso in parte incenerito, in parte ancora del color dell’ambra. È incenso. «Lo accendo ogni mattina alle tre, e deve rimanere acceso fino alle tre del giorno seguente, cioè 24 ore intere. È anche questa una sfida per dimostrare quanto la vita sia tutta una questione spirituale».&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;Tornando verso il parcheggio, scopro altri templi nascosti nel bosco. In particolare ne scorgo un paio identici, riuniti da un passaggio coperto Costituiscono, mi spiegano, il Ninai-Dō, aule per gli esercizi pratici sul &lt;i&gt;Lotus Sutra&lt;/i&gt; e sulla &lt;i&gt;Terra pura&lt;/i&gt;, che sono peraltro insegnamenti congiunti. Ed ecco il Tsubaki-Dō, piccolo e antico, grazioso e perfetto nelle dimensioni. E più in alto il vasto Shaka-Dō.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="MsoNormal"&gt;Passiamo infine dinanzi ad una grande statua di Saichō, che la nostra sorridente guida ci tiene a farci vedere. Dinanzi ad essa, ecco una grande vasca bianca circolare nella quale, il 16 marzo, giorno della Preghiera per la pace, vengono bruciate tutte le preghiere scritte su foglietti di carta rosa che la gente deposita nel corso dell’anno attorni ai templi del Monte Hiei.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3403477927443603977?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3403477927443603977/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3403477927443603977' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3403477927443603977'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3403477927443603977'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/03/saicho-esempio-per-i-giapponesi.html' title='Saichō, esempio per i giapponesi'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-N5sc5HqJ0mg/TYBw3RJy0_I/AAAAAAAAAoo/O418Rgaywio/s72-c/Saicho.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2268373160945089251</id><published>2011-03-08T08:34:00.002+01:00</published><updated>2011-03-08T08:37:48.363+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Novara, la cupola quasi disarmonica</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-q469FMOCux4/TXXcuuh8KLI/AAAAAAAAAog/h9l6cAHRt2k/s1600/novara.jpeg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 241px; height: 209px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-q469FMOCux4/TXXcuuh8KLI/AAAAAAAAAog/h9l6cAHRt2k/s400/novara.jpeg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5581610008518076594" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Si parla di nuovo della città piemontese per via delle imprese calcistiche della sua squadra, in serie B. Visita per una ritardata partenza dalla Malpensa, 2008.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Ci sono città – in tutto il mondo più conosciuto e in quello meno conosciuto – il cui abitato è dominato da una costruzione, un campanile, una torre, oppure una montagna, un picco, un avvallamento. Un elemento, cioè, che sintetizza e riassume, o forse appiattisce il resto della città. Si pensi, ad esempio, alla cattedrale di Chartres, visibile da qualsiasi landa sperduta per un raggio di alcune decine di chilometri. Si pensi, ancora, al Pan di zucchero di Rio de Janeiro, roccia vellutata di clorofilla, presenza inquietante e rassicurante nel contempo, onnipresente. Si pensi, infine, a Varanasi, capitale spirituale dell’India, fagocitata dalla presenza della “madre di tutti i fiumi”, il Gange misterioso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Novara “è” la cupola antonelliana della Basilica di San Gaudenzio. Alta, slanciata, quasi disarmonica nel rapporto tra altezza e larghezza, in ogni caso ardita. Curiosa la storia di questo luogo di culto che, sorto a partire dal 1577 su disegno di Pellegrino Tibaldi (con campanile di Benedetto Alfieri), volle, con le sue decorazioni inusitate per l’epoca, essere in qualche modo il simbolo dell’effervescenza artistica dell’epoca barocca. E lo divenne, ma non solo per quello stile: in particolare nell’epoca delle penetrazioni napoleoniche nella Padania, divenne il rifugio, il ricettacolo di opere d’arte salvate dalla distruzione di monumenti rasi al suolo per far spazio al nuovo, al cosiddetto nuovo. E continue aggiunte rinascimentali alla basilica del santo patrono finirono col renderla il vero museo della gente e dell’intera città.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Finché l’Ottocento irruppe nella vita dei novaresi e l’integrazione del territorio nel Regno sabaudo – e poi a quello d’Italia – spinse gli amministratori a ridisegnare in profondità l’intera città, con il talvolta sciagurato abbattimento di chiese, mura e palazzi. Ma iniziative senza dubbio encomiabili non mancarono, come ad esempio proprio l’edificazione della cupola della Basilica di San Gaudenzio, affidata al grande architetto Alessandro Antonelli. Che passò gli ultimi 44 anni della sua vita, dal 1844 al 1888, a lavorare al progetto e alla sua realizzazione, parallelamente all’edificazione della Mole antonelliana di Torino. Si accavallarono, infatti, ovvi problemi strutturali a penurie finanziarie, e l’avversità di buona parte della popolazione. Ma la lunga gestazione permise ai novaresi di abituarsi a quell’ardita struttura, giungendo persino ad affezionarvisi. Così oggi Novara “è” la cupola antonelliana, senza se e senza ma. &lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Passeggio per le vie del centro storico in un sabato freddo ma assolato. Novara è un grosso borgo, più che una piccola metropoli. La gente si conosce, si saluta, spettegola deambulando nelle vie pedonali, sbircia le vetrine mentre i bimbi pattinano in una pista di ghiaccio da festa foranea e i vecchi conversano della crisi di governo sulle panchine attorno al vecchio e malconcio castello. Nel cortile del Broletto – secoli X e XI –, un bell’esempio di architettura civica medievale, le giovani e imbellettate mamme tecnologiche passeggiano i loro frugoletti d’uomo trattandoli come principini. Una città appagata, “borghese” che di più non si può, ricca se non addirittura opulenta. E rassicurata dalla svettante cupola antonelliana, che spunta ogni volta che si gira un angolo, come per dire ai novaresi che il mondo cambia e si rinnova, certo, ma con prudenza e lentezza, molto lentamente. Saliti i gradini della cupola – arditi come tutto – la vista della città placida e sonnacchiosa sembra dire che il mondo non cambia, resta sempre uguale a sé stesso.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2268373160945089251?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2268373160945089251/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2268373160945089251' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2268373160945089251'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2268373160945089251'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/03/novara-la-cupola-quasi-disarmonica.html' title='Novara, la cupola quasi disarmonica'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-q469FMOCux4/TXXcuuh8KLI/AAAAAAAAAog/h9l6cAHRt2k/s72-c/novara.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8228960634445052083</id><published>2011-02-24T08:29:00.003+01:00</published><updated>2011-02-24T08:36:06.762+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Gli asinelli di Gaza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-OUPLMCy_sWM/TWYKU68RPgI/AAAAAAAAAoY/NxFzGC6wrNw/s1600/Gaza.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-OUPLMCy_sWM/TWYKU68RPgI/AAAAAAAAAoY/NxFzGC6wrNw/s400/Gaza.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5577156543080644098" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Viaggio in Terra Santa/9&lt;/span&gt; &lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;&lt;br /&gt;Nella Striscia, una prigione a cielo aperto, torna un mezzo di locomozione d'altri tempi. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;br /&gt;Una presenza ormai usuale a Gaza e in tutta la  Striscia è quella degli asini e dei muli. Ce ne sono ovunque, è l’unico sistema di locazione il cui prezzo sale giorno dopo giorno. In alcune vie del centro di Gaza City il loro transito è stato addirittura vietato, per non intralciare il traffico, peraltro mai intenso di questi tempi. Le auto sono ridotte in malo modo, sgangherate è dire poco. È raro vedere una macchina con il parabrezza integro: quello del nostro taxi ha tre fori da pallottola… La benzina che viene dall’Egitto è a buon mercato, ma è cattiva; quella israeliana è carissima, più che in Italia, anche se la sua qualità è buona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le attività nella Striscia sono assai precarie e limitate, e si sorreggono solo sulle merci in arrivo dai tunnel verso l’Egitto, a Rafah e dintorni. Le botteghe appaiono sfaccendate, immancabilmente c’è gente seduta fuori dalla serranda in attesa di ipotetici clienti che hanno poco o nulla da spendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel &lt;i style=""&gt;city tour&lt;/i&gt; ci avviciniamo alla frontiera con Israele, a sud di Erez. Il quartiere che attraversiamo, uno dei più colpiti dalla offensiva israeliana del 2008, è ridotto male. Non c’è casa che non conservi tracce dell’assalto: i rosari degli impatti delle pallottole fanno ancora impressione. Al termine del quartiere, già in aperta campagna – una terra verde e fertile, ma trascurata come poche –, c’è quello che chiamano il “cimitero dei martiri”, in realtà uno dei cimiteri di Gaza nel quale sono stati sepolti molti dei mille morti dell’attacco israeliano. Poi fabbriche e depositi, greggi e asinelli, trascuratezza e pressapochismo. Mucchi di ferrovecchio e di macerie, silos di cementifici che trovano la loro materia prima nella distruzione: «Viviamo solo con lo spirito di Dio», mi dice i tassista, cercando di superare un avvallamento del terreno riempito d’acqua piovana, ieri mattina caduta assai copiosamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La desolazione dei campi verso Erez fa spavento: mucchi di detriti o di terra, alberi lasciati senza cura, coltivazioni sommarie… carretti trascinati da asini e muli, donne piegate su qualche mucchietto di sterpaglie, case mai terminate, in ogni caso mai intonacate. Poi il lungo tunnel dell'umiliazione. La polvere è ovunque, la penna che scivola sulle pagine del mio taccuino scricchiola.  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8228960634445052083?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8228960634445052083/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8228960634445052083' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8228960634445052083'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8228960634445052083'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/gli-asinelli-di-gaza.html' title='Gli asinelli di Gaza'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-OUPLMCy_sWM/TWYKU68RPgI/AAAAAAAAAoY/NxFzGC6wrNw/s72-c/Gaza.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5558994629052583681</id><published>2011-02-21T09:06:00.003+01:00</published><updated>2011-02-21T09:14:58.126+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Hebron, alla Tomba dei patriarchi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-6LMobNRm7Co/TWIe6kTLP0I/AAAAAAAAAoQ/awm5DZT-AvE/s1600/Hebron.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-6LMobNRm7Co/TWIe6kTLP0I/AAAAAAAAAoQ/awm5DZT-AvE/s400/Hebron.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5576053280163446594" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Viaggio in Terra Santa/8&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Dove l'odio s'è materializzato. La tomba divisa tra musulmani ed ebrei.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;La Tomba dei patriarchi in realtà è un complesso edificio che contiene, oltre alla moschea e alla sinagoga, anche una chiesa e la caverna Macpela – luogo che la tradizione biblica ritiene sia stata comprata da Abramo agli ittiti per seppellirvi la moglie Sara, e poi lui stesso vi fu sepolto, assieme a Isacco e Giacobbe con le loro mogli –, con architetture miste di età erodiana, crociata e islamica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le tombe di Abramo, Isacco, Giacobbe, Rebecca e altri patriarchi ancora di per sé non sono particolarmente attraenti. Almeno l’interno dell’edificio, spesso piegato nella sua austera bellezza alle esigenze votive degli uni e degli altri, non appare straordinario, mentre l’esterno è possente e nel contempo elegante. Ma i &lt;i style=""&gt;check point&lt;/i&gt; lo deturpano, nel silenzio più totale del classico vociare dei turisti, che non ci sono più dalla strage compiuta nel 1994 da un colono israelita proprio all'entrata della tomba. Sono il solo visitatore che non sia musulmano-palestinese, nella sezione a moschea, o ebreo-israeliano, nella sezione a sinagoga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In particolare mi colpisce la depressione che abita i musulmani nella moschea, con le loro preghiere strascicate e doloranti, direi sanguinolente, e dall’altra parte la frenesia di ebrei che paiono tutti estremamente ortodossi, al limite del fanatismo. Nella sinagoga c’è un grande afflusso di soldati, giovani reclute mi sembrano, tutti estremamente compiti e assorti nella preghiera ondeggiante e sincopata tipica degli ebrei. Si comportano come se non ci fossi, mi danno l’impressione di persone talmente concentrate su sé stesse da non accorgersi che il mondo è colorato. La paura gioca brutti scherzi.    &lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel cammino a ritroso lungo l’arteria commerciale che conduce alla Tomba, tutti i commercianti palestinesi, nessuno escluso, e un numero imprecisato di mocciosetti che vogliono vendermi dei braccialetti coi colori della bandiera palestinese, mi invitano a comprar qualcosa. Anche il mercante di legumi secchi, anche il fabbro ferraio, anche il calzolaio. E vorrei offrir loro qualcosa, ma sarebbe fatica infinita, una goccia nel mare. Li prendo con me, nel mio cuore, li accetto nella loro disillusione, così come porto con me quei soldatini di piombo. Piombo di paura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5558994629052583681?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5558994629052583681/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5558994629052583681' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5558994629052583681'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5558994629052583681'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/hebron-alla-tomba-dei-patriarchi.html' title='Hebron, alla Tomba dei patriarchi'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-6LMobNRm7Co/TWIe6kTLP0I/AAAAAAAAAoQ/awm5DZT-AvE/s72-c/Hebron.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7715136290332115566</id><published>2011-02-20T06:59:00.003+01:00</published><updated>2011-02-20T07:07:22.345+01:00</updated><title type='text'>I marmi esplodono luce</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-j1e_-aeTLJE/TWCvEvSSCUI/AAAAAAAAAoI/T3TYT2pCYBY/s1600/Duomo%2Bdella%2Broccia.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-j1e_-aeTLJE/TWCvEvSSCUI/AAAAAAAAAoI/T3TYT2pCYBY/s400/Duomo%2Bdella%2Broccia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5575648834632157506" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: arial; font-weight: bold;"&gt;Viaggio in Terra Santa/7&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: arial; font-weight: bold;"&gt;Visitare la spianata delle mosche è un'esperienza antropologica, teologica e anche politica&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;Ero già stato alla spianata delle moschee, o del Tempio, dipende dai punti di vista. Avevo già colto la straordinaria potenza evocativa, la bellezza estetica, la funambolica presenza araba, l’orgoglio inconfessato e inconfessabile dei musulmani palestinesi che occupano ancora quanto di più caro c’è nell’animo religioso e etnico degli ebrei. Non per niente qui ebbe inizio la seconda Intifada, allorché Ariel Sharon - il 28 settembre del 2000 - osò portare centinaia di poliziotti antisommossa israeliani nella spianata, dicendo che finalmente gli ebrei si riprendevano il luogo di culto a loro più caro, che apparteneva solo a loro e a nessun altro. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;Avevo già visitato il Duomo della roccia e la  Moschea al-Aqsa, ma non avevo potuto fotografarne gli interni. E non avevo mai avuto una guida come Muhammad, un sessantenne entusiasta che potrebbe essere un imam o un muftì, tanta è la passione che ci mette e la competenza che sciorina nel corso della lunga visita: cosa inusuale, cita le Scritture cristiane con esattezza, senza l’approssimazione tipica di tanti musulmani. Con Muhammad capisco ancora una volta che con gli arabi tutto è possibile (anche fotografare, anche visitare i luoghi più sacri), a condizione che il rapporto, la relazione sia tale nella sincerità e nel rispetto da generare fiducia e aprire tutte le porte. Questa è la chiave che, ne sono certo, in questa Terra Santa non è stata ancora provata. C’è sospetto invece di rispetto, prolifera il sospetto invece di lasciar spazio alla fiducia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;I marmi esplodono luce, le maioliche azzurre sposano il cielo, la cupola d’oro invita alla riconciliazione nel segno d’Abramo, fa l’unanimità. Donne, uomini, vecchi e bambini sono uniti dalla preghiera e dalla sensazione di liberazione che ogni musulmano prova dinanzi a Dio nella preghiera al Tempio. Eppure nei loro sguardi c’è tutto tranne che il sentimento della pace, c’è frustrazione e talvolta odio. Iddio sa. Un vecchio legge il Corano sui tappeti rossi e bianchi della moschea di al-Aqsa. Viene da Ramallah, ma ormai abita a Gerusalemme Est, perché suo figlio ha trovato lavoro come idraulico. Nelle sue poche parole in inglese che riesce a dire c’è tutto un popolo: «Allah mi ha fatto nascere, Allah mi ha portato alla città santa, Allah mi fa sperimentare l’impotenza, Allah mi prenderà con sé quanto prima». Ha lo sguardo umido. Mi abbraccia.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7715136290332115566?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7715136290332115566/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7715136290332115566' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7715136290332115566'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7715136290332115566'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/i-marmi-esplodono-luce.html' title='I marmi esplodono luce'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-j1e_-aeTLJE/TWCvEvSSCUI/AAAAAAAAAoI/T3TYT2pCYBY/s72-c/Duomo%2Bdella%2Broccia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5467371964764161620</id><published>2011-02-19T06:33:00.004+01:00</published><updated>2011-02-19T06:39:16.233+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>La festa</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-y9WZQqUinY4/TV9XJBdWovI/AAAAAAAAAoA/SCKLoFwp21c/s1600/Sabbath.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 268px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-y9WZQqUinY4/TV9XJBdWovI/AAAAAAAAAoA/SCKLoFwp21c/s400/Sabbath.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5575270676229956338" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Viaggio in Terra Santa/6 La Città santa è anche un luogo di festa, per tutti, anche se in momenti diversi. Non c'è una sola festa veramente comune a tutti gli abitanti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;S’avvicina l’ora dello sabbath, al bar i camerieri sistemano i tavolini, i bottegai chiudono i battenti, i giovani studenti ortodossi trascinano verso casa i loro trolley di ritorno dall’università. La tradizione prima di tutto. E la città si para delle frenesie che precedono la calma della preghiera. I musulmani, invece, hanno appena finito i loro riti, loro le botteghe non le avevano mai aperte, si godono la soddisfazione della festa onorata. Solo i cristiani paiono impegnati nelle loro tradizionali occupazioni, come se niente fosse, in attesa della domenica. Mentre per loro dovrebbe sempre essere domenica, secondo l’insegnamento del Maestro. Ma raramente lo è, altrimenti il mondo sarebbe tutto una festa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt; Ci sono luoghi del mondo che non potrebbero esistere senza essere degli incroci caotici, degli affastellamenti umani, delle paradossali e contraddittorie collezioni di sentimenti. Gerusalemme è tale. Guai a chi cercasse di renderla uniforme: sarebbe maledetto a vita.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt;Il muro di Betlemme è in qualche modo uguale a quello del Tempio, a quello di Berlino, alla barriera metallica tra Texas e Messico. È uguale al Vallo di Adriano e alla Grande muraglia cinese. Tutti i muri alla fine sono uguali. Anche se ci si adopera per sottolinearne le differenze. I muri sono simulacri della forza. I muri sono confessioni d’impotenza. I muri sono illusioni d’identità.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top: 6pt; text-align: justify; text-indent: 18pt; font-family: georgia;"&gt; Poco spesso a Gerusalemme si parla d’amore. Piuttosto si cercano vocaboli legati alla divinità, alla lotta tra bene e male, all’ascesa e all’ascetica. Eppure nella Gerusalemme celeste tutto sarà amore. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5467371964764161620?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5467371964764161620/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5467371964764161620' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5467371964764161620'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5467371964764161620'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/normal-0-14-false-false-false.html' title='La festa'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-y9WZQqUinY4/TV9XJBdWovI/AAAAAAAAAoA/SCKLoFwp21c/s72-c/Sabbath.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1951960925962195483</id><published>2011-02-18T07:35:00.003+01:00</published><updated>2011-02-18T07:42:49.108+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Haifa, il golfo della tolleranza</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-qW9lcNRbF48/TV4UQ-iOgpI/AAAAAAAAAn4/47_CdlfpUgA/s1600/Haifa.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5574915670628270738" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 267px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-qW9lcNRbF48/TV4UQ-iOgpI/AAAAAAAAAn4/47_CdlfpUgA/s400/Haifa.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Terra Santa/5&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Il porto, il Monte Carmelo, la convivenza possibile.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Una sposa in bianco con strascico e il suo sposo tutto candido, pure lui. Sono loro che mi accolgono ai piedi dei maestosi giardini della sede centrale dei baha’i, che hanno visto la loro nascita in Iran nella seconda metà del XIX secolo, dall’opera di Baha’h’ulla (qui sepolto) che si diceva ispirato dal maestro Bab. La perfezione realizzata da architetti e giardinieri trova il suo compimento nella bellezza degli sposi, nell’amore che li lega, che traspare dai loro volti raggianti. La religione è proprio amore che irraggia. Null’altro, in fondo. Che poi il giudizio sulla religione baha’i sia sospeso, nel senso che il sincretismo di cui si fa propugnatore – le loro scritture sono debitrici alla Torah, al Vangelo, al Corano – lascia qualche perplessità, la bellezza della natura modellata alla bellezza, più che i santuari e i templi simil-greci che ospitano questo centro propulsore della religione, colpisce, mostra qualche brano della infinita fantasia di Dio. Salgo gradini di marmo bianco di Carrara, scorgo prospettive perfette di scalinate che portano verso il Cielo e verso la Terra.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non si vedono soldati né polizia per le vie di Haifa. Soprattutto, non c’è la cappa di sofferenza e di sospetto che aleggia su Gerusalemme. La città, lo sappiamo, è quella in territorio israeliano dove la convivenza delle tre religioni di Libro è meno difficile, non ci sono quartieri-ghetto, ma la convivenza è qualcosa di normale. Anche i negozi si alternano, i ristorantini di cibo kebab o kosher o occidentale… È particolarmente incoraggianti vedere sciamare bambini delle tre religioni all’uscita da scuola. Non è un caso che ad Haifa, durante la recente crisi di Gaza, si sia svolta la sola riunione che ha unito cristiani, ebrei e musulmani per pregare per la pace. Non è un caso.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Il cielo azzurro e il mare blu proteggono come i due palmi di una mano a conchiglia il candido abitato di Haifa. Vista dal Monte Carmelo, vista dall’alto. Sì, perché Haifa è luogo di benedizione, di quella amicizia divina che contagia gli uomini se gli uomini si lasciano contagiare. Dall’alto Haifa è spettacolo di eccezione, ma anche dal basso è spettacolo di ardire e di creazione. Non per niente il monoteismo è nato su queste alture, Eliah qui ha intuito la unicità del Dio, la sua infinita e misericordiosa bellezza e potenza. La grotta di Eliah, chissà se è quella giusta. Ce ne sono centinaia sul Monte Carmelo, chissà se questa è quella giusta. Ma poco importa. Importa che qui il Signore si sia manifestato nelle parole e nell’azione di Eliah per testimoniare al mondo la sua unicità.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Pranzo sulle alture del Monte Carmelo, su una terrazza con una vista mozzafiato sul Golfo di Haifa, lassù fino al Libano, paesaggio di pace ma senza pace. Nel porto una nave greca è pronta a salpare verso Cipro, Limassol. Il sole rende la giornata come una primizia d’estate, o una primavera matura.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1951960925962195483?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1951960925962195483/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1951960925962195483' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1951960925962195483'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1951960925962195483'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/haifa-il-golfo-della-tolleranza.html' title='Haifa, il golfo della tolleranza'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-qW9lcNRbF48/TV4UQ-iOgpI/AAAAAAAAAn4/47_CdlfpUgA/s72-c/Haifa.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1955662979797426911</id><published>2011-02-17T14:00:00.004+01:00</published><updated>2011-02-17T14:05:25.773+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>I due caffè</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-0A1-qcitiWY/TV0c9rinTKI/AAAAAAAAAnw/Mi4ElxWTYEo/s1600/Gerusalemme4.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5574643759740046498" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-0A1-qcitiWY/TV0c9rinTKI/AAAAAAAAAnw/Mi4ElxWTYEo/s400/Gerusalemme4.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Terra Santa/4 &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Gerusalemme è una città dove il paradosso è di casa.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ho preso due caffè. Il primo alla Porta di Damasco, in un bugigattolo senza imposte, esposto al freddo e al vento, discretamente sporco, seduto ad un tavolino di plastica macchiato e sbilenco. Tre ragazzi mi si sono avvicinati cercando di indovinare la mia nazionalità, per poi sciorinare con orgoglio le loro conoscenze di italiano. Solo dopo cinque minuti sono riuscito ad ordinare il mio caffè, che mi è stato servito altri cinque minuti più tardi, accompagnato da pasticcini mielosi che non avevo ordinato. Il caffè, alla turca, profumava di cardamomo. L’ho sorbito attorniato dai tre ragazzi, interessatissimi a tutto quanto mi riguardava. Ci siamo salutati con gran pacche sulle spalle e promesse di nuovi incontri.&lt;br /&gt;Il secondo caffè l’ho sorbito in un elegantissimo locale della galleria commerciale costruita sotto la Porta di Jaffa. Tutto pulitissimo, inservienti impeccabili, ogni azione veniva controllata dai contatori digitali. Un espresso buono ma ordinariamente europeo, col cioccolatino di ordinanza e un biscottino secco alle nocciole francamente stopposo. Mi sono seduto a un tavolino sulla terrazza scaldata dalle fiamme del gas. C’era un silenzio insolito, mentre una sottile musica jazzy si spandeva nell’aria, come un ansiolitico. Mi sono portato il caffè sul vassoio d’ordinanza, servitomi dopo un minuto tondo tondo, cominciando a scrivere queste note. Uscendo ho salutato il cameriere, mi ha risposto con un cenno delle labbra.&lt;br /&gt;Come fanno a coabitare nella stessa città due popoli dai rituali così diversi? Solo la presenza dello straniero, dell’avventore in questo caso, può tenerli assieme. Serve il terzo incomodo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bacio di Gerusalemme: vento, oro e miele.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanti soldi arrivano qui in Israele! La solidarietà ebraica è straordinaria. Mi dice un rabbi che qui è più importante la qualità dei progetti che la loro quantificazione monetaria: i soldi, se il progetto è buono, arrivano comunque. Quel che si dice “potenza dell’idea”: Israele è comunque un’idea straordinaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vento del deserto, che sbatte contro palpebre e denti. Che leviga la pelle come la pietra. A Gerusalemme ci sono volti che paiono di granito e pietre che sembrano velluto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli ebrei li riconosci quasi sempre. Talvolta immediatamente, altre volte dopo qualche istante. La cultura ebraica raggiunge l’intimo dell’uomo e risale fin sulla pelle e sulla psiche, dettando comportamenti e atteggiamenti. Essere ebrei non è né una vocazione né una condanna: è semplicemente un’ontologia che sposa una fenomenologia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui a Gerusalemme nulla è scontato, ma nello stesso tempo tutto vive di ritualità ripetute all’infinito e mai modificate nei secoli. Ripeterle è il solo modo per diventarne cittadini. Quando si deroga dalle ritualità, delle due l’una: o si viene espulsi naturalmente dalla poliedrica comunità gerosolimitana, oppure si diventa una nuova tradizione. (Questo secondo caso è piuttosto raro).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’angoscia del kitsch arriva ovunque, e soppianta facilmente i tradizionali canoni di bellezza. Perché il kitsch grida, mentre la tradizione sussurra; il primo impone, la seconda evoca; il kitsch gioca sulla quantità e la rapidità, la tradizione sulla qualità e la sicurezza. Anche a Gerusalemme il kitsch riesce ad aver ragione dei millenni (per il momento).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Entro per la Porta di Damasco e scorgo un volto inusuale. Un cinese. Una volta era un’eccezione incontrarne uno cinese nelle nostre contrade. Ora non più. I cinesi sono ovunque, e ancor più il made in China. Ma paiono ancora assolutamente stranieri, ovunque. Mentre gli europei in qualche modo all’estero sanno inculturarsi, mimetizzarsi nelle pieghe delle città, immedesimarsi nei luoghi visitati. Ma non durerà a lungo: i cinesi sapranno trovare la loro patria nel mondo.. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1955662979797426911?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1955662979797426911/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1955662979797426911' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1955662979797426911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1955662979797426911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/i-due-caffe.html' title='I due caffè'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-0A1-qcitiWY/TV0c9rinTKI/AAAAAAAAAnw/Mi4ElxWTYEo/s72-c/Gerusalemme4.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7391533238728804696</id><published>2011-02-16T07:11:00.002+01:00</published><updated>2011-02-16T07:15:34.972+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Osservando la città dall'alto</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-6K9IhQdiwKQ/TVtrbVnvTwI/AAAAAAAAAno/WLIkYdWyra8/s1600/Gerusalemme3.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5574167081205583618" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 267px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-6K9IhQdiwKQ/TVtrbVnvTwI/AAAAAAAAAno/WLIkYdWyra8/s400/Gerusalemme3.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Terra Santa/3 &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Pietre e antenne, un connubio di difficile accettazione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Dalla terrazza dell’arcivescovado maronita di Terra Santa, non lontano dalla Torre di David, si gode un panorama mozzafiato sulla città santa. Vi sono salito, rimanendo letteralmente a bocca aperta nell’osservare per l’ennesima volta tante cupole, tanti campanili, tanti minareti, tante sinagoghe. E tante paraboliche, tanti condizionatori, tanti ripetitori di telefonini. I paesaggi urbani stanno cambiando a causa della tecnologia. Che cosa hanno a che fare le tombe bianche del Monte degli ulivi con le antenne satellitari? Che cosa l’oro del Duomo della roccia con le steli al dio telefonino? Nulla. Eppure queste sono oggi le nostre città: alla tecnologia digitale non resistono nemmeno le pietre bianche di Gerusalemme che ne hanno viste di cotte e di crude in trenta secoli di storia! L’importante è non pensare che le pietre sono solo… supporto alle antenne!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla finestra della mia stanza, per tre ore ho potuto seguire in diretta un matrimonio armeno. L’audio della festa. Dapprima credevo che fosse una nenia ebraica, anche se il quartiere dove sono alloggiato, a due passi dalla Porta di Damasco, è decisamente arabo. Poi ho creduto, invece, che fossero preghiere musulmane, perché qualcuno ha cominciato un sermone. Poi, invece, mi sono dovuto ricredere, perché lo snocciolarsi della lingua non era né arabo né ebraico. Si trattava di un matrimonio armeno, visto che non lontano dalla mia residenza si trova in effetti il patriarcato armeno-cattolico, uno dei tanti della città. Quel che mi ha convinto non è stata tanto la lingua, che pur mi sembrava non comune, quanto il ritmo delle musiche, così caratteristiche e uniche, né occidentali né orientali, nostalgiche delle dure montagne armene e nel contempo punteggiate di dolcezze straordinariamente verdi. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7391533238728804696?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7391533238728804696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7391533238728804696' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7391533238728804696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7391533238728804696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/osservando-la-citta-dallalto.html' title='Osservando la città dall&apos;alto'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-6K9IhQdiwKQ/TVtrbVnvTwI/AAAAAAAAAno/WLIkYdWyra8/s72-c/Gerusalemme3.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1141862910972697006</id><published>2011-02-15T06:33:00.003+01:00</published><updated>2011-02-15T06:38:13.218+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Il vuoto di Gerusalemme</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-3DtmEVc-z_A/TVoQ9QjqcyI/AAAAAAAAAng/4tysVumy3_U/s1600/Gerusalemme2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5573786133427024674" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 268px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-3DtmEVc-z_A/TVoQ9QjqcyI/AAAAAAAAAng/4tysVumy3_U/s400/Gerusalemme2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Terra Santa/2. Passeggiando per la città santa, visitando il Santo Sepolcro, scoprendo la "mia" città.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Passeggiata all’alba verso il Santo Sepolcro. Il vuoto, i passi risuonano sui gradini del selciato di pietra nelle gallerie commerciali dai negozietti ancora chiusi dalle imposte di ferro scrostate. Degna propedeutica al Calvario. Il folclore dei vestimenta, i gesti che paiono dettati dalla superstizione più che dalla fede, la frenesia del dolore che vuol toccare il luogo stesso del dolore.&lt;br /&gt;Emptiness, le vide, kenosis, vacuum. Si vuol toccare il dolore e si trova solo un buco, quello della croce. Anzi, non ce n’è nemmeno uno solo, ce ne sono tanti dove la lignea sospensione del Cristo può essere infilata. Il vuoto.&lt;br /&gt;E nemmeno il silenzio è fedele all’appuntamento atteso. Nel caos musicale, linguistico ed egoistico che s’accalca al Santo Sepolcro. Solo l’interiorizzazione del dolore crea il silenzio nella persona, perché il Grido possa ancora farsi udire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando ci si perde nelle viuzze della città vecchia di Gerusalemme, scatta un meccanismo virtuoso: non si cerca subito di capire dove si è finiti, ma si gode degli scorci che capitano sotto gli occhi, fino a quando ci si ritrova orientati. Naturalmente. Così la città diventa in modo impercettibile ma inesorabile la “tua” città. Tutti siamo cittadini della città santa per eccellenza.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;A Gerusalemme i piedi fanno male. Quasi sempre, quasi senza soluzione di continuità. Non solo per il duro selciato delle pietre mai regolari, ma anche e soprattutto perché a Gerusalemme non ci si ferma mai. Ogni angolo chiede che un altro angolo venga raggiunto, ogni luogo di interesse non diventa mai fine a sé stesso, ma abbisogna di essere inserito nel contesto. Che va inesorabilmente conosciuto. A piedi, ovviamente.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1141862910972697006?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1141862910972697006/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1141862910972697006' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1141862910972697006'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1141862910972697006'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/il-vuoto-di-gerusalemme.html' title='Il vuoto di Gerusalemme'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-3DtmEVc-z_A/TVoQ9QjqcyI/AAAAAAAAAng/4tysVumy3_U/s72-c/Gerusalemme2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-528588328044020651</id><published>2011-02-13T21:18:00.002+01:00</published><updated>2011-02-13T21:22:48.867+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><title type='text'>Arrivando a Gerusalemme</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-V8uv05rZim8/TVg9iceHt-I/AAAAAAAAAnY/d_VV2JSzmlY/s1600/Gerusalemme1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5573272200838363106" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-V8uv05rZim8/TVg9iceHt-I/AAAAAAAAAnY/d_VV2JSzmlY/s400/Gerusalemme1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Viaggio in Terra Santa/1. Pensieri sparsi.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Di nuovo in Terra Santa, e di nuovo – è la sesta volta che ci vengo, m’ha confermato la polizia di frontiera – il mistero s’accende. Sarà che la frequentazione scritturistica non cessa mai, sarà che l’immaginario collettivo associa le due scritture, araba ed ebraica, in perpetuo conflitto. Sarà come sarà, il mistero riemerge dalle profondità della memoria e dalle pieghe del pensiero. E i sentimenti s’aggrovigliano, in districabili da cuore e mente, districabili solo dall’anima. Dove Giobbe e Abramo, il Battista e il Cristo si ergono come tenebra luminosa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il fascino delle terre spoglie che lasciano emergere le vene della roccia e il sangue dei banchi sassosi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Muri d’ogni consistenza, colore e forma. Specialisti in materia sono gli israeliani. Olivi e filo spinato, palmizi e muri.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-528588328044020651?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/528588328044020651/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=528588328044020651' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/528588328044020651'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/528588328044020651'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/arrivando-gerusalemme.html' title='Arrivando a Gerusalemme'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-V8uv05rZim8/TVg9iceHt-I/AAAAAAAAAnY/d_VV2JSzmlY/s72-c/Gerusalemme1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-8945936056209130641</id><published>2011-02-08T08:18:00.005+01:00</published><updated>2011-02-08T08:25:27.712+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cambogia'/><title type='text'>Come a Preah Vihear</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TVDvm55IGXI/AAAAAAAAAnQ/yZ-oqG2QPMU/s1600/Bakong.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 268px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TVDvm55IGXI/AAAAAAAAAnQ/yZ-oqG2QPMU/s400/Bakong.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5571216190711798130" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: normal;font-family:Georgia;" &gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Al confine tra Thailandia e Cambogia gli eserciti dei due stati si combattono per un fazzoletto di terra, attorno ad un tempio khmer. Non siamo lontani dall'immenso complesso templare di Angkor. Visita ad uno di essi, Bakong, simile a quello conteso (dicembre 2009).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È situato un po’ in disparte rispetto all’Angkor Wat e all’Angkor Thom, a est della città di Siem Reap, in Cambogia: Bakong è il più antico “tempio montagna” dell’intero complesso di Angkor, data al IX secolo, quando salì al trono Indravarman I. È quindi un tempio in origine indù, dedicato a Shiva, di cui è scritto che il &lt;i style=""&gt;Lingam&lt;/i&gt; fu deportato in loco nell’881. Sono le otto e mezzo di mattina ma fa già un caldo quasi insopportabile. Si penetra per qualche chilometro in un abitato sfilacciato lungo una strada rossa di polvere e di pietra. Le palafitte, tipiche abitazioni della regione, già a quest’ora paiono albergare il riposo degli abitanti che non sanno cosa fare. Al termine della strada, appare un rilievo votivo, i cosiddetti templi-montagna a cinque torri, sul modello dell’Angkor Wat stesso. Una musica ritmata ma leggera, quasi una nenia di campanelle e pezzi di legno battuti, arriva alle mie orecchie mentre percorro il ponte di accesso al tempio, che una volta sicuramente scavalcava un ampio fossato che circondava l’intero sito. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Un giovanissimo monaco vestito di zafferano avanza, mi guarda, mi sorride, gioca colle mie fattezze e il mio abbigliamento. Pare interessarlo più la mia andatura che il mio equipaggiamento fotografico. Meno male. Salgo i cinque gradoni della piramide, cerco di capire come mai gli elefantini posti ai vertici di ogni terrazza siano rimasti qausi intatti, mentre il resto del tempio pare aver subito i danni irreparabili del tempo. Il monaco me ne spiega l’arcano: la pietra è diversa, viene da lontano, dalle montagne thai, che allora erano khmer. Scendo, seguo il fiume della musica che dall’alto si fa più preciso, più scandito, più umano. E mi ritrovo, ai piedi della piramide, sotto un tendone dove si sta svolgendo una cerimonia buddhista, che riunisce oltre a tre monaci anche un centinaio di monache biancovestite, rasate, commoventi nelle loro tuniche candide e stropicciate. Si lasciano fotografare. Una di loro mi si avvicina, mi prende per la mano con la sua, anziana e rinsecchita. Mi accompagna verso una specie di grumo umano, che capisco essere una dozzina di donne intente a cucinare qualcosa, il profumo è invitante. Prende da una graticola uno spiedino e me lo porge, come se mi volesse nutrire per raggiungere il nirvana. La carne è piacevole, dolciastra e speziata. Serpente.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-8945936056209130641?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/8945936056209130641/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=8945936056209130641' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8945936056209130641'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/8945936056209130641'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/02/come-preah-vihear.html' title='Come a Preah Vihear'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TVDvm55IGXI/AAAAAAAAAnQ/yZ-oqG2QPMU/s72-c/Bakong.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-903037351471411997</id><published>2011-01-31T15:26:00.002+01:00</published><updated>2011-01-31T15:30:43.711+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Egitto'/><title type='text'>La cittadella del Cairo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TUbHh00vAlI/AAAAAAAAAnE/iFQ3-jcZ3cs/s1600/Cittadella%2Bdel%2BCairo.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 266px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TUbHh00vAlI/AAAAAAAAAnE/iFQ3-jcZ3cs/s400/Cittadella%2Bdel%2BCairo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5568357373219635794" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Da dove si domina la città, da dove l'esercito s'è mosso, da dove si spera in un cambiamento. Visita del 2005.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Per cercare di capire, salgo alla Cittadella, tra scolaresche in visita ai luoghi più significativi della città e devoti fedeli che salgono alla moschea di Mohammed Alì per testimoniare che Dio è uno, anche se la città è molteplice. I turisti? Ci sono nonostante le bombe piazzate contro di loro, ma paiono diminuire, schiacciati o piuttosto dispersi e sparpagliati dalla maestosità dei luoghi. Ecco il Cairo dall’alto, avvolto nella cappa di smog maleodorante delle scorie e delle mefitiche esalazioni un parco macchine tra i più malandati al mondo. In primo piano le due bellissime moschee del sultano Hassan e quella di ar-Rifai, dove sono conservate le spoglie dell’ultimo scià di Persia, Reza Palhevi. Ecco il Cairo immobile ma mobile, perché persino sui tetti costellati delle nuove steli rotonde al dio catodico la vita brulica, anche le terrazze paiono ospitare il ballo senza ritmo e senza senso apparente della civiltà del caos. Mi sembra di capire da quassù che la democrazia compatibile con queste terre e queste popolazioni non è e non sarà quella dei Montesquier e dei Moro e dei Toqueville, ma forse una forma più autoritaria, con più forza e determinazione, illuminata certo, e rispettosa dei diritti dell’uomo, ma forse con meno leggi; o piuttosto con leggi più semplici delle nostre. Forse addirittura con le leggi coraniche interpretate con clemenza e misericordia, &lt;i style=""&gt;shari’a&lt;/i&gt; rivisitata. Chissà.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Perché, mi dico, il caos c’è, a dimensioni impressionanti e poco governabili dalle risorse degli uomini di potere. Ma, nel contempo, da tale caos si riesce sempre ad uscirne, e nemmeno tanto contrariati. E nemmeno tanto distrutti. E nemmeno tanto sconvolti. Convivere nel caos, in ogni caso, crea degli insospettabili anticorpi capaci di riordinare la psiche e l’anima. Forse toccherebbe a un biologo studiare tale fenomeno, più che a un sociologo.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-903037351471411997?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/903037351471411997/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=903037351471411997' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/903037351471411997'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/903037351471411997'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/01/la-cittadella-del-cairo.html' title='La cittadella del Cairo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TUbHh00vAlI/AAAAAAAAAnE/iFQ3-jcZ3cs/s72-c/Cittadella%2Bdel%2BCairo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-724083237025391402</id><published>2011-01-24T08:54:00.004+01:00</published><updated>2011-01-24T08:59:46.488+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tunisia'/><title type='text'>Sidi Bou Saïd, dove viveva Ben Ali</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TT0xbIjoSFI/AAAAAAAAAm8/oTncbqKDRHw/s1600/Sidi%2BBou%2BSaid.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TT0xbIjoSFI/AAAAAAAAAm8/oTncbqKDRHw/s400/Sidi%2BBou%2BSaid.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5565659056722954322" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Un palazzo presidenziale da favola era stato costruito dal deposto presidente Ben Ali nei pressi della cittadina tunisina. Visita del 2005.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Sidi Bou Saïd. Ovvero quando un villaggio, pur avendo una chiara destinazione turistica, nello stesso tempo esprime la vocazione di un popolo e di un Paese. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Sidi Bou Saïd, pochi chilometri a nord di Cartagine, sta sul mare e sta sul cielo. La terra? La cela nel suo ventre, per quanto può. C’è l’azzurro del mare, c’è quello del cielo e quello delle porte, delle finestre, delle balaustre, degli infissi, delle panchine, dei lampioni, delle pattumiere, delle tettoie, dei frontespizi, delle bancarelle… Talvolta persino delle tegole e dei marciapiedi. C’è l’azzurro, soprattutto, dei balconi ricoperti di legno che proteggevano – e proteggono – le donne arabe e tunisine dagli sguardi indiscreti. Azzurro mimetico, ora del cielo, ora del mare, dipende dall’ora e dall’inclinazione solare. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Non è per caso che il paese attiri artisti tunisini – e non solo – su questa collina che degrada verso il Golfo di Cartagine. Paul Klee, un nome per tutti, colui che all’azzurro di queste lande seppe associare ogni altro colore, quasi che dal bianco – l’assenza di colori –, che solo sottolinea, esalta e illumina l’azzurro, volesse esplodere le implicite tonalità racchiuse nel suo nulla che è tutto. Ed è con sorpresa che d’improvviso l’azzurro si moltiplica e si frammenta in mille azzurri, l’uno diverso dall’altro, sfumati o intensi, possibili o impossibili, sfacciati o raccolti. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il paese culmina nel minareto del piccolo mausoleo dedicato proprio a Sidi Bou Saïd. Ma ai suoi piedi sta placido il Café des Nattes, luogo di ritrovo degli artisti di ieri e di oggi, dove si sorbisce il celebre tè alla menta coi pinoli che galleggiano beffardi e sorridenti nei piccoli bicchieri di vetro. Una pausa sulle sue terrazze dalle balaustre lignee ovviamente azzurre, scrivendo qualche nota sui tavolini altrettanto azzurri sospesi tra cielo e mare, è una di quelle esperienze di pace nell’esaltazione dei sensi oltremodo difficile da dimenticare.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Vi si giunge dalla riva del mare con una lunga salita lastricata che talvolta, qua e là, senza logica apparente, sembra mutare in scalinata leggera e soave, accompagnata a destra e a manca dal candore trapuntato d’azzurro delle abitazioni curate, appena macchiate da qualche bouganviller o dal ciuffo verde d’un albero di limone o d’arancio. Forse non è una scalinata, ma la mimesi delle increspature del mare, o della peluria di nubi che velano appena il cielo. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Sidi Bou Saïd, l’Islam verde fatto azzurro dal sole d’oro. Cioè cielo assolutamente privo di violenza. La moderazione della mancanza di moderazione. È quel che si gode come un’evidenza nell’ultima propaggine del paese occupata da un delizioso bar a terrazze, il Café Sidi Chabanne, a picco sul golfo e sulle stupende ville della cittadina costiera. Delizioso il bar, deliziosi i tavolini bianchi e azzurri, delizioso il sole di novembre. Smodata la bellezza del luogo, con le sue terrazze che paiono gradoni verso l’infinito dell’azzurro. Islamico? Divino.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Poi la discesa verso il porto, una lunga scalinata di pietra vittima della solita incuria della gente del sud. Basterebbe poco per mantenerla pulita, direi quasi incantevole. Ma è nella discesa che scopro infine la terra, anch’essa esasperata: rossa, sfacciatamente rossa, e verde, delicatamente verde come le agavi che la ricoprono. Sidi Bou Saïd nascondeva la terra rossa.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-724083237025391402?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/724083237025391402/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=724083237025391402' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/724083237025391402'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/724083237025391402'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/01/sidi-bou-said-dove-viveva-ben-ali.html' title='Sidi Bou Saïd, dove viveva Ben Ali'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TT0xbIjoSFI/AAAAAAAAAm8/oTncbqKDRHw/s72-c/Sidi%2BBou%2BSaid.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5185030157085245648</id><published>2011-01-17T07:54:00.003+01:00</published><updated>2011-01-17T07:58:57.588+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tunisia'/><title type='text'>Cartagine, dove ora regna il caos</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TTPolMqaF3I/AAAAAAAAAm0/zR1ke4KzQJM/s1600/Cartagine.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 300px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TTPolMqaF3I/AAAAAAAAAm0/zR1ke4KzQJM/s400/Cartagine.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563045690484594546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;La delicatissima situazione politica tunisina ha avuto come uno dei suoi principali centri di scontro la vecchia città di Cartagine, accanto al palazzo del deposto presidente, Ben Ali. Visita del 2005.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p face="georgia" class="Testolibro"&gt;Ne ho viste tante di pietre antiche in giro per il mondo. Non tutte realmente interessanti, non tutte all’altezza della memoria evocata. Temo che anche Cartagine sia stata vittima della maledizione del saccheggio e del cemento. Temo che l’incuria abbia avuto la meglio sulla giustezza dell’antico, sulla sua grandiosa modestia. E chissà se la mia sensibilità saprà cogliere quel che non morirà mai.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Rimugino questi interrogativi sul tassì che sfreccia nella sottile striscia di terra che recide la laguna salata di Tunisi. Il tassista corre come un ossesso a bordo della sua Vw da 400 mila chilometri, che mi chiedo ancora come non si si disgreghi in mezzo alla carreggiata, tanti sono i cigolii e i rumori sospetti che la scuotono. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Cartagine, la vecchia Carthago, s’annuncia con le guglie e le cupole della cattedrale cattolica dedicata a Saint-Louis, un esempio da non seguire di architettura che nello stesso tempo vuole essere coloniale, gotica e romanica. Vi lascio immaginare… Il museo si allunga assolto e ozioso ai suoi piedi, ricco di reperti fenici, punici, greci e romani. I mosaici che racchiude e custodisce non sono da poco, rimandano ad antichi momenti di gloria. Il vasellame fenicio sta con la grazia e con la sfrontatezza dei millenni accumulatisi. Un paio di scheletri che dicono punici si mostrano composti, quasi al punto da infondere tenerezza. Tutto qui. Uscendo dal museo, lo spazio di un’istantanea apre prospettive marine e archeologiche: colonne e capitelli e frontoni e mare. Nient’altro. Il cemento e il business vengono celati dall’altura. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È tutto giusto. E allora rivedo Agostino che ammonisce ed incoraggia i cristiani minacciati dalle tante eresie del tempo. Rivedo Annibale che ammonisce e incoraggia le sue truppe pronte alla campagna più pazza che si potesse immaginare. Rivedo Adriano, l’imperatore, che ammonisce e incoraggia i suoi ammiratori usando della sua eloquenza e della sua profonda visione delle cose.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;L’anfiteatro – tremila spettatori – è deturpato dalle strutture metalliche che lo rendono un’arena estiva ancora in uso. Per giunta, su di esso incombe un minareto dozzinale. A Efeso è più completo, a Taormina più pittoresco, a Pompei più antico… Ma qui, anche qui, riesco ad immaginarmi in compagnia di Adriano, Annibale, Agostino. E l’incanto rinasce, e il presente s’oblia in un passato certamente più glorioso.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Qualche villa romana, qualche colonna mozza, s’indovina una superficie che una volta era un circo massimo. Poco d’altro. E una scalinata che, dicono, facesse ascendere&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;al tempio di Apollo di romana memoria. La scalinata è ora ridotta a poco più di una scoscesa erta erbosa. Poco importa, Cartagine è ormai nella mia memoria, e ci rimane.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-5185030157085245648?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/5185030157085245648/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=5185030157085245648' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5185030157085245648'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/5185030157085245648'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/01/cartagine-dove-ora-regna-il-caos.html' title='Cartagine, dove ora regna il caos'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TTPolMqaF3I/AAAAAAAAAm0/zR1ke4KzQJM/s72-c/Cartagine.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3441879079081311868</id><published>2011-01-11T08:23:00.002+01:00</published><updated>2011-01-11T08:28:49.204+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Isole'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Italia'/><title type='text'>Forìo, il mare e qualcos’altro</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TSwGpCzV8sI/AAAAAAAAAms/23-LtBreaTY/s1600/Forio.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TSwGpCzV8sI/AAAAAAAAAms/23-LtBreaTY/s400/Forio.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5560826942092341954" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Una passeggiata in una delle cittadine più deliziose dell'isola di Ischia, nel passaggio d'anno tra il 2010 e il 2011.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Il disordine urbanistico proprio del napoletano – direi una vocazione più che una condanna –, anche sull’isola d’Ischia agisce a pieno regime. Anzi, dicono che da queste aprti l’80 per cento dell’abitato sia in un modo o nell’altro abusivo. Cifre incredibili, che che raccontano un “essere al mondo” più che un tentativo di evasione di massa, più un &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;dasein&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; che un’imbrogliatina corruttiva. Bisogna pur vivere. Eppure in questo caos  (relativo, perché in realtà sull'isola si vive benissimo) emergono gioielli borbonici e barocchi che impreziosiscono l’abitato e gli abitanti. Saltello dall’uno all’altro – Palazzo Covatta, Palazzo Biondi, Casa Regine, Palazzotto di Via Torrione – non come un tarantolato ma come un pellegrino che s’accosta alla nobiltà d’animo, come un nomade della transeunte bellezza umana. &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Mi fermo solo al limitar dell’abitato, sul promontorio occupato – si direbbe per preservare l’incantevole posizione – da una preziosa chiesetta, assolutamente marina, direi ricca della quintessenza mediterranea. Santa Maria del Soccorso ha una sua storia non di poco conto, e un’infinita serie di leggende: antico convento agostiniano del XIV secolo, dicono che sia stato costruito perché, durante una delle mareggiate più violente che la costa napoletana avesse mai conosciuto, forse nel XIII secolo, emerse un crocifisso che s’adagiò sugli scogli del promontorio senza volerne più sapere di essere riassorbito dalla risacca, o dal fortunale, o dalle onde anomale.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Le maioliche sbeccate e scortate, slavate, brillano pur tuttavia sul bianco di calce dei muri, come scie del dio della luce, che sulla Terra si vede costretto a firmare compromessi cromatici e a circonlocuzioni estetiche per suggerire l’idea di luce, che poi è la bellezza stessa. Nulla brillerebbe se l’azzurro intenso del Cielo, direi terreno, non definisse i confini del dominio umano rispetto a quello divino, o forse solo umano-più-umano. Circondando di passi e d’affetto la chiesa – una basilica in stile incognito e misterioso, «della facciata principale non esistono altri esempi», scriveva il Salvati, “biografo ufficiale” dell’isola – m’accorgo dell’acqua che pavimenta l’orizzonte e che lastica la terra. Increspata di tramontana, vellutata di sole, luccicante di schiuma, l’altra metà del mondo – la parte cangiante – s’atteggia a nettare degli dèi, o piuttosto ad amniotica accoglienza, o ancora a tappeto dei pensieri leggeri e concisi. Forìo è il suom mare, e qualcos’altro.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3441879079081311868?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3441879079081311868/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3441879079081311868' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3441879079081311868'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3441879079081311868'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2011/01/forio-il-mare-e-qualcosaltro.html' title='Forìo, il mare e qualcos’altro'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TSwGpCzV8sI/AAAAAAAAAms/23-LtBreaTY/s72-c/Forio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-6735072040671534233</id><published>2010-12-27T11:06:00.003+01:00</published><updated>2010-12-27T11:13:37.752+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Spagna'/><title type='text'>Guglie, campanili e fortezze</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TRhmxzi0BrI/AAAAAAAAAmc/eIPEqQDIX3s/s1600/Segovia.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 266px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TRhmxzi0BrI/AAAAAAAAAmc/eIPEqQDIX3s/s400/Segovia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5555303146197354162" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;A Segovia, nella città che ospitò Giovanni della Croce. In tempi difficili, mirare alle "notti" aiuta a trovare la luce. Visita del 2002.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="Testolibro"&gt;Posta a mille metri d’altezza, su uno sperone roccioso tra gli avvallamenti creati dai fiumi Eresma e Clamores, circondata in tutto il suo perimetro da alte mura medievali, Segovia si erge imponente, quasi misteriosa nel suo profilo di guglie, campanili, fortezze. Senza saperlo, quasi ogni giorno ne vediamo una stilizzazione qua o là, perché la Disney per il suo logo ha scelto proprio l’Alcázar di Segovia. Insediamento degli areveci, fu conquistata dai romani nell’80 avanti Cristo, come testimonia il sorprendente acquedotto a tre arcate sovrapposte, vecchio di più di due millenni. Una lapide regalata alla città dal comune di Roma, sotto una lupa che allatta Romolo e Remo, ne sottolinea l’autenticità. Nei secoli fu conosciuta anche per la convivenza tra cristiani ed ebrei, a cui fu messa fine nel XV secolo: la sinagoga fu allora trasformata in una chiesa “cattolicissima”, prendendo il nome del Corpus Domini.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Mi avvicino a Segovia avvolto in banchi di nebbia che conferiscono al paesaggio della &lt;i style=""&gt;meseta&lt;/i&gt; un non so che di misterioso e ovattato. Fa freddo. A lato della carreggiata si scorgono pietre ordinate, le une sulle altre, a creare muretti divisori, e talvolta piccole ma incantevoli cappelle romaniche, coronate dallo svolazzare di inquietanti stormi di uccelli neri. Oppure pietre disordinate, levigate dal vento, frammiste a querce e lecci di dimensioni ridotte, per via delle intemperie e della calura estiva. Poi, improvvisi, spuntano a interrompere la linearità dell’orizzonte un campanile, poi una cupola, una torre, un tetto aguzzo. E d’improvviso eccola: Segovia, circondata dalle sue mura maestose; Segovia signorile e fiera; Segovia mozzafiato. Una nave, forse un’astronave, o piuttosto un astro. Un patrimonio dell’umanità, secondo l’Unesco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;A Segovia oggi mi metto sulle tracce di Giovanni della Croce, qui sepolto in una grande teca dorata attorniato dagli altri santi e sante carmelitani, dopo avervi trascorso gli ultimi anni della sua esistenza: morì ad appena 49 anni. Aveva incontrato Teresa di Gesù, ad Avila, che dista una cinquantina di chilometri, all’età di 25 anni, quand’ella ne aveva più del doppio. Ma, al di là della differenza d’età, in lui la santa riconobbe colui che le avrebbe permesso di estendere la riforma del Carmelo anche tra gli uomini: «Adesso posso incominciare», disse in quell’occasione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Il sepolcro del dottore della chiesa si trova nel Monasterio de Carmelitas, ai piedi della maestosa Alcázar, che lui stesso contribuì a costruire con le sue mani. Il luogo è attraversato dalla memoria di tre santi fondatori: il primo è Giovanni di Mata, iniziatore dei trinitari, che acquistò per primo il luogo. Più tardi, visto l’insalubrità del sito, i suoi religiosi l’abbandonarono. A quel momento Giovanni della Croce lo riacquistò, ma per ricostruirlo più a monte, sia per motivi di salubrità, sia perché riteneva che si dovesse creare un luogo più degno, povero ma idoneo alla preghiera e alla vita comunitaria, per i suoi carmelitani. La storia non finì qui, perché dal 1836 al 1875, come si sa, in Spagna furono aboliti gli ordini religiosi. Terminato quel periodo, Antonio Maria Claret desiderò ricomprare il sito per i suoi claretiani. E ora il convento è di nuovo occupato da una comunità di carmelitani scalzi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;A guidarmi nella visita al monastero, padre José Damián che, dinanzi al sepolcro barocco del dottore della chiesa, tutto oro e marmi, mi porta a conoscenza di alcune delle pagine più belle del santo. E mi fa rivivere alcuni momenti significativi della sua vita, a cominciare dai ricordi legati al luogo: Giovanni della Croce scavava con le sue stesse mani le pietre che servivano alla costruzione del monastero, ma non trascurava l’apostolato, che svolgeva soprattutto nel pomeriggio, mentre la sera la dedicava alla contemplazione. Amava in effetti rifugiarsi sulla collina dietro il convento, in compagnia delle pietre, e ammirare fuori e dentro di sé nientemeno che la Trinità. Si racconta che, faceva sera, un confratello gli chiese perché si appartasse al calar del sole, percorrendo un lungo sentiero di gradini di terra, su quell’altura; Giovanni gli rispose che pregava, e che, se lo voleva, poteva accompagnarlo nella sua contemplazione. Ma ben presto quel frate si stancò della pratica ascetica, e chiese di ridiscendere per coricarsi. Cosa che quella volta fece anche il santo, per amore fraterno.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;La vita nel monastero era fatta per metà di preghiera e per metà di amicizia fraterna. La vita comunitaria era forte, completa, come testimonia il fatto che nelle serate i frati potevano parlare tra di loro, per un momento di ricreazione comune, cosa assolutamente sconosciuta nei monasteri dell’epoca. Precisa giustamente il nostro accompagnatore che la “negazione” di cui Giovanni della Croce è indicato come il paladino, non era tanto ascetica, quanto mistica: l’amore era per lui la vera “negazione”, non la privazione fine a sé stessa. Non per niente la sua mistica è stata tra le più elevate mai conosciute.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Altro capitolo, quello riguardante gli scritti di Giovanni della Croce: i suoi seguaci presero sin dall’inizio l’abitudine di ricopiarli, per poterli poi meditare. Fu proprio questa continua diffusione che permise di ritrovarne degli esemplari anche dopo che una “persecuzione” nei suoi confronti, scoppiata all’interno stesso del suo ordine, portò alla decisione di distruggere tutto quanto egli aveva scritto. A questo proposito, ammiro in un oratorio accanto alla chiesa un quadro del crocifisso, che Giovanni amava molto, e davanti al quale spesso si ritirava in preghiera. Un giorno il Cristo gli parlò: «Cosa vuoi in cambio per tutto quello che hai fatto per me?», gli chiese. E lui rispose: «Soltanto patire e essere disprezzato per te». Da quel momento iniziò una persecuzione che egli però si rifiutò di definire tale, spiegandola invece così: «Queste cose non le fanno gli uomini, ma Dio per il nostro bene».&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Giovanni della Croce era anche, come si sa, un grandissimo poeta. Con i suoi versi parlava di Dio senza nominarlo, usando un vocabolario comprensibile da tutti, più letterario che teologico. Si dice che Rafael Alberti, grande poeta spagnolo, comunista e ateo, a lungo in esilio in Italia e perciò nominato cittadino onorario di Roma, poco prima di morire sia venuto a Segovia. Si sarebbe fermato alla grata dinanzi al sepolcro, senza voler entrare nel tempio, perché sentiva già una comunione con Giovanni e quindi con il mistero di Dio.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Uscendo, c’è il tempo di salire alla chiesa della Vera Cruz, nel quale i Templari, e poi i cavalieri dell’Ordine di Malta, si ritiravano in preghiera nella notte precedente alla loro nomina. Dall’altra parte della stessa collina, invece, si scorge il Santuario de la Fuencisla. La tradizione racconta che una donna ebrea di nome Ester si fosse avvicinata al cristianesimo, pur osteggiata dai suoi. Giunsero ad accusarla falsamente d’adulterio, e la condannarono a essere gettata giù dal dirupo che oggi sovrasta la chiesa. Mentre cadeva, si volse verso la statua della Madonna che ornava il portale della cattedrale, allora vicinissima all’Alcazar, e gridò: «Madonna dei cristiani, aiutami». Uscì illesa da quel dirupo. Quella statua della Madonna, chiamata appunto Fuencisla, è ora conservata nel santuario.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-6735072040671534233?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/6735072040671534233/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=6735072040671534233' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6735072040671534233'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6735072040671534233'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/12/guglie-campanili-e-fortezze.html' title='Guglie, campanili e fortezze'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TRhmxzi0BrI/AAAAAAAAAmc/eIPEqQDIX3s/s72-c/Segovia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3930050551912752592</id><published>2010-12-15T06:50:00.002+01:00</published><updated>2010-12-15T06:54:22.942+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Algeria'/><title type='text'>Notre-Dame d'Afrique, Algeri, Africa</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TQhYAZPoefI/AAAAAAAAAmU/vS2lnBAWk3w/s1600/Notre-Dame%2Bd%2527Afrique.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 300px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TQhYAZPoefI/AAAAAAAAAmU/vS2lnBAWk3w/s400/Notre-Dame%2Bd%2527Afrique.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5550783304533834226" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p style="font-weight: bold; font-family: arial;" class="Testolibro"&gt;Riapre dopo lungui restauri la chiesa più nota dell'Algeria. Un segno di collegamento tra il Nord e il Sud. Nel segno del dialogo. Visita del 2005.&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Lasciati all’immobile sguardo marino l’Ammiragliato e i Bastioni, lasciate le piazze popolate d’ogni età urbana e umana che dicono accoglienza e gioia d’esserci, la salita verso la collina del santuario di tutti gli algerini – cristiani e musulmani – è una catarsi di blu e di bianco, ancora. Notre-Dame d’Afrique sta, e basta. È lassù perché un vescovo cattolico l’ha voluta, nel lontano 1858, rispondendo a due donne pie che rimpiangevano la basilica lionese di Fourvière. Certamente. Ma sta lassù perché Maria-Mariam è il tratto comune delle due fedi qui professate, fors’anche più amata dai musulmani che dai cristiani. Bella la basilica non lo è, non lo è proprio. Ma sta, vestita di damascato da una mano kabyla e coronata dalla dorata scritta che incanta e stupisce: «&lt;i style=""&gt;Notre-Dame d’Afrique prie pour nous e pour les musulmans&lt;/i&gt;», Nostra Signotra dell’Africa, prega per noi e per i musulmani. Voglio fotografare la scritta dall’alto della galleria che ospita l’organo. Salgo una strettissima scala a chiocciola che pare africana anche nel colore, tanto è lisa e sporca. Ma lassù, tra l’aria stantia che sa di ceri arsi, di umidità e di salmastro, quella scritta voluta da mons. Pavy pare una profezia. Sarà quella donna a riunire le due fedi, nella preghiera comune e nella comune volontà di unire oltre ogni logica divisione. Africa ce n’è a volontà, su questa collina, non solo per la presenza d’algerini, ma anche per quella di tanti africani subsahariani che da queste parti studiano o lavorano. Il panorama è mozzafiato, come da Nostra Signora della Guardia a Genova, come da Notre-Dame des pecheurs a Marsiglia, come dalla casa di Maria ad Efeso… Maria-Mariam veglia su tutti i suoi figli.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3930050551912752592?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3930050551912752592/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3930050551912752592' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3930050551912752592'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3930050551912752592'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/12/notre-dame-dafrique-algeri-africa.html' title='Notre-Dame d&apos;Afrique, Algeri, Africa'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TQhYAZPoefI/AAAAAAAAAmU/vS2lnBAWk3w/s72-c/Notre-Dame%2Bd%2527Afrique.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-7554442592142542025</id><published>2010-11-29T12:37:00.004+01:00</published><updated>2010-11-29T12:41:15.509+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Messico'/><title type='text'>Teotihuacán, piramidi per acchiappare il cielo</title><content type='html'>&lt;a style="font-family: arial; font-weight: bold;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TPORSFqNs2I/AAAAAAAAAmM/mLearQilag4/s1600/Teotihuacan.jpeg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 251px; height: 201px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TPORSFqNs2I/AAAAAAAAAmM/mLearQilag4/s400/Teotihuacan.jpeg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5544935306166121314" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: arial; font-weight: bold;"&gt;A Roma è stata inaugurata recentemente una mostra sulla civiltà mesoamericana. Visita del giugno 1998 sul sito archeologico messicano.&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Non si tratta di magia, di fumose sensazioni new age, o di passeggere &lt;i style=""&gt;vague à l’âme&lt;/i&gt;. Salendo sotto il sole cocente i gradini consunti della piramide del sole, si avverte battere il cuore della gente di Teotihuacán, a duemila anni di distanza, o poco meno. Salivano verso il cielo, inquadrati dal rigido cerimoniale politico-religioso che li disponeva nel gradino corrispondente al loro grado nella gerarchia terrestre, specchio forse di quella celeste. Assistevano ai sacrifici cruenti di cuori umani offerti al Dio creatore, o a quelle divinità cosmologiche che appaiono oggi più come esseri intermedi tra Dio e la creatura, piuttosto che vere e proprie divinità. Una civiltà che suscita curiosità, anche perché per certi versi risulta moderna, scomparsa improvvisamente prima ancora del secondo millennio dopo Cristo. Perché? Non si sa. Si fanno solo ipotesi che appassionano il mondo accademico messicano.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Nel 1878, José Maria Velasco, pittore messicano di media fama e poca ispirazione, dipinse un quadro che segna in certo qual modo l’inizio della riscoperta del sito dove sorgeva “la città degli dei”, traduzione dell’ostico Teotihuacán. Piazzò il cavalletto sulla sommità della collinetta che nascondeva la  Piramide della luna, e raffigurò realisticamente la via dei morti, la piramide del sole e le altre asperità della zona. Ancora non si immaginava cosa nascondeva quel paesaggio che alternava regolarità sospette e naturali protuberanze orografiche. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Appena una ventina d’anni prima, il barone Alexander von Humbolt, celebre e impenitente viaggiatore teutonico, aveva attirato l’attenzione degli avventurieri dell’epoca su quelle vestigia ricoperte di terra e vegetazione di cui la memoria si perdeva nella notte dei tempi, senza però che la fama fosse mai scomparsa completamente: tra gli altri, lo stesso Carlo V se ne era interessato tre secoli prima. Von Humbolt e Velasco marcarono così senza saperlo l’inizio di un selvaggio saccheggio, protrattosi fino a qualche decade addietro. Come per gli Etruschi qui da noi.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Fu Ramon Almaráz, appena oltre la metà del XIX secolo a intraprendere i primi scavi ufficiali, seguito da altri illustri personaggi, come il francese Désiré Charnay. Ma bisognerà attendere gli anni Sessanta del nostro secolo per veder tornare alla luce uno dei complessi architettonici più sconvolgenti che occhio umano possa ammirare. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Ecco allora qualche data, per fissare i punti di riferimento necessari a capire questa civiltà scomparsa. Gli studiosi sembrano essere arrivati alla conclusione che si debba risalire al secondo secolo prima di Cristo per trovare le origini contadine di Teotihuacán, con un rapido concentramento di popolazione sulle pendici delle montagne attorno al sito. Circa un secolo più tardi cominciò la costruzione delle due piramidi principali del complesso ora visibile; si trattava di un centro cerimoniale comunitario che permetteva alla società nascente di saldarsi più facilmente. La costruzione delle strutture principali della zona cultuale continuò ancora per un paio di secoli, ma le aggiunte si prolungarono fino al VI secolo, quando la civiltà teotihuacán raggiunse l’apogeo. Come in altre civiltà mesoamericane, si era infatti diffusa la tradizione di ricoprire gli edifici cultuali ormai caduti in disuso con altre costruzioni, simbolo della potenza dei regnanti del momento.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Nel frattempo la città si era espansa su una superficie di 22 chilometri quadrati, la società si era rigidamente strutturata e la sua influenza si era estesa in un raggio di circa mille chilometri attorno al centro principale. Fu in quest’epoca che la città divenne probabilmente la più grande del mondo, più ancora di Costantinopoli, essendo Roma ridotta a poca cosa dal crollo dell’impero. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Un elemento da sottolineare di questo sviluppo, impressionante per l’epoca, è la presenza di numerosi gruppi stranieri all’interno della città, provenienti dalle popolazioni zapotechi, maya, huaxtechi e da alcuni gruppi núhualt. Ma queste stesse presenze sembra non siano state senza colpa nel crollo della civiltà. L’apogeo, infatti, segnò nello stesso tempo l’inizio del rapido declino della città e della civiltà intera. Su quest’argomento le discussioni tra studiosi sono feroci, e non si è ancora giunti a una conclusione definitiva sulle ragioni di tale scomparsa. Sembra tuttavia che siano stati i problemi legati al sovrappopolamento e a una lunga carestia che abbiano determinato la fine di Teotihuacán nel giro di un paio di secoli. Assalti esterni e rivolte della popolazione travolsero il potere politico-religioso che reggeva la società, a favore delle città-satelliti che divennero più potenti della città-madre stessa, fino a soppiantarla completamente. &lt;/p&gt;    &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Visitando la città degli dei, salendo e scendendo le migliaia di gradini di diverse dimensioni che ricoprono i diversi edifici, non solo quelli cultuali, e immaginando lo splendore che dovevano avere le diverse costruzioni rivestite di intonaci e di preziose decorazioni, non si può non meditare sulle alterne vicende dell’umana sorte. Il lungo e non ancora completato restauro del sito ha riproposto le ardite strutture architettoniche delle costruzioni – sempre legate ad elementi cultuali, e in particolare all’osservazione del sole e degli astri notturni – senza però poter riprodurre le decorazioni, di cui si possono però ammirare importanti vestigia nel locale museo o in quello Antropologico di Città del Messico. Ma Teotihuacán deve ancora svelare almeno la metà delle sue meraviglie, celate dalla terra con cui la natura e l’uomo – sembra che, per motivi di culto e superstizione, le varie strutture “obsolete” siano state volontariamente ricoperte dalla popolazione incapace ormai di erigerne altre più grandi – hanno nascosto tanta bellezza. Dall’alto delle piramidi del Sole e della Luna, anche un semplice sguardo da turista rivela movimenti che non possono essere naturali.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Ma già ora le statue ritrovate, le decorazioni ricostruite e le strutture urbanistiche ci presentano la duplice meraviglia di una civiltà scomparsa: una popolazione che, pur ignorando la metallurgia, era riuscita addirittura a deviare il corso di un grande fiume e ad erigere costruzioni di settanta metri di altezza, senza prescindere da una ricerca estetica che in alcuni casi lascia stupefatti, come dinanzi a certe maschere decorate di rara e moderna bellezza.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Teotihuacán manifesta con la sua stessa presenza la tensione “naturale” dell’uomo mesoamericano per la divinità. Sembra addirittura che in origine le popolazioni fossero monoteiste, con un grande pantheon di divinità intermedie legate alla natura, in particolare al sole e alla luna. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-7554442592142542025?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/7554442592142542025/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=7554442592142542025' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7554442592142542025'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/7554442592142542025'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/11/teotihuacan-piramidi-per-acchiappare-il.html' title='Teotihuacán, piramidi per acchiappare il cielo'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TPORSFqNs2I/AAAAAAAAAmM/mLearQilag4/s72-c/Teotihuacan.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-6850989923802841134</id><published>2010-11-17T08:26:00.003+01:00</published><updated>2010-11-17T08:31:29.937+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Irlanda'/><title type='text'>Dublino, alla Trinity Old Library</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TOOEtTodNwI/AAAAAAAAAl8/hCtilbXwzgI/s1600/Dublino.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 266px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TOOEtTodNwI/AAAAAAAAAl8/hCtilbXwzgI/s400/Dublino.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5540417880494782210" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;a  name="_Toc78247875" style="font-family:arial;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family: arial;"&gt;La situazione finanziaria della Repubblica d'Irlanda è sotto attenta osservazione. Pare che si sia pensato troppo in grande... Visita ad un luogo sacro della cultura "irish", nel febbraio 2004.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Non è un luogo sacro e non vuole esserlo. Eppure qualcosa mi dice che in questa lunga galleria qualcosa di immortale si respira. The Trinity Old Library nasconde tesori di carta rivestita di cuoio antico, ma soprattutto ricchezze d’anima e di spirito accumulatesi nei secoli. Volumi ricoperti di polvere mille e mille volte, e poi amorevolmente spolverati con attenzione, come se anche quella polvere fosse altrettanto antica che la carta. E c’è pure del vero, perché negli interstizi delle pagine i secoli si sono depositati ed hanno fruttato. Cosa? Come? Quando? I misteri rimangono sepolti sotto i ripetuti e sempre nuovi strati di polvere: quelli confusi alla polvere da sparo, quegli altri invece misti alla polvere della siccità e della carestia, e ancora quelli frammisti ai coriandoli della raggiunta indipendenza.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Nella “lunga stanza” converso con Platone, Aristotele, Cicerone, Swift e Defoe, i cui busti fanno la guardia impettiti alle alcove lignee che custodiscono i secoli stampati, i secoli catalogati dal basso verso l’alto: a, b, c… e ancora aa, bb, cc… Ogni alcova ha la sua scala a pioli, che permette di accedere ai ripiani più alti, quelli alfabeticamente maturi. I pioli conservano le tracce delle ricerche degli scienziati e dei curiosi: a salire, paiono man mano meno consunti, portano le tracce della fame di sapere dei secoli che furono. Tutto è stato riverniciato più volte, anche di recente – pareti, scansie, volte, &lt;i style=""&gt;parquet&lt;/i&gt; –&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;salvo quei pioli che tracciano la discriminante della storia. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il silenzio è assoluto, o quasi. I libri assorbono i suoni, e così il legno e i tappeti. Persino l’arpa gaelica più antica che si conosca – datata al 1014, e secondo la leggenda apparteneva a Brian Boru, allora re d’Irlanda – tace; anzi assorbe fonemi e decibel per sublimarli nel quasi-silenzio di ogni biblioteca-come-si-deve. Non sono sopportabili nemmeno i clic delle macchine fotografiche, nemmeno i più impercettibili perché digitali: la tecnologia sembra venire rifiutata da carta e cornucopia e pergamena e papiro…&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il senso del tempo si dilata in questa galleria dove la cultura si eterna nei legni, ma ancor più nei marmi dei busti illustri. Ma dove pure la caducità delle umane sorti si spande a dismisura, ricordando che la polvere è retaggio non solo delle cose, ma anche dell’uomo. Così è della Old Library, il gioiello di una Dublino oltremodo fiera dei suoi antichi scrigni. Rari.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-6850989923802841134?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/6850989923802841134/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=6850989923802841134' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6850989923802841134'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/6850989923802841134'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/11/dublino-alla-trinity-old-library.html' title='Dublino, alla Trinity Old Library'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TOOEtTodNwI/AAAAAAAAAl8/hCtilbXwzgI/s72-c/Dublino.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-1074046073527428421</id><published>2010-11-09T12:32:00.005+01:00</published><updated>2010-11-09T12:36:47.594+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Portogallo'/><title type='text'>Belém, la ricchezza e il debito</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNkyP762MoI/AAAAAAAAAl0/_zs8s3ccFmA/s1600/Lisbona%2BBelem.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 266px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNkyP762MoI/AAAAAAAAAl0/_zs8s3ccFmA/s400/Lisbona%2BBelem.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537512466192675458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Il Portogallo vive una profonda crisi economica. Il presidente cinese Hu Jintao si offre di coprire i buchi "acquistando" il debito del Paese. Ma le ricchezze di Belém non sono certo in vendita. Visita del 2004.&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style="font-weight: normal;font-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: normal;font-family:Georgia;" &gt;&lt;/span&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Bisogna far astrazione dal ponte una volta dedicato a Salazar, ed ora al 25 aprile, giorno della sua caduta dal potere. Bisogna dimenticare l’obbrobrio del monumentale sgabello al Cristo Re e le &lt;i style=""&gt;silhouette&lt;/i&gt; drammatiche delle raffinerie al di là del Tago. Poi ci si può mettere ad immaginare le caravelle salpare verso nuovi mondi e nuovi mercati, inviate da quei regnanti che possedevano lo spirito commerciale nel sangue. Come Manuel I, a cui si devono quei capolavori d’arte manuelina, appunto, che hanno fatto di Belém un incantevole porto verso l’oceano, un viatico e nel contempo uno scongiuro. Di marmo e d’oro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Osservo passare barche a vela sospinte dalla robusta brezza invernale e petroliere sospinte dalla forza dei motori scoppiettanti dalla loggia rinascimentale della Torre di Belém, fatta costruire da Manuel I tra il 1515 e il 1521. Sono certo che il diportista domenicale e il pilota professionista guardano entrami in direzione della torre; o, meglio, della statua della Vergine con bambino, meglio conosciuta come Nostra Signora del felice rientro in patria, simbolo di protezione per i marinai che intraprendono brevo o lunghi viaggi. La statua è rivolta verso il mare. E all’epoca della costruzione della torre era pure in mezzo ai flutti, perché l’argine distava almeno cento metri più di quanto non faccia quest’oggi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;La loggia è quanto di più elegante si possa immaginare in una costruzione peraltro difensiva, grazie alle eleganti arcate ispirate all’architettura italiana dell’epoca. Oggi la luce è cristallina e limpida, il sole bacia la pietra bianca della torre trasformandola in slancio verticale verso l’azzurro intenso del cielo invernale. I raggi del sole riescono quasi a penetrare gli spessi muri di pietra, e ad illuminare l’angusta scala a chiocciola che lega tra loro i quattro livelli superiori della torre, dando rilievo alla consunzione dei secoli e degli innumerevoli passi che hanno fatto leva su questi gradini ormai irrimediabilmente scavati e deformati. Una volta erano i passi di soldati, animati dallo spirito di conquista territoriale, mentre oggi sono passi di spensierati turisti animati dallo spirito di conquista fotografico, e nulla più. Ma allora imperava la guerra, ora impera il denaro; o forse allora imperava il denaro e ora la guerra. Chissà.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Gradini invece imperiali sono quelli che permettono di accedere ai diversi edifici che compongono l’altro immenso capolavoro dell’arte manuelina, il Mosteiro dos Jerónimos, edificato dal nostro solito monarca Manuel I intorno al 1501, appena rientrate le caravelle conquistatrici di Vasco de Gama. Un trionfo di perizia architettonica e scultorea, di ardimento prospettico e di audacia decorativa. Il chiostro. Ah, il chiostro di João de Castilho, i suoi archi e le sue balaustre in pietra traforata e con intagli preziosi! Verrebbe da trattenervisi senza limiti dìorari e di &lt;i style=""&gt;timing&lt;/i&gt; draconiani da turisti onnivori! Ma bisognerebbe ritrovarsi in solitudine, a meditare sulla fallacia dell’umana ricchezza, sulla sete di conquista che mai scompare, nonostante la profondità dell’animo umano che, arrivato alla più sovrumana intimità si volge alla più sovrumana esteriorità.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Se il chiostro invita alla verticalità verso il basso, verso l’intimità, la chiesa invece spinge alla verticalità verso l’alto, verso il Dio che sta nei cieli. Che sta da qualche parte oltre le volte della navata che viene sorretta da quei palmizi che sono le colonne ottagonali, esili ma decoratissime. Uno spazio sapientemente distribuito dalla luce che filtra colorata dalle vetrate policrome.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;Il moderno monumento alle scoperte, poderosa costruzione voluta da Salazar nel 1960, per celebrare i 500 anni della morte di Enrico il navigatore, non stona più di tanto sulle rive del Tago, all’altezza del monastero. Magellano, Vasco de Gama, Cabral, Colombo, issati sulla declinante prua di una caravella immaginaria ci stanno bene, con lo sguardo fisso verso quell’oceano che avevano sfidato come si intraprende una coraggiosa discesa nell’intimo dell’anima, o come si scala la via al cielo, terrificante di ascensioni verticali. Forse hanno intrapreso l’infinita orizzontalità dell’oceano perché incapaci di scendere nell’intimo o di ascendere al soglio divino. Eroismi, al plurale.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-1074046073527428421?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/1074046073527428421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=1074046073527428421' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1074046073527428421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/1074046073527428421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/11/belem-la-ricchezza-e-il-debito.html' title='Belém, la ricchezza e il debito'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNkyP762MoI/AAAAAAAAAl0/_zs8s3ccFmA/s72-c/Lisbona%2BBelem.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3466764765601219390</id><published>2010-11-03T07:36:00.002+01:00</published><updated>2010-11-03T07:43:54.379+01:00</updated><title type='text'>Milano, col sole e con la pioggia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNEEj2dxY8I/AAAAAAAAAlk/BGib7GxNrV4/s1600/Milano.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 292px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNEEj2dxY8I/AAAAAAAAAlk/BGib7GxNrV4/s400/Milano.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5535210430977369026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Mentre si moltiplicano le accuse alla metropoli lombarda per l'inquinamento che l'assedia, breve visita nella città di Ambrogio. &lt;/span&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È bella o non è bella Milano? Dipende dal sole. Se c’è e lo smog è spazzato via dal vento, la città rifulge di storia ed arte, se invece imperano nebbia e umidità il lato grigio della metropoli opprime le aspirazioni estetiche. &lt;/span&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;Milano versione n° 1 l’incontro in un fantastico mattino d’ottobre, uscendo dalla bocca della metropolitana al Castello Sforzesco. Persino i dipendenti Cobas dell’Atm in sciopero paiono allegri e pacifici nella loro manifestazione, e le loro bandiere gialle e rosse paiono vessilli medievali sullo sfondo di uno dei più bei manieri dell’architettura italica. Dapprima circuisco il castello, lo circumnavigo, osservando i poligoni di luce e d’ombra che si alternano nel fossato – &lt;i style=""&gt;les duves&lt;/i&gt;, direbbero i francesi – attorno alle possenti mura della costruzione degli Sforza, cole le gigantesche vetrate del piano nobile protette da altrettanto robuste inferriate. I due ampi cortili rossi di mattoni e verdi di erba, paiono persino allegri, illuminati dal sole come sono quest’oggi, ingentiliti nelle aperture e nelle chiusure, umanizzati nelle dimensioni, persino gradevoli negli acciottolati peraltro così sgradevoli alla deambulazione. Sono qui, in realtà, per rendere omaggio, direi per contemplare, l’ultima scultura michelangiolesca, quella &lt;i style=""&gt;Pietà Rondanini&lt;/i&gt; che ha fatto della sua imperfezione il culmine della perfezione. Dal vero è ancor più affascinante che nelle minuziose fotografie in bianco e nero che l’hanno denudata e rivestita di luce. Il percorso d’entrata e d’uscita – lunghissimi corridoi, scale interne anguste e scure, saloni affrescati come se fossero tappezzati di geometrie pazze e sobrie nel contempo – sembra un trattato di protologia e d’escatologia, affidando socì alla scultura del Buonarroti l’onere e l’onore del presente, del “già e non ancora”. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;Come non concludere la visita al Parco Sempione che esalta il Castello Sforzesco alla Triennale di Milano, fascista nella sua architettura lineare, del miglior fascismo intellettuale. La libreria baciata dal sole filtrante è un invito alla cultura lenta e contemplativa, mentre il caffè inondato dai raggi è un’irrefrenabile istigazione alla conversazione d’arte e di libri, di uomini e di eventi, mentre la coppa di Rosso della Valtellina assume tutti i colori della tavolozza degli Sforza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;Tutt’altra Milano, ma sempre luminosa, è quella che scorgo percorrendo i quattro chilometri di via Padova, via che diventa cinese e filippina, maghrebina e sub sahariana. Ma con misura, nonostante qualche delitto, nonostante l’insofferenza di qualche leghista. Massaggi a 20 euro e barbieri a 4 euro s’alternano a negozietti aperti 24 ore su 24 dove puoi trovare di tutto, proprio di tutto. Mentre il vecchio galoppatoio è stato trasformato in parco d’arte e cultura che anche gli immigrati riescono a capire: la natura e le arti visive riescono ad affratellare. Fino a Piazzale Loreto, rotonda ricca di storia patria e di insignificanza architettonica. Fuggo a sud, verso Porta Venezia, e poi nel breve quartiere di via Mozart, campionario eccelso di &lt;i style=""&gt;art nouveau&lt;/i&gt;, dalle ville della buona società e dei nuovi ricchi, dalle terrazze pensili che paiono boschi innalzati alla dea della luce. Ammirare nella Villa Necchi Campiglio i paesaggi – grafismi bianchi e ocra e solcati e striati e rossi e verdi e neri e segmentati – del Tullio Pericoli appare congrua elevazioni della straordinaria cura del quartiere intero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;Gli ultimi raggi di sole della giornata mi trovano a Sant’Ambrogio, il gioiello, la storia che si fa pietra e forme, l’anima della Chiesa ambrogina, l’orgoglio della milanesità industriosa e sobria, ma elegante fino al parossismo dell’estetica pura. Toglie il fiato penetrare attraverso l’ingresso a sud, scorgere i due campanili – dei … e dei … – e il frontone a tetti scoscesi, il grande portico materno nelle forme e paterno nell’austerità. Pochi gradini per scendere dalla sede stradale al portico e poi alla basilica, e poochi altri per risalire all’altare, gradini levigati e sbeccati, marmorei nella loro altera sicurezza, fino a morire nella pazza gioia – altra milanesità – delle pietre sottostanti all’altare d’oro e d’argento, pietre levigate e arrotondate, quasi a ricordare gli acciottolati della città d’una volta e a istituzionalizzare la &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;creatività della gente di Milano. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;Milano versione n° 2 l’incontro invece l’indomani nel centro più centrale della centrale Milano. Esco dalla bocca della metropolitana a San Babila, accanto ai salotti buoni della finanza e del commercio milanese, all’imboccatura delle vie della moda, della alta moda. Qui tutto vuol essere “alto”, anche se in alto non ci sono che nebbia e nubi. Percorro Viale Vittorio Emanuele II, m’imbatto nei portici delle &lt;i style=""&gt;boutique&lt;/i&gt; di lusso, mentre i ricchi, soprattutto i nuovi direi, i vecchi paiono aver scelto ultimamente la via della sobrietà del lusso che non si pavesa ma che si porge modestamente. L’abside del Duomo restaurato, mentre la Madunina è ancora sorretta da impalcature leggere ma sempre sgradevoli, dà una visione certa dell’enorme sforzo dell’Europa delle cattedrali, ma avvolta dalla fiumana di gente assatanata di consumo che si costringe in poche vie, mentre cinquanta metri più in là il tappeto umano diventa deserto umano. Un’Europa del consumo che non sa più costruire se non beni voluttuari, esternazioni dell’opulenza dell’Europa della finanza e del lusso che vacilla tuttavia dinanzi alla penetrazione irrefrenabile dell’armata d’Oriente, carica di suggestioni di marketing e d’imitazione, ma con una valanga umana che non ha limiti. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Testolibro"&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt;La Galleria&lt;/span&gt;&lt;span style="line-height: 120%;"&gt; ne è l’esemplificazione, e così via Torino, e via Montenapoleone e tutte le altre vie del lusso. Vie che non sanno che farsene dell’antica tradizione milanese della laboriosità. Un mito, e come tutti i miti destinata a non essere più realtà ma espressione dell’idealità della realtà. E più s’allontana dalla realtà, più cioè vive di rendita e d’ozio, più il mito della laboriosità cresce e la spocchiosità e l’assenza di generosità lievitano. Il cardinal Tettamanzi abita dietro al Duomo, in un palazzo d’antico lignaggio discreto ed elegante, ma sobrio, veramente sobrio. Lì sotto passa poca gente, e pochi ascoltano le sue parole che invocano la solidarietà dei ricchi, la necessaria giustizia, l’inderogabile necessità di riprendere a pensare ai figli, all’altro, al lavoro più che ai soldi. Pare una Cassandra in porpora cardinalizia, ma quanto più necessaria in un’epoca grigia, com’è la  Milano versione n° 2.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3466764765601219390?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3466764765601219390/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3466764765601219390' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3466764765601219390'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3466764765601219390'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/11/milano-col-sole-e-con-la-pioggia.html' title='Milano, col sole e con la pioggia'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TNEEj2dxY8I/AAAAAAAAAlk/BGib7GxNrV4/s72-c/Milano.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-299206018062610225</id><published>2010-10-26T07:50:00.002+02:00</published><updated>2010-10-26T07:57:02.024+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Siria'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Medio Oriente'/><title type='text'>Siria cristiana</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TMZto8cOKCI/AAAAAAAAAlc/R-EtN4FUOs8/s1600/Maalula.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 300px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TMZto8cOKCI/AAAAAAAAAlc/R-EtN4FUOs8/s400/Maalula.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5532229742457923618" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt; 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Maalula e Seidnayya, rocce siriane che raccontano i primi tempi dei seguaci di Cristo nella regione. Visita del 2005.&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Lasciata la stupefacente Mar Mousa e il deserto di rocce tra Damasco e Homs, una stretta e pittoresca valle conduce da Yabrud verso una cittadina dal nome fascinoso: Maalula, ai piedi della catena ancora innevata dell’Antilibano, incastonata in una striscia di verde che evidenzia l’umidità della valle. Il mio accompagnatore mi dice con una certa fierezza che la cittadina è famosa presso il popolo siriano non tanto per le bellezze d’arte, per la natura scorticata o per la tradizione d’un tempo lontano di cristianità originaria, quanto molto più prosaicamente per la bellezza delle sue giovanette e delle sue donne. Costato come sia vero. Spuntano ovunque, dagli angoli più impensati, degne senza essere ingabbiate in scafandri di tessuto, certamente più intraprendenti di quanto non lo siano normalmente le donne siriane…&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;A Maalula c’è dell’altro, ovviamente, del bello e dell’antico. Come il monastero di Santa Tecla, Deir Mar Takla. Pare di essere nel &lt;i style=""&gt;siq&lt;/i&gt; di Petra, in un canyon angusto e misterioso che si dice sia stato aperto miracolosamente dal passaggio di Santa Tecla, appunto, seguace di San Paolo in fuga, e poi martirizzata sul posto. La Siria non cessa di sorprendere per la sua incredibile capacità di generare miti, di tirar fuori dal suo cilindro santi d’ogni tipo ed origine.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Più sotto, appresso al convento moderno dedicato alla santa, come una fortezza ricca di modestia (mi si perdoni l’anacoluto) si para dinanzi al pellegrino il monastero di San Sergio, Deir Mar Sarkis, che in alcune sue parti risale addirittura al III-IV secolo. E il suo altare data ad un’epoca pre-cristiana: è semicircolare e non è piatto – come prescrissero i primi vescovi, per non confondere il rito cristiano con quello pagano –, conservando quelle scanalature e quei bordi che servivano a trattenere il sangue dei sacrifici animali dei culti ancestrali della regione. Il pretino, che pare voler affermare d’essere lui stesso una reliquia dei primi tempi del cristianesimo, mi offre un bicchierino di passito – squisito, per onor di cronaca –, prodotto dalle magre vigne del monastero e poi intona solo per me il Padre nostro in aramaico: il dialetto del posto è quello stesso (sembra proprio che sia così) che Gesù parlava in Palestina. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il monastero annuncia poi una originalissima conformazione calcarea, forata come un gruviera da infinite grotte che avevano ogni sorta d’uso, forse salvo quello dell’eremitaggio. Da quegli anfratti escono capre, pecore, mucche, galline, conigli e umani ch sembrano capre, conigli…&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Ancora una ventina di chilometri di ebbrezza, seguendo una catena montagnosa che pare lo slabbramento d’una ferita mai rimarginata, ed ecco un altro grappolo di case, l’ennesimo, che s’inerpica su un colle coronato da un altro grappolo, di cupole questa volta. Ecco Seidnayya, una delle più antiche mete di pellegrinaggio di tutto il Medio Oriente: qui è conservata, in un oscuro anfratto ricavato nella cripta della chiesa principale, un’immagine mariana, un’icona &lt;i style=""&gt;ante litteram&lt;/i&gt;, che si dice dipinta niente meno che dall’evangelista Luca in persona. Ogni sorta di miracoli è attribuita all’icona, non solo dai cristiani delle Chiese più diverse, ma anche dai musulmani. Nell’orribile scalinata a zigzag costruita di recente con materiali dozzinali per permettere un’ascensione più comoda al santuario, le donne velate sono in effetti più numerose di quelle a capo scoperto. Si confondono con le monache ortodosse che custodiscono il santuario con ferreo rigore, senza transigere minimamente alle anarchie dei turisti. Anch’io mi becco una violenta reprimenda per aver osato fotografare l’icona, commettendo così un atto di peccaminoso consumismo…&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Perdersi nei cortili, sulle terrazze, nei tetti, negli intricatissimi passaggi del monastero è piacevole e contagioso, tanto più quando si ha la coscienza di scoprire uno dei luoghi più antichi della fede cristiana, dopo Gerusalemme, ovviamente costruito per sostituire, o più precisamente per sovrapporsi, a un antico tempio pagano, romano o greco, chissà. In ogni modo qui la fede non è un’opinione, è forte come la roccia. Quella dei cristiani e quella dei musulmani. Maria fa da &lt;i style=""&gt;trait-d’union&lt;/i&gt; tra i fedeli delle due religioni, forse non a caso. Forse è una profezia.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-299206018062610225?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/299206018062610225/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=299206018062610225' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/299206018062610225'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/299206018062610225'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/10/siria-cristiana.html' title='Siria cristiana'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TMZto8cOKCI/AAAAAAAAAlc/R-EtN4FUOs8/s72-c/Maalula.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2652963841331368683</id><published>2010-10-20T07:25:00.003+02:00</published><updated>2010-10-20T07:30:14.132+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Arte'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Francia'/><title type='text'>Auvers-sur-Oise, Van Gogh e gli scioperi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TL5-Or04AoI/AAAAAAAAAlU/JP6lDBHK9js/s1600/Auvers-sur-Oise.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 318px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TL5-Or04AoI/AAAAAAAAAlU/JP6lDBHK9js/s400/Auvers-sur-Oise.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5529996183205315202" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Mentre la Francia vive momenti di alta tensione politica e sociale, una visita nel paese che ospita le spoglie di Van Gogh (a cui Roma dedica in queste settimane una mostra importante) può insegnare il senso della misura. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-family: arial;"&gt;Si era nel 1993.&lt;/span&gt;  &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La chiesa di campagna immortalata dal pittore fiammingo negli ultimi squarci della sua tormentata carriera d’uomo si erge nella modestia contadina, così simile al dipinto eppure così diversa, quasi meno reale della copia. Potenza dell’arte, potenza dell’immaginazione! Controvoglia salgo i quattro materiali scalini della parrocchiale, che subito m’appare deturpata nella sua semplicità architettonica dal solito armamentario dei curati: annunci libretti rosari questue riviste. &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Immaginavo di potere incontrare sotto le volte neogotiche un vecchio sacerdote senza più forze né illusioni che mi scaldasse il cuore, come a Emmaus; che mi ascoltasse calmo e amoroso, come al pozzo di Samaria; che mi capisse acuto e misericordioso, come l’angelo del sepolcro vuoto; che mi rimproverasse con un drammatico: «Mi ami più di costoro?». Ci sono giorni così. Il prete appare sul serio, ma giovane e dinamico, scattante come una cavalletta, preoccupato che tutto funzioni alla perfezione per la cerimonia che comincerà di qui a poco. Non mi degna ovviamente di uno sguardo. Meglio così. Meglio emigrare da questa chiesa, quest’oggi chissà perché senza Santissimo. Chissà dove l’hanno nascosto, quasi che ci si dovesse vergognare della sua presenza.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Sono giorni blu, come il cielo che avvolge le arcate schizoidi del folle d’Anversa, pazzo per amore. Dietro la chiesa, oltre un prato ubriaco di ranuncoli, giacciono le tombe dei due fratelli Van Gogh, Vincent e Théo, legatissimi in vita, uniti nella stessa terra mortuaria. Altrove la gente si slancia accecata sulle orme dell’uomo che da vivo non vendette nulla; Van Gogh Museum, Moma, Héremitage e Musée d’Orsay rigurgitano di gente assetata di vedere, ingoiare e digerire in pochi minuti le sue pennellate geniali. Senza grande successo, domani un Cezanne o un Michelangelo pubblicizzati prenderanno il posto del fiammingo, in una confuzione da supermercato dell’arte.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Auvers-sur-Oise gode invece della pace dello spirito. Cosa valgono le ceneri di un pittore, anche del più grande? Polvere. Van Gogh, eunuco della vita. Ma le sue ceneri sono avvolte da un fitto cuscinetto di edera silenziosa. Un capolavoro di divina semplicità, che Vincent avrebbe certamente approvato.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Van Gogh ha sperimentato l’eterna assurdità di riconciliare il mondo col suo Dio. Ha ricominciato cento volte. La centunesima gli fu fatale. Ma, ne sono certo, nell’agonia, avrebbe voluto ancora ricominciare. Il sangue nero di polvere da sparo glielo impedì.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2652963841331368683?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2652963841331368683/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2652963841331368683' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2652963841331368683'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2652963841331368683'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/10/auvers-sur-oise-van-gogh-e-gli-scioperi.html' title='Auvers-sur-Oise, Van Gogh e gli scioperi'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TL5-Or04AoI/AAAAAAAAAlU/JP6lDBHK9js/s72-c/Auvers-sur-Oise.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-3920717842923396990</id><published>2010-10-14T07:29:00.004+02:00</published><updated>2010-10-14T07:37:06.495+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Serbia'/><title type='text'>Serbia, la pace tra 10 mila anni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLaWhE43WHI/AAAAAAAAAlM/FM-4WhZ3s40/s1600/Perko.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLaWhE43WHI/AAAAAAAAAlM/FM-4WhZ3s40/s400/Perko.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5527771087635961970" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;1999: intervista all’allora arcivescovo cattolico di Belgrado, Franc Perko, personaggio conosciutissimo a Belgrado, di cui all'epoca  era arcivescovo metropolita. Di grande interesse rileggerla dopo i fatti di Genova.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;Nato nel ’29, Franc Perko è sloveno. Mi accoglie nel suo studio carico di libri, riviste e soprammobili, che evidenzia una cultura vasta e coltivata: è teologo orientalista e “basilista”. È stato condannato a quattro anni di prigione, che ha scontato dal ’55 al ‘58 proprio a Belgrado. L’arcivescovo fuma la pipa e ha un parlare schietto. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;Proprio oggi si festeggiano Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei Balcani. Cosa le suggeriscono le vicende dei patroni dell’Europa «a due polmoni», assieme a Benedetto?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;«Nell’attuale difficile situazione è molto importante che la chiesa contribuisca alla creazione di una nuova mentalità di perdono, convivenza, e, perché no, mutuo amore. Tra singoli e tra etnie. La pace dipende da questo cambiamento di mentalità, che tuttavia non si può fare dal giorno alla notte. Inutile illudersi. È una sfida, un dovere non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per quella ortodossa e per la comunità musulmana. Penso che la mia chiesa sia pronta a questo passo, che anzi sta già compiendo. Ma sono felice che anche la Chiesa ortodossa si sia avviata nella stessa direzione, ammettendo alcuni errori passati. È una speranza; bisogna essere pazienti e ottimisti». &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;La propaganda del regime è invadente. Ma anche in Occidente spesso non abbiamo informazioni esaurienti. Così si dipinge il popolo serbo come bellicoso e quasi diabolico… &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«No. Tutti i popoli sono uguali. Che alcune persone appartenenti all’etnia serba siano sotto l’influsso del male, questo è un altro discorso. Ma di gente così ce n’è in tutti i popoli. Così non si può nemmeno dividere la popolazione tra buoni e cattivi; ma c’è qualcosa che, a mio avviso, ha falsato l’orizzonte politico, religioso e sociale della regione: l’idea della Grande Serbia, che andrebbe difesa (e non conquistata) contro coloro che la minacciano nella sua esistenza. Nella penultima guerra balcanica, quella del ‘91, paradossalmente erano in conflitto solo difensori: mi dica, non è difficile fermare una guerra quando non c’è un solo attaccante, un solo colpevole? Il regime attuale ha usato quest’idea della Grande Serbia anche nel recente conflitto: la Serbia non esisterebbe senza il Kosovo. Alcuni esponenti religiosi hanno appoggiato ripetutamente quest’idea, sin dalla guerra con la Croazia: so per certo che nei giorni precedenti il conflitto, autorevoli uomini di chiesa in Kraijna diffondevano e sostenevano questa teoria. In quell’occasione era stato persino rifiutato un piano croato (detto Z4), per una forte autonomia della regione. E ora, dopo la nuova ripartizione della Bosnia-Erzegovina firmata a Dayton, la Grande Serbia non c’è più. È vero, emerge lo spettro di una Grande Albania, che si esprime tra l’altro nella purificazione etnica attuata dai kosovari albanesi in numerosi villaggi abitati anche dai serbi, già prima di quest’ultimo conflitto. È ora di finirla con queste menzogne storiche e politiche».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;La carta dei Balcani è impressionante per il mixing etnico. Sarebbe possibile dividere definitivamente le etnie? Non servirebbe piuttosto un piano per la loro coesistenza pacifica?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«Dividere le etnie nei Balcani è assolutamente impossibile, come ha dimostrato la guerra in Bosnia ed ora il conflitto in Kosovo. Lo ripeto, più che un piano politico (pur necessario) c’è bisogno di un cambiamento di mentalità per giungere alla coscienza che si deve vivere assieme. Solo questo è il futuro, al quale debbono collaborare tutte le comunità religiose. Si conoscono ad esempio i codici di vendetta esistenti tra gli albanesi: in Kosovo i cattolici avevano proposto e realizzato un perdono generale tra tutti gli albanesi, cattolici o musulmani che fossero. I conti erano stati azzerati. Ma i cattolici albanesi non avevano rivolto questo invito al perdono reciproco a serbi e rom. Sarebbe ora opportuno farlo. È vero, ci sono migliaia di morti che pesano sulla bilancia, ma senza azzeramento delle vendette non si riuscirà ad uscirne vivi. La Chiesa cattolica è pronta a fare questo passo, speriamo che lo siano anche i cattolici».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;font-size:12pt;"  &gt;L’Europa si interroga, perché nel suo seno è nata questa guerra, risolta coi bombardieri americani. Quale ruolo può ancora giocare il vecchio continente?&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«L’Europa ha fatto molti sbagli, ma ha anche avuto i suoi meriti. Senza la sua presenza &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;-&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; lo dico senza remore &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;-&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; le cose sarebbero andate molto peggio. Dopo il crollo del comunismo, che aveva fatto tacere con la paura le discordanze etniche dando cinquant’anni di apparente pace ai Balcani, i movimenti sociali si sono rimessi in moto. I piccoli popoli, giustamente, non sopportano più di restare sotto il dominio dei grandi. La Russia stessa, con le sue quindici etnie maggiori, è sul bordo dell’esplosione. Penso che il processo di decolonizzazione africana ci insegni qualcosa: le frontiere, quali che siano, debbono restare intatte. Questo principio ha salvato l’Africa dalla totale anarchia. Nei Balcani ha tenuto finché non è venuta fuori quest’idea della Grande Serbia, e tutto è saltato per aria. La Bosnia si è salvata grazie proprio a questo principio dell’immutabilità delle frontiere. Credo che lo stesso possa accadere col Kosovo. Autonomia delle singole regioni, sì. Indipendenza, no».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;A suo avviso, quali sono i lati più positivi del popolo serbo?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«L’ospitalità, l’amicizia e il rispetto, soprattutto &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;-&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; a dire il vero &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;-&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; per chi è dalla loro parte. Un giovane studente serbo mi disse un giorno: siamo amici, perché allora non abbiamo la stessa lingua? Gli risposi che dovevamo rispettarci e amarci, ma nella diversità. I serbi sono inoltre eccellenti non solo nel calcio, ma anche nella cultura. È un popolo fiero e nobile».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;A quando la vera pace nei Balcani?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«Tra 10 mila anni».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-weight: bold;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;10 mila, senza sconti?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt;«A meno che la provvidenza non intervenga. Questo lo spero e lo credo».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:12pt;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-3920717842923396990?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/3920717842923396990/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=3920717842923396990' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3920717842923396990'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/3920717842923396990'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/10/serbia-la-pace-tra-10-mila-anni.html' title='Serbia, la pace tra 10 mila anni'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLaWhE43WHI/AAAAAAAAAlM/FM-4WhZ3s40/s72-c/Perko.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-2320565426643210193</id><published>2010-10-12T08:18:00.003+02:00</published><updated>2010-10-12T08:29:17.257+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Terra Santa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Israele'/><title type='text'>Masada, l'orgoglio degli ebrei</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLQAJlRYwaI/AAAAAAAAAlE/YilHFVx8ihA/s1600/Masada.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 268px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLQAJlRYwaI/AAAAAAAAAlE/YilHFVx8ihA/s400/Masada.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5527042807314301346" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Il governo israeliano ha approvato una modifica alle norme della concessione della cittadinanza: bisognerà giurare fedeltà anche all'ebraicità dello Stato. Visita a Masada, orgoglio d'un popolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Masada, Massada o Mezada, dipende dalle traslitterazioni. Il Mar Morto giace come sempre sonnacchioso, con le onde rese vischiose dalla concentrazione salina, sotto una foschia che sa di inerzia, di mestizia, di polvere sospesa nell’aria. Il profilo del Monte Nebo s’intravede al di là della distesa d’acqua che ricopre la depressione: il papa è lassù, a predicare pace su queste terre che nella storia hanno conosciuto più conflittualità che tregue. I paesaggi sono lunari, desertici, aspri: si capisce così l’asprezza di questa gente avvezza più a costruire muri che ponti. Qui in effetti anche le montagne paiono muri invalicabili, o quasi. Come lo sperone roccioso di Masada, che persino i romani fecero un’improba fatica a conquistare. Spingendo i difensori a immolarsi come kamikaze &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;ante litteram&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, forse seguendo il Sansone biblico, che gridò in un impeto di collera nazionalistica: «Muoia Sansone con tutti i filistei». &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Che i romani abbiano faticato tanto a conquistare il simbolo stesso dell’entità nazionale ebraica lo si capisce da subito, salendo dal Mar Morto fino alla roccaforte di Masada, issata su una roccia che pare un tronco di cono sovrastato da una piattaforma che già dalle pendici del monte pare grandiosa. Si può salirvi usando una funivia di fabbricazione svizzera – rassicurante presenza elvetica –, oppure sfidando sole e calore imboccando lo &lt;i style=""&gt;snake path&lt;/i&gt;, il sentiero del serpente, chiamato così non a caso, per l’ardito percorso che s’inerpica lungo il crinale orientale. Ad ogni tornante lo scenario acquista toni sempre più epici, quasi si stesse spiccando il volo a picco sull’azzurro cupo del Mar Morto. E salendo si scorgono pure i perimetri ben visibili degli accampamenti che i romani eressero per porre l’assedio alla fortezza, che durò circa sei mesi. Eressero pure una muraglia di legno, per impedire ogni via di fuga agli assediati: oggi resta un lungo e ininterrotto muretto a secco che ne ripercorre il tracciato.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È con non poco sollievo, allora, che si giunge alla Porta Orientale, attraversata la quale s’apre il vasto altipiano (700 metri su 300) di Masada, che dapprima non suscita grandi entusiasmi, a dire il vero, né estetici né archeologici, salvo per tre o quattro torri monche che paiono più che altro residui di un forte militare d’altri tempi, o poco più. Ma è questione di qualche centinaio di passi, quando il reticolato di muri svela la città che lassù era stata costruita, o piuttosto una reggia fortificata. Se la polvere, che nell’ascesa contrappuntata da gradini che si sfaldano alternati ad altri che invece paiono venire dai millenni trascorsi e andare verso nuovi millenni, era stata invadente e appiccicosa, qui invece si erge addirittura in volute modellate dal vento che paiono materializzare fantasmi. Ebraici e romani, in lotta tra loro, con il corredo di zeloti ed esseni e finanche cristiani bizantini.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;La fortezza viene descritta dallo storico ebreo che s’aggregò all’esercito romano, Giuseppe Flavio, quasi un &lt;i style=""&gt;imbedded reporter &lt;/i&gt;dell’epoca. Fu il re Erode, quello del tempo di Gesù, quello sepolto nella collina artificiale dell’Herodiyon (40-4 a.C), che rese grande Masada, trovando il luogo adatto a difendersi dai tanti nemici, reali o potenziali, che minacciavano Israele. Così su questo pianoro eresse una reggia e una fortificazione di eccellente fattura, usando dell’arte dei migliori artisti e artigiani dell’epoca. Scriveva Giuseppe Flavio: «Costruì sulle mura trentasette torri e un intero castello, cosicché la sua opera si erge verso il cielo e di fronte agli uomini a riparo del nemico che sale in guerra contro di lui». &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Ma la vicenda di Masada fu resa epica dalla grande rivolta contro i romani del 66 d.C., quando un gruppo di “sicari” (zeloti estremisti, determinati alla morte pur di sconfiggere il nemico), guidati da Menachem Ben-Yair, attaccò la fortezza sottraendola al controllo romano. Arrivarono anche gli esseni quassù, in un impeto di orgoglio tutto ebraico. Dopo la caduta di Gerusalemme, nel 70 d.C., gli ultimi ribelli si rifugiarono proprio quassù. Vi costruirono nuovi edifici, sia militari che cultuali che educativi. Finché i romani, al comando di Flavio Silva, tre anni più tardi intrapresero la riconquista di Masada. Mille erano quassù, diecimila laggiù. Ma l’assedio non fu facile, e durò alcuni mesi. Fu una terribile battaglia in cui gli assediati si decisero alla morte pur di non cadere vivi in mano del nemico: dapprima furono le donne e i bambini ad essere sgozzati dai loro stessi mariti e padri, i quali poi funsero da kamikaze &lt;i style=""&gt;ante litteram&lt;/i&gt;, cercando di sacrificarsi solo dopo aver ammazzato ciascuno dieci nemici, più o meno. I romani, vinte le ultime resistenze, trovarno a Masada solo una distesa di cadaveri. Vennero poi i bizantini, prima che l’intero sito cadesse nell’oblio, finché due archeologi inglesi, Smith e Robinson, nel 1838, reperirono di nuovo il sito. Ma solo nel 1953 vennero reperiti il Palazzo Nord e la serpentina, e fu così chiarito l’enigma storico di Masada, così come l’ho sommariamente raccontato.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Si capisce, allora, come Masada sia diventata il simbolo storico dell’eroismo ebraico, al punto che gli ebrei ora vengono in questo luogo come si va in un pellegrinaggio, ritenendo questo luogo il simbolo della conquista della libertà. È la storia della resistenza di una minoranza contro la maggioranza: in fondo, la storia del popolo ebraico. Non a caso i soldati israeliani impegnati nelle più complesse operazioni militari e di &lt;i style=""&gt;intelligence &lt;/i&gt;contro il terrorismo palestinese (o la resistenza, dipende dai punti di vista!) vengono quassù giurare la loro fedeltà allo Stato ebraico, naturalmente sulla Torah. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È importante deambulare nel sito avendo ben in mente questa storia, che spiega tutto, o quasi, di questi reperti. Così le terme – con &lt;i style=""&gt;frigidarium &lt;/i&gt;e &lt;i style=""&gt;calidarium &lt;/i&gt;e &lt;i style=""&gt;tiepidarium &lt;/i&gt;– e il complesso sistema di raccolta delle acque (già all’epoca una specialità degli abitanti del luogo di religione ebraica), così i magazzini regolari e efficienti, così il Palazzo di Erode vero e proprio, costruito su tre livelli, quasi sospeso nel vuoto, così i mosaici di squisita fattura che compaiono qua e là nelle abitazioni e nelle casematte. Si cammina e si respira la profondità dei millenni, pare di scorgere, nelle frotte di turisti velati dalla nuvola di polvere, truppe disposte al combattimento; pare di udire le grida dei bimbi che scorrazzano nelle corti delle scuole; pare di veder le donne intente a coltivare i loro orticelli e a raccogliere l’acqua piovana fino all’ultima goccia. Pare scorgere il corteo reale incamminarsi per le celebrazioni dello &lt;i style=""&gt;shabbat&lt;/i&gt;… &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7456655355371527859-2320565426643210193?l=mzanzucchi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/feeds/2320565426643210193/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7456655355371527859&amp;postID=2320565426643210193' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2320565426643210193'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7456655355371527859/posts/default/2320565426643210193'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mzanzucchi.blogspot.com/2010/10/masada-lorgoglio-degli-ebrei.html' title='Masada, l&apos;orgoglio degli ebrei'/><author><name>Michele Zanzucchi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13194207773656323073</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/SkMLAa6bclI/AAAAAAAAAAg/zczV06vQ9O8/S220/Michele.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TLQAJlRYwaI/AAAAAAAAAlE/YilHFVx8ihA/s72-c/Masada.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7456655355371527859.post-5502121457895019306</id><published>2010-10-08T08:38:00.002+02:00</published><updated>2010-10-08T08:43:15.191+02:00</updated><title type='text'>Shanghai, il castello del capitalismo comunista</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TK69dBJiIQI/AAAAAAAAAk8/L3LPsXROzfE/s1600/Shanghai.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_r5cuKHGZ8tE/TK69dBJiIQI/AAAAAAAAAk8/L3LPsXROzfE/s400/Shanghai.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5525562099052454146" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if !mso]&gt;&lt;object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id="ieooui"&gt;&lt;/object&gt; &lt;style&gt; st1\:*{behavior:url(#ieooui) } &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable  {mso-style-name:"Tabella normale";  mso-tstyle-rowband-size:0;  mso-tstyle-colband-size:0;  mso-style-noshow:yes;  mso-style-parent:"";  mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;  mso-para-margin:0cm;  mso-para-margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:10.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ansi-language:#0400;  mso-fareast-language:#0400;  mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Il premeir cinese Wen Jaobao è in visita in Italia. Ha promesso 100 miliardi di scambi tra Cina e Bel Paese. Visita del 2006 a Shanghai, capitale del capitalismo locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Industrializzazioni spinte all’estremo e limitazione delle libertà religiose e di pensiero, consumismo sfrenato e comunismo al potere. Sono contraddizioni a lungo sopportabili? Questo mi chiedo in attesa dell’aereo della China Eastern che mi condurrà a Shanghai, capitale commerciale del Paese: se Beijing è la storia e la tradizione, Shanghai è invece il presente, costruito com’è con criteri di massima produttività e spirito d’iniziativa privata. &lt;/span&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Abito in una torre di 35 piani, proprio di fronte al mercato più noto ai turisti occidentali, quello dove si vendono i prodotti di marca europei, in particolare italiani, contraffatti bene: dai Rolex ai Louis Vuitton a Prada e Armani. Tra pochi mesi questo mercato, anche per le pressioni occidentali, verrà chiuso, e i commercianti che vi sono attualmente accolti non avranno più la licenza di vendere. Ma questo, mi spiegano, avrà probabilmente come solo effetto quello di moltiplicare tali templi della copia, perché la capacità riproduttiva cinese e il disprezzo per le leggi internazionali della proprietà è assolutamente irrefrenabile. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Dalla mia finestra si ammirano centinaia di grattacieli, una foresta impressionante di acciaio e cemento, anche se è rivolta verso il Nord, e quindi non riesce a inquadrare Pudong, il massimo centro commerciale della città, che conta il maggior concentrato al mondo di grattacieli assieme alla lontana Manhattan e alla vicina Hong Kong. «Ma sono in media i più alti esistenti», ci tengono a dirmi degli amici. Aggiungono che la corsa ai grattacieli è finita, perché il sottosuolo della metropoli, sottoposta ad un’enorme pressione, comincia qua e là a cedere. Per questo motivo sono state interrotte tutte le estrazioni di acqua dal sottosuolo, e per questo i nuovi progetti vengono valutati uno alla volta, con rigore. Non è nemmeno immaginabile pensare quello che succederebbe se ci fosse un cedimento, fosse anche di mezzo metro, del terreno di Shanghai.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Mi reco a pranzo in un noto ristorante del centro, il Nanxiang Steamed Buns, dove si sono fermati a gustare le prelibatezze della cucina di Shanghai – meno fritta, va detto, di quella di Beijing – persino la regina Elisabetta d’Inghilterra e Bill Clinton. Non costa più di tanto (25 euro in quattro), e si rivela una cucina prelibata: un’infinità di cibi dolci e salati, accompagnati da un tè meraviglioso che sembra sciogliere ogni grasso, con manicaretti che paiono impastati dalle mani di un &lt;i style=""&gt;chef &lt;/i&gt;di grandi capacità. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Il ristorante dà su una piazzetta sospesa sopra un piccolo lago in cui sguazza una moltitudine di pesci rossi ingozzata da cento e cento mani generose che si sporgono dai parapetti come stessero nutrendo gli dèi stessi. La folla è traboccante e impenetrabile, un muro, dedita alle più varie attività, in certo modo incurante di chi passa accanto. Siamo nel centro antico della città – antico, si fa per dire, qualche edificio supera appena il secolo o i due –, completamente restaurato e trasformato in un immenso centro commerciale che offre di tutto e di più, dalle effigi di Mao ai profumi di Calvin Klein, alla Bibbia. È in certo senso un buon modo per introdurmi al capitalismo cinese, alla sua incredibile aggressività e, almeno in apparenza, alla sua assoluta mancanza di etica. Tutto è possibile, sotto l’occhio attento del Grande Fratello. &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È un impatto forte, quello con Shanghai, 17 milioni di abitanti, una storia in fondo breve, un passato coloniale a opzione plurima, uno sviluppo economico al 30 per cento annuo, un’esplosione edilizia che non ha eguali al mondo. È la città dei grattacieli, di tutte le fogge e le altezze. Ce ne sono a bombetta, a foulard, a punta, a palla, a bustina, a infiorescenza, a borsalino, a piume. E ancora a biscotto, a carota, a sedano, a zucchina, a mango, a melanzana. Ce ne sono bombati e slanciati, tozzi ed esili, giunchi battuti dal vento e querce secolari. Gli architetti del mondo intero vengono qui a vendere i loro progetti ai cinesi, che hanno soldi e mano d’opera a buon mercato, &lt;i style=""&gt;know how &lt;/i&gt;e gusto del rischio.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;È tutto vero, ma Shanghai, vera città cinese del business, ha l’attenzione dovuta per i suoi edifici più antichi, che vengono preservati e restaurati qui sul Bund sul quale passeggio sul far della sera, illuminato a festa. In questo modo la città cerca di attirare turisti cinesi in primo luogo ma anche europei e americani, tanta valuta pregiata e una riserva di plusvalore impressionante a causa dei ritmi di lavoro e degli stipendi ancora bassi, da Paese in via di sviluppo, e dello yuan che il governo non accetta di rivalutare. Con queste riserve il governo cinese sta comprando il debito estero statunitense, robe dell’altro mondo! &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-family: georgia;" class="Testolibro"&gt;Shanghai ha il concentrato di popolazione di Hong Kong e la vastità dell’abitato di Pechino. Una miscela esplosiva, se non fosse per la straordinaria capacità disciplinare del popolo cinese. Lo penso osservando, al di
