lunedì 11 marzo 2013

Mostar, la luna pietrificata



La città del ponte più noto dei Balcani, distrutto dalla guerra degli anni Novanta e ora ricostruito.

Non c’è dubbio: Mostar – che non a caso significa “guardiano del ponte – vive dello Stari Most, il ponte vecchio, definito anche poeticamente “luna pietrificata”. Le sole vestigia interessanti, quelle dell’epoca medievale e ottomana, s’aggruppano, si cristallizzano, si affastellano attorno al ponte più noto della Bosnia e simbolo della guerra degli anni Novanta, che lo distrusse senza pietà né rispetto per la storia e per l’arte. Una storia lunga: nel XVI secolo era un importante nodo di trasporti e commercio dell’Impero ottomano. Nel 1557, Solimano il Magnifico ordinò la costruzione di un magnifico arco di pietra che sostituisse il ponte ligneo sospeso sulla Neretva, le cui oscillazioni spaventavano i viaggiatori. Il ponte fu terminato nel 1566 e ben presto divenne una delle meraviglie architettoniche dell’intera Europa. Nel corso della guerra degli anni Novanta, dapprima croati-bosniaci e musulmani-bosniaci combatterono fianco a fianco contro i serbi, ma nel 1993 presero a combattersi anche tra di loro, creando una linea di fronte che attraversava l’intera città. Due anni di combattimenti che distrussero non solo il ponte, ma anche la quasi totalità degli edifici storici della città. Il centro è stato poi ricostruito col contributo determinante dell’Unesco, visto che la città è iscritta nell’albo dei siti “patrimonio dell’umanità”.
Vengo da Medjugorie, un luogo di grande significato spirituale, al di là della veridicità delle apparizioni mariane, ma di assoluta insignificanza dal punto di vista architettonico e artistico, oltre che storico. È quindi con sommo piacere che, percorsi i trenta chilometri che separano la cittadina delle apparizioni dalla città del ponte, mi trovo dapprima nelle vie del fronte su cui due lati le vestigia crudeli della guerra sono ancora perfettamente visibili, e quindi alle soglie del quartiere centrale, con le sue in fondo modeste ma bellissime case di pietra e di legno che ricordano come da queste parti la frammistione e la contaminazione delle culture siano assolutamente normali. C’è dell’influenza turca, indubbiamente, a cominciare dalle moschee che paiono palazzi residenziali e dai minareti che svettano come fossimo a Istanbul; ma non mancano le tracce d’un medioevo più mitteleuropeo, fino a scorgere elementi che rimandano piuttosto al Sud della Macedonia attuale e a quella più antica, Grecia quindi. E che dire del ponte sospeso stesso, che è certamente debitore a certi parametri costruttivi romani, seppur con contaminazioni romane?
Attraverso il ponte, che ha conservato anche dopo la ricostruzione la pavimentazione originale, recuperata almeno in parte: lastre di pietra bianca poste nel senso della marcia e traversine della stessa pietra sollevate di 8-10 centimetri sulla sede stradale. Un modo di rendere percorribile il ponte anche nei rigidi inverni di queste parti – la città è coronata dalla neve che imbianca le sommità dei rilievi –, ma anche di annullare, o anestetizzare, la forte e insolita pendenza del ponte sospeso sulla Neretva. Mi siedo quindi ai tavolini di un bar, sotto la via dei commerci chiamata Onešćukova, con una vista mozzafiato sulla “luna pietrificata” e, dinanzi a una fresca e gradevole Sarajevska, la più nota birra locale, scrivo queste note nel relax più assoluto: per giunta la temperatura non è rigida e la pioggia non cade a torrenti, come il bollettino meteorologico prevedeva. E come sempre immagino la storia locale, dall’invasione ottomana alla terribile guerra recente. La Storia, quella con la maiuscola, spesso trova luoghi in cui cristallizzarsi, in cui tracciare parole spesse come le corazze, dense come il sangue e viscide come l’acqua piovana sulle pietre dello Stari Most. Luoghi dove le armi parlano, ma ancor più dove la cappa di tristezza della violenza lascia il suo marchio. Mostar è uno di questi luoghi, dove il sigillo dell’abominio è indelebile. Ma dove la storia si apre a nuovi scenari, dove è possibile gettare nuovi ponti e soluzioni impensabili. La ricostruzione del ponte, avvenuta nel 2004, ne è il simbolo, non la metafora.

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