lunedì 12 dicembre 2011

Delfi, ascesa all'oracolo


Ci sarebbe da interrogarlo anche oggi per capire dove va la Grecia. Visita del 1998

In piena estate, mentre la temperatura amoreggia coi quaranta gradi, quando tutto farei tranne che del turismo, ecco che l’auto mi porta quasi magicamente nel luogo dove vaticinava l’oracolo. Ma in tal luogo non ci tornerò un’altra volta… Sarebbe una profezia con poche speranze di verifica. E allora mi costringo a scendere dall’auto, ad acquistare il biglietto di entrata, a rifugiarmi nel nuovissimo museo che presenta il tesoro di Sifnos, bronzi e marmi di atleti e kouros, ompholoi e sculture crisoelefantine, la Niké alata l’auriga e le metope del tesoro degli ateniesi.

Ma Delfi non è in quelle sale, di reperti ce ne sono anche più al British o al Louvre. Delfi è fuori, sotto il sole cocente, tra gli ulivi e le pietre rimosse. E allora, forza e coraggio, alla ricerca dell’oracolo, cominciando dal baso, dal santuario dedicato ad Atena pronaia, di cui restano soprattutto tre stupende colonne del colonnato esterno, attraverso le quali l’ascesa si mostra in tutta la sua impervia, ma soprattutto in tutta la sua benedizione. Sì, proprio benedizione, perché il cielo azzurro e l’argento degli ulivi indicano che l’ascesa è benedizione. E poi il tesoro e la stoà degli ateniesi, il muro poligonale con le pietre interamente ricamate dalle scritture dei devoti che invocavano gli dèi attraverso la mediazione dell’oracolo.

Il Tempio di Apollo mi lascia esterrefatto: sei colonne come moncherini di culto levati al cielo e un mare di pietre divelte, ma con il risultato della rarefazione, della distillazione della preghiera, perché questo era in primo luogo un santuario per la preghiera, non per le offerte. Il teatro, immenso, con la scena che addirittura muore nel mare lontano, fa pensare ai versi immortali di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, condensato del pensare greco e anche della fede dell’epoca, in un connubio che mai risulterà più convincente, nemmeno in epoca cristiana: dal cielo al mare, il teatro è la rappresentazione dell’umanissimo bisogno di comunicare col divino passando per la mediazione della cultura. Non sempre ci si riesce.

Al culmine della salita mi aspettavo un tempio, un santuario, un romito al limite. Nulla di tutto ciò. Solo un’immenso stadio, con la sua entrata che fu a tre archi. Sudato come rare volte, affaticato dall’erta ascesa, attraversato dai mille stimoli di un luogo come questo, unico al mondo, mi chiedo dove sia il senso di questo stadio, bello quanto si vuole, perfetto nelle dimensioni e nell’orientamento. Mi sfugge il senso, e me ne dolgo, perché il quesito sull’oracolo permane senza risposta. Poi il fiato grosso e il cuore a centoventi pulsazioni al minuto aprono una breccia: certo, l’oracolo profetizzava e vaticinava, ponendosi come mediatore della divinità. Ma in questo sito aveva predisposto il primo oracolo, il primo vaticinio dell’uomo che anela a Dio: l’ascesa, la fatica del superare, gradino dopo gradino, l’umana tenzone che appanna la psiche, per giungere all’umana tenzone, figurata dalla corsa, che appanna il fisico. Per poi lasciarlo più forte di prima, forgiato dall’ascesa.

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