mercoledì 20 giugno 2012

Tower Bridge, massicci bulloni di ferro


Agli Europei ci tocca nei quarti di finale l'Inghilterra. Che sia il ponte verso le semifinali? Scritto del giugno 2004

Più che altri monumenti, più della Torre, più della cattedrale, il ponte della torre, il Tower Bridge, è il simbolo di Londra: la sua silhouette è conosciuta ovunque nel mondo. Eppure non è una costruzione antica, datando solo al 1894; è un’opera di ingegneria vittoriana, un ponte a suo modo maestoso che divarica le sue braccia di rado, per far transitare bastimenti di stazza smodata, o in occasioni solenni come per il ritorno del Gipsy Moth, il celebre piccolo veliero su cui sir Francis Chichester circumnavigò il nostro pianeta terracqueo. O come per il “pensionamento” della nave da guerra HMS Belfast, ora museo navale, che staziona poco distante, sulla riva sud del Tamigi in dorato riposo, dopo aver servito a Capo Nord, nello sbarco di Normandia e in Corea, agli ordini dell’Onu. Il meccanismo a vapore del ponte levatoio era all’epoca qualcosa di straordinario, l’ottava meraviglia del mondo, l’ennesima. Oggi è solo museo.
Trecento – non uno di più, non uno di meno – sono i gradini che mi issano sulla vetta della torre sud, e poi nelle passerelle che uniscono le due torri, trasformate naturalmente anch’esse in museo pensile. Trecento gradini di ferro, avvitati con bulloni giganteschi, ingentiliti tuttavia da un mancorrente di legno massiccio, così come lo sono le pareti della tromba delle scale che si innalza poco alla volta dal livello della strada – trafficatissima – sino alla sommità della torre – invece solitaria –. Salendo, avvolti negli scricciolii ferrei e lignei e accompagnati dal rumore dei passi che rimbombano nelle viscere della costruzione, si provano sensazioni liquide simili a quelle sperimentate sulle scalette altrettanto bullonate e ancora più metalliche della Torre Eiffel: l’uomo della fine del XIX secolo aveva raggiunto vette d’ingegno insospettabili, che solo la rivoluzione digitale poi supererà.
Sentimenti di sacralità mi abitano in questo tempio dell’umana creatività: quando vuole, l’uomo sa essere un degno compartecipe della creazione divina. Ma solo quando vuole, e se ha l’umiltà di mantenere le giuste proporzioni delle cose. Il che non sempre accade. Ma sul Tower Bridge tutto è nella scala giusta.

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