martedì 17 settembre 2013

Niterói, che vive di Rio, contro Rio



Viaggio in America Latina/4 - Una lunga terrazza che dà sul Pan di zucchero, con un gioiello di Niemeyer

Delusione, stamani, impossibile salire al Corcovado, tutti i biglietti sono stati comprati da tempo, c’è la Gmg e la città deborda di ragazzi e ragazze – ma anche di preti e catechisti, suore e pie donne – che occupano miti ma decisi tutta la città. Anche al Pan di zucchero rinuncio a salire, un tassista mi sconsiglia vivamente di perdere tempo alla Praia Vermelha, da dove parte la funicolare per salire sullo scoglio più fotografato del mondo. Mi decido per un mesto giro nel centro della città, che quest’oggi mi appare per quello che è, una città decadente, di passata gloria.
Arrivato alla Praça XV Novembro, mi spingo verso la baia e capito al molo da cui partono le navi per Niterói. Qualche secondo basta per mettere a fuoco il nome, associarlo a Oscar Niemeyer e al museo di arte moderna da lui progettato e via, il traghetto parte in due minuti. La scelta si rivela quella giusta perché, dopo una ventina di minuti, s’arriva in una città che pure ha qualche bellezza – tre o quattro begli edifici coloniali e la Fortaleza di Santa Cruz –, ma che soprattutto è una terrazza sulla cidade maraviliosa, Rio de Janeiro. Amata (perché porta affari e turismo) e odiata (perché qui la gente ci viene sostanzialmente per ammirare Rio dall’altra parte della baia. Effettivamente la vista è superba, la migliore che si possa avere sulla città dell’effimero “fiume di gennaio”.
Una vista che mi accompagna nella mezz’ora di camminata che mi separa dal museo di Niemeyer: una contemplazione della bellezza della natura locale, che il Creatore ha voluto degnare di una straordinaria conformazione geologica, con quegli spuntoni di roccia arrotondati che paiono gendarmi gentili, o grossi seni oblunghi a cui l’umano può abbeverarsi, o ancora escrescenze della terra desiderosa di osservare la incantevole baia dinanzi alla città che sarebbe nata. Ogni passo apre una nuova prospettiva, ogni sospiro una crescita del mio tasso di umanità, ogni sguardo la necessità di immortalare quei momenti. Non resisto alla tentazione di una noce di cocco lungo la strada, da una baracchina che vale mille Fouquet’s, mille Torre d’argento, per la posizione a dir poco incantevole del sito.
Finché, passata un’isoletta con una deliziosa bianca chiesetta coloniale che pare un bacio degli dèi del Brasile – cristiani veramente? –, ecco che appare l’idea geniale di Oscar il centenario, il museo forse più bello che esista in questo Paese, uno dei più affascinanti del mondo intero. È un vaso di pandora e un’astronave, un ciborio votivo e un corpo in orazione, il simbolo della morte e insieme quello della risurrezione: inaugurato nel 1996, spicca per il suo pilastro centrale di appena nove metri di diametro! E allora l’apoteosi della natura e della cultura avviene congiuntamente, sia che si rimanga ad ammirare le forme esterne del museo, sia che si osservino le opere d’arte racchiuse nello scrigno di Niemeyer: mille pezzi di arte contemporanea brasiliana, donati da João Sattamini. In effetti qui a Niterói forma e contenuto coincidono, quel che si vede fuori corrisponde a quel che si scorge all’interno. È anche questo il miracolo delle città gemelle di Rio e Niterói, che vivono l’una per l’altra, l’una avversa all’altra, sin dai tempi antichi in cui i francesi (?!) conquistarono per breve tempo la città.

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