martedì 29 ottobre 2013
lunedì 21 ottobre 2013
Itaipú, le acque domate dalla pietra che canta
Viaggio in America Latina/9 - Una delle opere ingegneristiche più importanti del mondo, tra Brasile e Paraguay
Non capita tutti i giorni di poter toccare con mano quanto
l'uomo sia capace di dominare la natura. E quanti rischi corra nel farlo. Itaipú
è un luogo non molto lontano da una delle città più brutte e convulse del
continente latinoamericano, quella Ciudad del Este dove si dice che non molto avvenga
secondo la legge, quasi una tacita zona franca in cui le merci partono e
arrivano senza pagar dazio. Itaipú si trova sul fiume Paraná, imponente sistema
fluviale dall'incredibile portata. Sapendo poi che la pendenza del fiume e le
sue cascate (a due passi si visitano le più belle cascate del mondo, quelle di
Iguazú) avrebbero permesso di sfruttare adeguatamente quel fiume dal punto di
vista idroelettrico, non stupisce come negli anni Settanta due Paesi spesso
nemici come Brasile e Uruguay abbiano trovato un accordo per la costruzione di
un'enorme diga che avrebbe creato un gigantesco invaso. I dati che leggo
avvicinandomi al sito nel traffico caotico di Ciudad del Este sono
impressionanti: 20 turbine per 700 megawatt ognuna, 196 metri di altezza, una
diga costruita col ferro che permetterebbe di tirar su 380 Torri Eiffell, 128
mila chilometri di camion hanno asportato terra e pietra… E così le
problematiche ad esso collegate: l’impatto ambientale, i problemi politici e
quelli economici di una fonte di energia esclusiva per un Paese come il
Paraguay…
Fortunatamente non ci sono molti compagni di visita, cosicché
posso concentrarmi su un'opera ingegneristica straordinaria. Il primo
belvedere, se così si può dire, lascia a bocca aperta, tanto vasto appare
l'arco tracciato dalla diga, in totale una decina di chilometri con i
terrapieni eretti accumulando la pietra rimossa nelle opere civili approntate.
Le chiuse quest'oggi non sono aperte: anche se manca il fascino della forza
della natura contenuta e sbrigliata, l'assenza di acqua e del suo frastuono
permette di concentrarsi sull'opera ingegneristica stessa, che ha accumulato una
montagna di cemento armato che appare quasi percorsa da avvallamenti e rilievi,
attraversata da forme ripetitive e altre invece creative. Sono controluce, non
posso dedicarmi nemmeno alle mie amate fotografie, cosicché posso percorrere
idealmente due o tre volte l'intera silhouette della lunga diga, immaginando le
strutture nascoste, le turbine, i chilometri di tubature...
Il percorso in bus fino al punto di osservazione sull’invaso,
dal lato brasiliano, non può che essere una contemplazione ripetuta sulla
grandezza dell'uomo che qui è riuscito a ingabbiare la “Straordinaria Potenza” rappresentata
dal Rio Paraná, dapprima deviandolo e poi costringendolo nel nuovo alveo
appositamente approntato lungo 170 chilometri. Immagino, passando accanto alle
enormi condotte forzate, una ventina, equamente distribuite tra i due Paesi, la
straordinaria potenza distruttrice convogliata in quelle pareti metalliche ricurve
del diametro di dieci metri. E mi dico che Itaipú non può che essere definita
una meraviglia dello spirito umano, pensando anche che sia stata ideata e
realizzata da due Paesi che all'epoca non facevano certo parte del club esclusivo
dei Paesi più industrializzati del mondo, e che anzi vivevano momenti
delicatissimi per via delle dittature militari che vigevano sulle due rive del
fiume.
Il dubbio che l’edificazione di tali opere sia possibile solo
sotto regimi forti non se ne va: non a caso uno dei record stabiliti da Itaipú,
quello della portata massima dell'invaso, è stato recentemente superato dalla
devastante Diga delle Tre Gole, in Cina. In particolare mi pare evidente come
la protezione della natura, ora così presente nelle popolazioni più sviluppate,
impedisca nei Paesi democratici la costruzione di opere e infrastrutture il cui
impatto ambientale non può essere conosciuto in anticipo più di tanto. Ma
intanto l'intero Paraguay vive grazie a quest'opera d’ingegneria...
martedì 15 ottobre 2013
Ciudad del Este, le tre frontiere

Ci sono degli incroci della geografia e della storia che
lasciano un po’ col fiato sospeso. Sì, perché nella mescolanza delle culture e
delle etnie, oltre che delle politiche e delle tradizioni, che si creano
all’incrocio delle frontiere, i punti di riferimento spariscono, o perlomeno
vengono messi in secondo piano. Così è alla “tre frontiere”, quelle argentina,
brasiliana e paraguayana che si incrociano poco distanti da quella meraviglia
della natura che sono le Cataratas de Iguazú. Tre città praticamente si
toccano: Ciudad del Este in Paraguay, Foz de Iguaçu in Brasile e Puerto Iguazú
in Argentina. Un ferry collega
quest’ultima alla prima, un ponte la seconda alla terza e un altro ponte la
seconda alla prima. A Foz de Iguaçu, poi, un punto panoramico mostra la
divisione delle terre, separate da un solo fiumi, il Rio Paranà. Un obelisco
viene appunto chiamato “Le tre frontiere”.
Queste tre città vivono di turismo (anche per le visite ai vari
parchi e zoo della regione, oltre che per la visita tecnologica a quella
meraviglia dell’ingegno umano che è la
Diga di Itaipú) e di commerci di ogni genere. Impressiona la quantità
di alberghi, ristoranti e negozietti di souvenir che si trovano in tutte e tre
le città, e il va e vieni di autobus e auto turistici, anche per i tre
aeroporti internazionali che sono stati costruiti in prossimità delle tre
città. Ma è il commercio che è la vera anima di questa contrada. In effetti
negli ultimi anni la paraguayana Ciudad del Este, che raggiunge a mala pena il
mezzo secolo di vita, è diventata un centro del commercio senza tasse, cioè del
contrabbando, in particolare per quanto riguarda gli strumenti elettronici e
digitali. Impressiona nella città la straordinaria concentrazione,
l’affastellamento direi, di negozi, negozietti e superstore che vendono ogni sorta di questi oggetti a prezzi
francamente stracciati. Le autorità paraguayane chiudono tutti e due gli occhi
sui traffici che hanno come sede Ciudad del Este, anche per le ben note
corruzioni che attraversano tutto il sistema politico del Paese. E i vicini
argentini e brasiliani fanno buon viso a cattiva sorte, permettendo il passaggio
di ogni sorta di merci attraverso i due ponti e il ferry che collegano tra loro
le tre città. Non per niente non c’è l’abitudine di controllare, se non molto
di rado, i traffici che si svolgono tra le tre città.
In particolare il ponte che collega Ciudad del Este a Foz de
Iguaçu è un incredibile concentrato di traffici e commerci, con migliaia e
migliaia di taxi e di moto-taxi, di omnibus e di camion che fanno la spola tra
Paraguay e Brasile, senza controlli in pratica. Debbo chiedere quasi a forza di
apporre un visto sul mio passaporto per entrare in Brasile e prendere poi
l’aereo per Curitiba. Si ha l’impressione che la frontiera sia un enorme
potenziale guadagno, un moltiplicatore di ricchezza e che, come accade per le
mosche che si concentrano sulla carne putrida, così gli affaristi del mondo
intero trovino qui di che sfogarsi. Non a caso a Foz esiste una delle più
grandi moschee del mondo fuori dai Paesi musulmani, e non a caso a Ciudad del
Este fioriscono i templi indù e buddhisti. Certo, qui è difficile trovare altro
collante alla vita civile e sociale che non siano i soldi, dollari, euro,
guaraní, real, peseta… Tutto va bene, purché in contanti.
martedì 8 ottobre 2013
Cataratas de Iguazú, l’acqua non è relativa all’uomo, ma il contrario

È una di quelle esperienze che restano nella memoria. Ci si
immerge nel numinoso, negli ancestrali o primordiali elementi e ci si ritrova a
ragionar delle cose ultime. È quanto accade, anche in contesti turistici,
allorché si riesce a far astrazione dalla presenza degli umani per immergersi,
è il caso di dirlo, in uno di quei crogiuoli antropologici nei quali l’alto
diventa basso, la destra passa a sinistra e l’abisso muta in vetta.
Iguazú – per gli argentini, mentre per i brasiliani che ne
condividono la “proprietà” è Iguaçu – è nome che evoca antichità etniche,
epoche geologiche quasi impensabili dell’animo degli umani, che preferiscono
rimanere nel tepore rassicurante del proprio presente, avendo timore della
dilatazione del tempo che avviene in luoghi come questo. Mi trovo a visitarle
nel corso di un lungo periplo che mi porta da Montevideo a Curitiba, quindi non
catapultato dall’aeroporto alle cascate all’hotel al ristorante al banchetto
dei souvenir e poi di nuovo all’aeroporto, ma preparato da un lungo adattamento
grazie ai poderosi e lunghissimi corsi d’acqua, con la cultura guaraní che qui
era dominante, con le popolazioni che abitano queste terre divise in tre Paesi
diversi. E allora capisco come queste cascate, assieme ad altri elementi
naturali, abbiano potuto influenzare il pensare e l’agire degli umani indigeni.
L’impatto delle catarata
dal lato argentino è a dir poco coinvolgente e per certi versi incute anche
paura. Le passerelle metalliche (geniali!) che permettono di avvicinarsi ai
salti, dapprima dalle sommità, poi alla base delle cascate, sono delle
scorciatoie verso le profondità del mistero della natura, dei camminamenti che
permettono all’umano di percorrere i sentieri del possibile e dell’impossibile,
del limite da avvicinare ma non da superare: se appena un istante prima del
salto nel vuoto paiono possibili e anzi invitanti la natazione e la
navigazione, l’istante del superamento del limite toglie ogni illusione: la
negligenza sarebbe fatale. E così non si può non riflettere sull’energia che la
creazione riesce ad esprimere e a contenere, uno straordinario motore della
vita sotto le sue molteplici, infinite forme. Energia che l’uomo vuole e deve
ingabbiare per vocazione biblica – vedi la vicina diga di Itaipú –, ma
rispettando i limiti oltre il quale l’abisso si apre.
Ci si bagna non poco nella visita alle cascate: quando le si
osserva dall’alto, come all’impressionante Garganta del diablo, la gola del
diavolo, per le enormi nubi di vapore che l’improvviso spostamento di masse
d’acqua provocano; e quando le si osserva dal basso, per gli schizzi che
vengono da ogni dove, senza rispettare le macchine fotografiche allergiche
all’umidità, né tantomeno gli umani che le brandiscono come totem atti a
fermare il tempo e ingabbiare lo spazio. L’acqua inzuppa gli abiti e bagna i
volti e le mani facendo credere di aver ottenuto il passaporto per entrare in
comunione con la natura, mentre il cammino è ancora molto lungo per
riconciliare creature e creazione.
Non mi stanco di osservare e fotografare la frattura della
crosta terrestre che genera le cascate più ampie e spettacolari del mondo. La
scena, in effetti, permane sempre uguale, ma nel contempo muta istante dopo
istante, se ne va e non si riproduce più esattamente nello stesso modo,
interrogando l’attento visitatore sulle reali grandezze delle forze naturali
che si generano e si rigenerano ogni istante per la silenziosa energia
racchiusa nell’universo. Ed è così che le Cataratas de Iguazú portano dalla
forza della Natura a quella dello Spirito, in un va e vieni, in una reciprocità
che nutre l’anima e bagna il volto.
martedì 1 ottobre 2013
San Ignacio Guazú, sulla "ruta jesuitica"

Viaggio in America Latina/6 - Paraguay, le "reduccione", modello di società giusta e aperta
L’influenza gesuitica nella zona guaraní è stata
sufficientemente pubblicizzata dal film Mission
per poter evitare di raccontarne i tratti fondamentali di evangelizzazione e
inculturazione, un esempio luminoso bruscamente interrotto per l’espulsione dei
gesuiti dalle colonie spagnole, decretata nel 1767 dal re Carlo III. Nella provincia
paraguayana chiamata guarda caso Misiones, tre sono i siti principali che hanno
ospitato delle reduccióne: San
Ignazio Guazú, Santa Rosa da Lima e Santiago Apóstol. Vale la pena di
visitarli, anche se non sono i più appariscenti dei sette della serie
paraguayana.
San Ignacio ha conservato il “vuoto” della piazza, attorno alla
quale sono ancora in piedi non poche abitazioni destinate agli indigeni, che
s’allungano su tre o sui quattro lati
della piazza, dipendeva se la chiesa era posta su uno dei lati corti dello
slargo o se ne occupava il centro. Qui s’ergeva la grande chiesa dedicata a
sant’Ignazio della prima missione aperta in territorio guaraní: era il 1609, e
i gesuiti giunsero qui direttamente dal porto di Buenos Aires. È collassata
negli anni Trenta e nessuno all’epoca ha pensato di ritirarla su. Solo negli
anni Cinquanta è stato edificato un edificio di culto, che ha però qualcosa di inadeguato
e invasivo. Meglio passare, allora, al museo diocesano, dove sono state
raccolte non poche statue che erano state salvate dalle macerie della chiesa di
San Ignacio: una meraviglia d’arte e semplicità, di teologia ed
evangelizzazione. Mi diverto a fotografare i ricchi dettagli delle statue
lignee e delle decorazioni. E mi par d’entrare in comunione con quei missionari
e quei guaraní che avevano trovato un’intesa duratura. Molti, la maggioranza di
quel pueblo, ma non tutti, bisogna
ricordarlo. Un chilometro percorso su una bella strada sterrata rosso acceso, a
saliscendi, mi porta a Tañarandy dove si erano concentrati gli irreductible, coloro cioè che avevano
rifiutato di credere alla divinità dei cristiani, preferendo tenersi i loro dèi,
senza dover soggiacere alle leggi della “repubblica dei gesuiti”. Ogni venerdì
santo, per ricordare quell’affronto alla religione dei conquistadore, ha luogo proprio su questa strada un’affollatissima
processione che attraversa il borgo lindo,
i cui abitanti hanno preso l’abitudine di tinteggiare a colori vivaci le loro
case.
A Santa Rosa da Lima c’è ben poco degno di nota: una
riproduzione della casetta di Loreto – perché mai spendere allora 10 mila guaraní
per visitarla? – e la torre campanaria in pietra rossa che risale al 1698,
sulla cui scaletta di legno m’avventuro per ammirare la piazza della reduccione dall’alto. A mio rischio e
pericolo: l’ultima rampa, instabile, pare dover cedere da un momento all’altro,
ma fortunatamente regge al mio non lieve peso, nonostante i sinistri
scricchiolii. Avrei fatto un salto d’una dozzina di metri…
A Santiago Apóstol – reduccióne
del 1669 – arriviamo quando già il sole cerca il riposo della sera. Le luci e
le ombre si allungano, conferendo all’abitato la sua dose di magia. Nell’attesa
della custode, percorro l’intero perimetro della grande piazza, che di lato fa
più o meno 300 metri,
ammirando le numerose case degli indigeni ancora in piedi, ripristinate per
opere pubbliche o private. Anche qui la chiesa è stata distrutta, ma da un
incendio, nel 1907. Accanto al piccolo museo della ruta jesuitica – che accoglie anche in questo caso una ricca serie
di sculture lignee e di pietra, santi e cristi e madonne –, alcuni brandelli di
muri testimoniano la presenza sul luogo della chiesa originaria, ormai ridotti
a moncherini di terra che paiono termitai. Due o tre vacche pascolano nei prati
dove c’era la missione, di cui rimane solo un perimetro di pietra, rasoterra:
c’è una grande naturalezza in ogni cosa. La chiesa attuale, anche in questo
caso insignificante dal punto di vista artistico ed architettonico, ha il
pregio di dare ospitalità a una pala d’altare perfettamente conservata e a una
statua di San Giacomo, Santiago appunto, che combatte e schiaccia il saraceno.
Plastica, realista, venerata da tutto il pueblo.
Con l’amore dei guaraní.
Iscriviti a:
Post (Atom)