lunedì 21 ottobre 2013

Itaipú, le acque domate dalla pietra che canta



Viaggio in America Latina/9 - Una delle opere ingegneristiche più importanti del mondo, tra Brasile e Paraguay

Non capita tutti i giorni di poter toccare con mano quanto l'uomo sia capace di dominare la natura. E quanti rischi corra nel farlo. Itaipú è un luogo non molto lontano da una delle città più brutte e convulse del continente latinoamericano, quella Ciudad del Este dove si dice che non molto avvenga secondo la legge, quasi una tacita zona franca in cui le merci partono e arrivano senza pagar dazio. Itaipú si trova sul fiume Paraná, imponente sistema fluviale dall'incredibile portata. Sapendo poi che la pendenza del fiume e le sue cascate (a due passi si visitano le più belle cascate del mondo, quelle di Iguazú) avrebbero permesso di sfruttare adeguatamente quel fiume dal punto di vista idroelettrico, non stupisce come negli anni Settanta due Paesi spesso nemici come Brasile e Uruguay abbiano trovato un accordo per la costruzione di un'enorme diga che avrebbe creato un gigantesco invaso. I dati che leggo avvicinandomi al sito nel traffico caotico di Ciudad del Este sono impressionanti: 20 turbine per 700 megawatt ognuna, 196 metri di altezza, una diga costruita col ferro che permetterebbe di tirar su 380 Torri Eiffell, 128 mila chilometri di camion hanno asportato terra e pietra… E così le problematiche ad esso collegate: l’impatto ambientale, i problemi politici e quelli economici di una fonte di energia esclusiva per un Paese come il Paraguay…
Fortunatamente non ci sono molti compagni di visita, cosicché posso concentrarmi su un'opera ingegneristica straordinaria. Il primo belvedere, se così si può dire, lascia a bocca aperta, tanto vasto appare l'arco tracciato dalla diga, in totale una decina di chilometri con i terrapieni eretti accumulando la pietra rimossa nelle opere civili approntate. Le chiuse quest'oggi non sono aperte: anche se manca il fascino della forza della natura contenuta e sbrigliata, l'assenza di acqua e del suo frastuono permette di concentrarsi sull'opera ingegneristica stessa, che ha accumulato una montagna di cemento armato che appare quasi percorsa da avvallamenti e rilievi, attraversata da forme ripetitive e altre invece creative. Sono controluce, non posso dedicarmi nemmeno alle mie amate fotografie, cosicché posso percorrere idealmente due o tre volte l'intera silhouette della lunga diga, immaginando le strutture nascoste, le turbine, i chilometri di tubature...
Il percorso in bus fino al punto di osservazione sull’invaso, dal lato brasiliano, non può che essere una contemplazione ripetuta sulla grandezza dell'uomo che qui è riuscito a ingabbiare la “Straordinaria Potenza” rappresentata dal Rio Paraná, dapprima deviandolo e poi costringendolo nel nuovo alveo appositamente approntato lungo 170 chilometri. Immagino, passando accanto alle enormi condotte forzate, una ventina, equamente distribuite tra i due Paesi, la straordinaria potenza distruttrice convogliata in quelle pareti metalliche ricurve del diametro di dieci metri. E mi dico che Itaipú non può che essere definita una meraviglia dello spirito umano, pensando anche che sia stata ideata e realizzata da due Paesi che all'epoca non facevano certo parte del club esclusivo dei Paesi più industrializzati del mondo, e che anzi vivevano momenti delicatissimi per via delle dittature militari che vigevano sulle due rive del fiume.
Il dubbio che l’edificazione di tali opere sia possibile solo sotto regimi forti non se ne va: non a caso uno dei record stabiliti da Itaipú, quello della portata massima dell'invaso, è stato recentemente superato dalla devastante Diga delle Tre Gole, in Cina. In particolare mi pare evidente come la protezione della natura, ora così presente nelle popolazioni più sviluppate, impedisca nei Paesi democratici la costruzione di opere e infrastrutture il cui impatto ambientale non può essere conosciuto in anticipo più di tanto. Ma intanto l'intero Paraguay vive grazie a quest'opera d’ingegneria...

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