mercoledì 3 novembre 2010

Milano, col sole e con la pioggia


Mentre si moltiplicano le accuse alla metropoli lombarda per l'inquinamento che l'assedia, breve visita nella città di Ambrogio.

È bella o non è bella Milano? Dipende dal sole. Se c’è e lo smog è spazzato via dal vento, la città rifulge di storia ed arte, se invece imperano nebbia e umidità il lato grigio della metropoli opprime le aspirazioni estetiche.

Milano versione n° 1 l’incontro in un fantastico mattino d’ottobre, uscendo dalla bocca della metropolitana al Castello Sforzesco. Persino i dipendenti Cobas dell’Atm in sciopero paiono allegri e pacifici nella loro manifestazione, e le loro bandiere gialle e rosse paiono vessilli medievali sullo sfondo di uno dei più bei manieri dell’architettura italica. Dapprima circuisco il castello, lo circumnavigo, osservando i poligoni di luce e d’ombra che si alternano nel fossato – les duves, direbbero i francesi – attorno alle possenti mura della costruzione degli Sforza, cole le gigantesche vetrate del piano nobile protette da altrettanto robuste inferriate. I due ampi cortili rossi di mattoni e verdi di erba, paiono persino allegri, illuminati dal sole come sono quest’oggi, ingentiliti nelle aperture e nelle chiusure, umanizzati nelle dimensioni, persino gradevoli negli acciottolati peraltro così sgradevoli alla deambulazione. Sono qui, in realtà, per rendere omaggio, direi per contemplare, l’ultima scultura michelangiolesca, quella Pietà Rondanini che ha fatto della sua imperfezione il culmine della perfezione. Dal vero è ancor più affascinante che nelle minuziose fotografie in bianco e nero che l’hanno denudata e rivestita di luce. Il percorso d’entrata e d’uscita – lunghissimi corridoi, scale interne anguste e scure, saloni affrescati come se fossero tappezzati di geometrie pazze e sobrie nel contempo – sembra un trattato di protologia e d’escatologia, affidando socì alla scultura del Buonarroti l’onere e l’onore del presente, del “già e non ancora”.

Come non concludere la visita al Parco Sempione che esalta il Castello Sforzesco alla Triennale di Milano, fascista nella sua architettura lineare, del miglior fascismo intellettuale. La libreria baciata dal sole filtrante è un invito alla cultura lenta e contemplativa, mentre il caffè inondato dai raggi è un’irrefrenabile istigazione alla conversazione d’arte e di libri, di uomini e di eventi, mentre la coppa di Rosso della Valtellina assume tutti i colori della tavolozza degli Sforza.

Tutt’altra Milano, ma sempre luminosa, è quella che scorgo percorrendo i quattro chilometri di via Padova, via che diventa cinese e filippina, maghrebina e sub sahariana. Ma con misura, nonostante qualche delitto, nonostante l’insofferenza di qualche leghista. Massaggi a 20 euro e barbieri a 4 euro s’alternano a negozietti aperti 24 ore su 24 dove puoi trovare di tutto, proprio di tutto. Mentre il vecchio galoppatoio è stato trasformato in parco d’arte e cultura che anche gli immigrati riescono a capire: la natura e le arti visive riescono ad affratellare. Fino a Piazzale Loreto, rotonda ricca di storia patria e di insignificanza architettonica. Fuggo a sud, verso Porta Venezia, e poi nel breve quartiere di via Mozart, campionario eccelso di art nouveau, dalle ville della buona società e dei nuovi ricchi, dalle terrazze pensili che paiono boschi innalzati alla dea della luce. Ammirare nella Villa Necchi Campiglio i paesaggi – grafismi bianchi e ocra e solcati e striati e rossi e verdi e neri e segmentati – del Tullio Pericoli appare congrua elevazioni della straordinaria cura del quartiere intero.

Gli ultimi raggi di sole della giornata mi trovano a Sant’Ambrogio, il gioiello, la storia che si fa pietra e forme, l’anima della Chiesa ambrogina, l’orgoglio della milanesità industriosa e sobria, ma elegante fino al parossismo dell’estetica pura. Toglie il fiato penetrare attraverso l’ingresso a sud, scorgere i due campanili – dei … e dei … – e il frontone a tetti scoscesi, il grande portico materno nelle forme e paterno nell’austerità. Pochi gradini per scendere dalla sede stradale al portico e poi alla basilica, e poochi altri per risalire all’altare, gradini levigati e sbeccati, marmorei nella loro altera sicurezza, fino a morire nella pazza gioia – altra milanesità – delle pietre sottostanti all’altare d’oro e d’argento, pietre levigate e arrotondate, quasi a ricordare gli acciottolati della città d’una volta e a istituzionalizzare la creatività della gente di Milano.

Milano versione n° 2 l’incontro invece l’indomani nel centro più centrale della centrale Milano. Esco dalla bocca della metropolitana a San Babila, accanto ai salotti buoni della finanza e del commercio milanese, all’imboccatura delle vie della moda, della alta moda. Qui tutto vuol essere “alto”, anche se in alto non ci sono che nebbia e nubi. Percorro Viale Vittorio Emanuele II, m’imbatto nei portici delle boutique di lusso, mentre i ricchi, soprattutto i nuovi direi, i vecchi paiono aver scelto ultimamente la via della sobrietà del lusso che non si pavesa ma che si porge modestamente. L’abside del Duomo restaurato, mentre la Madunina è ancora sorretta da impalcature leggere ma sempre sgradevoli, dà una visione certa dell’enorme sforzo dell’Europa delle cattedrali, ma avvolta dalla fiumana di gente assatanata di consumo che si costringe in poche vie, mentre cinquanta metri più in là il tappeto umano diventa deserto umano. Un’Europa del consumo che non sa più costruire se non beni voluttuari, esternazioni dell’opulenza dell’Europa della finanza e del lusso che vacilla tuttavia dinanzi alla penetrazione irrefrenabile dell’armata d’Oriente, carica di suggestioni di marketing e d’imitazione, ma con una valanga umana che non ha limiti.

La Galleria ne è l’esemplificazione, e così via Torino, e via Montenapoleone e tutte le altre vie del lusso. Vie che non sanno che farsene dell’antica tradizione milanese della laboriosità. Un mito, e come tutti i miti destinata a non essere più realtà ma espressione dell’idealità della realtà. E più s’allontana dalla realtà, più cioè vive di rendita e d’ozio, più il mito della laboriosità cresce e la spocchiosità e l’assenza di generosità lievitano. Il cardinal Tettamanzi abita dietro al Duomo, in un palazzo d’antico lignaggio discreto ed elegante, ma sobrio, veramente sobrio. Lì sotto passa poca gente, e pochi ascoltano le sue parole che invocano la solidarietà dei ricchi, la necessaria giustizia, l’inderogabile necessità di riprendere a pensare ai figli, all’altro, al lavoro più che ai soldi. Pare una Cassandra in porpora cardinalizia, ma quanto più necessaria in un’epoca grigia, com’è la Milano versione n° 2.

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