martedì 5 novembre 2013

Garbatella, il quartiere più pazzo della capitale



Una passeggiata in una zona romana che nutre una vivibilità insospettabile.

Era uno dei borghi più popolari della capitale, e anche dei più malfamati, attorno alla seconda guerra mondiale. Un quartiere con una sua storia particolare, che ne ha determinato la conformazione, la pianta urbanistica e le architetture: Dopo la prima guerra mondiale, Roma visse un impetuoso sviluppo edilizio. Il settore sud della capitale, nelle intenzioni degli urbanisti umbertini, doveva essere connesso al lido di Ostia tramite un canale navigabile parallelo al Tevere, che non fu però mai scavato. Tale canale avrebbe dovuto fornire Roma di un porto commerciale molto vicino al centro della città, al confine tra Garbatella e Testaccio; nella zona a ridosso del canale avrebbero dovuto sorgere una serie di lotti abitativi destinati ad ospitare i futuri lavoratori portuali. Fu con questa idea che Vittorio Emanuele III posò la prima pietra a piazza Benedetto Brin, il 18 febbraio del 1920. La vocazione inizialmente marinara del futuro rione XXIII può essere desunta anche dalla toponomastica della parte più antica, ispirata essenzialmente a personaggi legati al mondo navale. Il progetto fu intrapreso in un'area allora semi disabitata e coperta da vigne e pascoli per pecore.
Ci ho abitato una decina d’anni, ma non l’ho vissuta intensamente, la Garbatella, lavoravo altrove, da mane a sera. Oggi, per un appuntamento mal compreso, mi trovo con un’ora di tempo, in una mattina fresca e serena. A zonzo me ne vado per le vie della Garbatella…. E la riscopro nella sua follia e nelle sue perversioni, ma anche nelle sue bellezze intuitive. Vie storte e vie dritte, contorte o quasi a spirale. Coi giardinetti delle villette e dei condomini quasi sempre poco curati, mentre fan mostra di sé i pini marittimi e le palme sopravvissute al punteruolo rosso, la macchia mediterranea picchettata dalle cartacce che la gente non ha imparato ancora a gettare nei cestini. E le architetture, archi e frontoni, balconi decorati e vasi di fiori spelacchiati curati dalla vecchietta in vestaglia che s’affaccia fumando avidamente una sigaretta e tossendo come un’ossessa, gli intonaci al 90 per cento non ridipinti da decenni e deturpati dai mostri delle paraboliche e dei condizionatori, i cortili tra due, tre, quattro caseggiati di tre o quattro piani decorati con stucchi lisci e arditi, i negozietti cadenti come il Bar della Garbatella dove sto scrivendo queste note con la compagnia di Nerone, un pappagallo grigio e chiacchierone che sta in gabbia, mentre poco alla volta la corte dei miracoli arriva alla spicciolata a bersi un cappuccino commentando la sonora sconfitta della Lazio contro il Milan. Chi reggendosi alle stampelle, chi appoggiandosi ai muri, chi abbandonandosi ancora addormentato sulle sedie rosse di plastica del bar. E poi la chiesa di san Francesco Saverio e il Teatro Palladio e l’eleganza di Piazza Edoardo Masdea… Tutto folle, tutto gradevole, tutto poco razionale. Come Roma.

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