domenica 10 aprile 2011

Port-au-Prince, troppo


L'impatto con la capitale haitiana non lascia scampo.

Tornato finalmente a casa trafelato e madido di sudore, fatta una doccia liberatrice, mi accomodo su una poltrona del portico grande della casa degli oblati che mi ospita. Spira una leggera e fresca brezza, dopo un’indicibile catena di emozioni che hanno, come sempre ai tropici, coinvolto tutti e cinque i sensi. Cerco di farmi largo nella folla dei ricordi, delle immagini registrate dai neuroni del mio cervello, più che dalle schedine digitali della mia macchina fotografica, nella catena ininterrotta di emozioni che la giornata mi ha riservato. L’impatto della città, non posso negarlo, è stato imponente, straziante, direi impossibile da acquietare. Sì, Port-au-Prince mi ha buttato per aria le certezze della mia vita pacifica e in fondo bella. Troppa umanità straziata, troppa ingiustizia, troppi contrasti, troppo fango, troppa fogna, troppa puzza, troppi sorrisi, troppe strette di mano, troppe vergogne loro e mie, soprattutto mie. Troppo. Berlusconi direbbe “poveri cristi”, la Clinton “umanità che attende la nostra mano”. Ma qui sono troppi, c’è solo un solo, enorme Cristo abbandonato che grida, esteso come la metropoli haitiana, numeroso come il milione di persone che ancora non ha una casa in muratura o in legno ma solo un telo sopra la testa, indignato come le troppe donne violate dai maschi in calore nella promiscuità colpevole, angosciato come i disoccupati al 90 per cento della popolazione, sfigurato come il centro cittadino sconvolto dal sisma, spaventato come i bambini che piangono dinanzi al mio obiettivo, sfruttato come il mare di Ong che qui sfruttano l’emergenza. Troppo. La città dall’alto, nella placida sera tropicale sulla baia di Port-au-Prince, pare un’oasi di pace, ombreggiata dai palmizi che svettano dinanzi alla mia abitazione sulla collina residenziale. Osservo il monumento di Aristide, sgorbio architettonico e imperizia ingegneristica, e non posso non sovrapporre la bellezza della sera alla miriade di volti il cui sguardo ho incrociato quest’oggi, il più delle volte per elemosinare una foto, chiedendo un ok, un cenno di assenso, il più delle volte concesso dalla benevolenza dell’oggetto dell’immagine, che ha surclassato la benevolenza, o la condiscendenza, o la presunzione, o la codardia, o la curiosità, o la vergogna da scoop, o la inconfessata supponenza del giornalista che io sono, che pretendo di essere, un pur capace scribacchino che redige un libro in una settimana, mentre in una settimana Nadine, una donna scorta nella penombra di una tenda, non arriva a raggranellare per i suoi sei figli nemmeno cinque dollari vendendo banane e carbonella. Port-au-Prince s’avvia all’oscurità, e non posso non distendermi per la notte accanto alle ricchezze umane – umano-divine? – che oggi la Provvidenza mi ha dato d’incontrare. Mi sento fortunato. Anzi, benedetto. E quando, poco più tardi, comincia a piovere un acquazzone tropicale che pare il cielo caduto in terra ripenso alle tende dei terremotati. Abbiamo diritto di lasciare anche un solo bambino, una sola donna, un solo vecchio in balia dei terribili capricci del tempo? M’addormento nel fango.

sabato 9 aprile 2011

Atlanta, dove si vola


Il più grande aeroporto del mondo. Dove si impara anche la gentilezza.


Perso tra tapis roulant, valigie che spariscono, corridoi senza fine e metropolitane che la Concorde-Porte d’Italie fa ridere i polli, mi chiedo perché mai mi sia lasciato convincere a volare con la compagnia che ha sede ad Atlanta, con notte allegata in un Holyday Inn discretamente dozzinale, che sa di fumo rancido, di caffè pura arabica e di moquette polverosa. Molto meglio sarebbe stato fare rotta su Madrid e pi filare dritto verso Santo Domingo con gli ispanici. Ma l’istinto del viaggiatore mi suggerisce di non prendermela, di accettare gli inconvenienti e di cercare di cogliere il meglio dalle inattese lungaggini a cui vengo sottoposto, corvée a cui in realtà tutti i viaggiatori si sottopongono. Nella infinita coda per il ontrollo del passaporto, in realtà mi rendo conto che i più indisciplinati e maleducati, insofferenti e incapaci di non fregare il posto a chi li precede sono proprio gli italiani, tutti quanti dei piccoli Berlusconi strafottenti e superficiali o piccole Santanché abbronzate da lampada e ritoccate dai chirurghi. Che figura che ci fa il Bel Paese! È una città nella città, l’aeroporto di Atlanta. Si tratta di il più vasto scalo aereo del mondo, qualcosa come cento milioni di passeggeri all’anno! Avvicinandosi a terra per l’atterraggio, si ha l’impressione di scorgere un’impressionante ed enorme lisca di pesce – i tanti terminal dello scalo, almeno sette, ognuno dei quali conta decine e decine di attracchi – a cui si sono attaccati un’infinità di pescetti parassiti, cioè gli aerei. La lisca di pesce si stende avendo sullo sfondo la skyline della città di Martin Luther King, nemmeno tanto lontana dall’aeroporto. Anche dal basso, a livello della terra e non del cielo, dell’uomo e della donna e non degli uccelli e degli angeli, la mastodonticità del sito colpisce e stordisce. Ci metto due ore a passare tutti i controlli, a recuperare per due volte le valigie, a sincerarmi di avere il visto per ritornare, a trovare lo shuttle dell’hotel, dove finalmente ritrovo un po’ d’umanità, cioè l’autista, un enorme uomo nero sulla settantina che se la ronfa beatamente, senza degnarsi di uno sguardo per chi vorrebbe essere trasferito rapidamente all’albergo. Atterro esausto su un enorme letto bianco fornito di sei cuscini, che non uso. La mattina, la colazione mi riporta nella grandeur alla statunitense, fatta di dimensioni fisiche e non morali o intellettuali. Forse mi sento disposto meglio nei confronti del genere umano, e così scopro che la città aeroportuale è popolata da una folla di inservienti che sono proprio al servizio dei viaggiatori, con humour, gentilezza e disponibilità. Le dimensioni dello scalo non si rimpiccioliscono, ma si umanizzano. E così in pochi minuti riesco a sbrigare le formalità per la partenza. Nel lungo rullaggio passiamo sopra autostrade a dieci corsie, in fila indiana, ventitré aerei con la voglia di rullare sulle piste e lasciar qualche chilo di caucciù sulle rugosità del cemento e dell’asfalto. Ovunque centinaia di auto, pullman e mezzi di manovra o di soccorso si danno da fare, guidati immancabilmente da uomini e donne ben in carne e dalla pelle nera. M’accorgo che le piste sono decine (proprio ieri sera leggevo su Usa Today che si ripetono in modo inquietante i casi di controllori di volo che si addormentano sul posto di lavoro), mentre circumnavighiamo isole di servizio enormi e brulicanti di attività. Le file di luci, accese anche in pieno giorno, paiono abbondanti come alla festa del patrono… Poi il decollo, il mio hotel, le macchinine che rimpiccioliscono, il brillio degli enormi parcheggi, distese di villette monofamiliari che disegnano geroglifici rastremati, laghi e piscine che sfavillano impertinenti. E il cielo.

mercoledì 16 marzo 2011

Saichō, esempio per i giapponesi


Mentre il Giappone è sconvolto da terremoto-maremoto-emergenza atomica, l'esempio di un vecchio monaco spiega la compostezza dei figli del Sol Levante.

Volevano farci un regalo, i monaci del Monte Hiei, ed hanno colto nel segno. Dopo la preghiera mattutina, ci allontaniamo dall’area orientale dei templi (Tō-dō), per avvicinarci a quella occidentale (Sai-tō), forse la meno frequentata dai turisti, ma certamente quella più pregna di significato per i monaci del Monte Hiei. Dopo una passeggiata sotto gli ombrelli, immersi in un’alta foresta, e percorrendo un sentiero accompagnato da antiche lampade di pietra, giungiamo al Tempio della terra pura, Jōdo in, circondato da uno stupendo giardino di ghiaino pettinato a spirale, il luogo dove è stato sepolto il fondatore del buddhismo tendai, nell’822. Saichō Dengyō Daishi ha voluto lasciare qui la terra, santo tra i santi. Il monaco che ora vive qui, viene chiamato Jishin, e deve rispettare strettamente tutti i duri precetti ascetici voluti dal fondatore. E non a caso è proprio qui che affrontano i 12 anni di isolamento praticano la loro penitenza. Appena giunti sul posto, una melodia tantrica giunge ai nostri orecchi attraverso le fessure d’un tempietto di legno: è la voce dei monaci che non possono essere visti, i più coraggiosi.

Il monaco che vive qui, e che ci fa da cicerone nella breve visita, mi fa avvicinare ad una sorta di botte di legno. La scoperchia. Dentro, su un letto di sabbia uniforme, è tracciato un percorso in parte incenerito, in parte ancora del color dell’ambra. È incenso. «Lo accendo ogni mattina alle tre, e deve rimanere acceso fino alle tre del giorno seguente, cioè 24 ore intere. È anche questa una sfida per dimostrare quanto la vita sia tutta una questione spirituale».

Tornando verso il parcheggio, scopro altri templi nascosti nel bosco. In particolare ne scorgo un paio identici, riuniti da un passaggio coperto Costituiscono, mi spiegano, il Ninai-Dō, aule per gli esercizi pratici sul Lotus Sutra e sulla Terra pura, che sono peraltro insegnamenti congiunti. Ed ecco il Tsubaki-Dō, piccolo e antico, grazioso e perfetto nelle dimensioni. E più in alto il vasto Shaka-Dō.

Passiamo infine dinanzi ad una grande statua di Saichō, che la nostra sorridente guida ci tiene a farci vedere. Dinanzi ad essa, ecco una grande vasca bianca circolare nella quale, il 16 marzo, giorno della Preghiera per la pace, vengono bruciate tutte le preghiere scritte su foglietti di carta rosa che la gente deposita nel corso dell’anno attorni ai templi del Monte Hiei.

martedì 8 marzo 2011

Novara, la cupola quasi disarmonica

Si parla di nuovo della città piemontese per via delle imprese calcistiche della sua squadra, in serie B. Visita per una ritardata partenza dalla Malpensa, 2008.

Ci sono città – in tutto il mondo più conosciuto e in quello meno conosciuto – il cui abitato è dominato da una costruzione, un campanile, una torre, oppure una montagna, un picco, un avvallamento. Un elemento, cioè, che sintetizza e riassume, o forse appiattisce il resto della città. Si pensi, ad esempio, alla cattedrale di Chartres, visibile da qualsiasi landa sperduta per un raggio di alcune decine di chilometri. Si pensi, ancora, al Pan di zucchero di Rio de Janeiro, roccia vellutata di clorofilla, presenza inquietante e rassicurante nel contempo, onnipresente. Si pensi, infine, a Varanasi, capitale spirituale dell’India, fagocitata dalla presenza della “madre di tutti i fiumi”, il Gange misterioso.

Novara “è” la cupola antonelliana della Basilica di San Gaudenzio. Alta, slanciata, quasi disarmonica nel rapporto tra altezza e larghezza, in ogni caso ardita. Curiosa la storia di questo luogo di culto che, sorto a partire dal 1577 su disegno di Pellegrino Tibaldi (con campanile di Benedetto Alfieri), volle, con le sue decorazioni inusitate per l’epoca, essere in qualche modo il simbolo dell’effervescenza artistica dell’epoca barocca. E lo divenne, ma non solo per quello stile: in particolare nell’epoca delle penetrazioni napoleoniche nella Padania, divenne il rifugio, il ricettacolo di opere d’arte salvate dalla distruzione di monumenti rasi al suolo per far spazio al nuovo, al cosiddetto nuovo. E continue aggiunte rinascimentali alla basilica del santo patrono finirono col renderla il vero museo della gente e dell’intera città.

Finché l’Ottocento irruppe nella vita dei novaresi e l’integrazione del territorio nel Regno sabaudo – e poi a quello d’Italia – spinse gli amministratori a ridisegnare in profondità l’intera città, con il talvolta sciagurato abbattimento di chiese, mura e palazzi. Ma iniziative senza dubbio encomiabili non mancarono, come ad esempio proprio l’edificazione della cupola della Basilica di San Gaudenzio, affidata al grande architetto Alessandro Antonelli. Che passò gli ultimi 44 anni della sua vita, dal 1844 al 1888, a lavorare al progetto e alla sua realizzazione, parallelamente all’edificazione della Mole antonelliana di Torino. Si accavallarono, infatti, ovvi problemi strutturali a penurie finanziarie, e l’avversità di buona parte della popolazione. Ma la lunga gestazione permise ai novaresi di abituarsi a quell’ardita struttura, giungendo persino ad affezionarvisi. Così oggi Novara “è” la cupola antonelliana, senza se e senza ma.

Passeggio per le vie del centro storico in un sabato freddo ma assolato. Novara è un grosso borgo, più che una piccola metropoli. La gente si conosce, si saluta, spettegola deambulando nelle vie pedonali, sbircia le vetrine mentre i bimbi pattinano in una pista di ghiaccio da festa foranea e i vecchi conversano della crisi di governo sulle panchine attorno al vecchio e malconcio castello. Nel cortile del Broletto – secoli X e XI –, un bell’esempio di architettura civica medievale, le giovani e imbellettate mamme tecnologiche passeggiano i loro frugoletti d’uomo trattandoli come principini. Una città appagata, “borghese” che di più non si può, ricca se non addirittura opulenta. E rassicurata dalla svettante cupola antonelliana, che spunta ogni volta che si gira un angolo, come per dire ai novaresi che il mondo cambia e si rinnova, certo, ma con prudenza e lentezza, molto lentamente. Saliti i gradini della cupola – arditi come tutto – la vista della città placida e sonnacchiosa sembra dire che il mondo non cambia, resta sempre uguale a sé stesso.

giovedì 24 febbraio 2011

Gli asinelli di Gaza


Viaggio in Terra Santa/9
Nella Striscia, una prigione a cielo aperto, torna un mezzo di locomozione d'altri tempi.


Una presenza ormai usuale a Gaza e in tutta la Striscia è quella degli asini e dei muli. Ce ne sono ovunque, è l’unico sistema di locazione il cui prezzo sale giorno dopo giorno. In alcune vie del centro di Gaza City il loro transito è stato addirittura vietato, per non intralciare il traffico, peraltro mai intenso di questi tempi. Le auto sono ridotte in malo modo, sgangherate è dire poco. È raro vedere una macchina con il parabrezza integro: quello del nostro taxi ha tre fori da pallottola… La benzina che viene dall’Egitto è a buon mercato, ma è cattiva; quella israeliana è carissima, più che in Italia, anche se la sua qualità è buona.

Le attività nella Striscia sono assai precarie e limitate, e si sorreggono solo sulle merci in arrivo dai tunnel verso l’Egitto, a Rafah e dintorni. Le botteghe appaiono sfaccendate, immancabilmente c’è gente seduta fuori dalla serranda in attesa di ipotetici clienti che hanno poco o nulla da spendere.

Nel city tour ci avviciniamo alla frontiera con Israele, a sud di Erez. Il quartiere che attraversiamo, uno dei più colpiti dalla offensiva israeliana del 2008, è ridotto male. Non c’è casa che non conservi tracce dell’assalto: i rosari degli impatti delle pallottole fanno ancora impressione. Al termine del quartiere, già in aperta campagna – una terra verde e fertile, ma trascurata come poche –, c’è quello che chiamano il “cimitero dei martiri”, in realtà uno dei cimiteri di Gaza nel quale sono stati sepolti molti dei mille morti dell’attacco israeliano. Poi fabbriche e depositi, greggi e asinelli, trascuratezza e pressapochismo. Mucchi di ferrovecchio e di macerie, silos di cementifici che trovano la loro materia prima nella distruzione: «Viviamo solo con lo spirito di Dio», mi dice i tassista, cercando di superare un avvallamento del terreno riempito d’acqua piovana, ieri mattina caduta assai copiosamente.

La desolazione dei campi verso Erez fa spavento: mucchi di detriti o di terra, alberi lasciati senza cura, coltivazioni sommarie… carretti trascinati da asini e muli, donne piegate su qualche mucchietto di sterpaglie, case mai terminate, in ogni caso mai intonacate. Poi il lungo tunnel dell'umiliazione. La polvere è ovunque, la penna che scivola sulle pagine del mio taccuino scricchiola.

lunedì 21 febbraio 2011

Hebron, alla Tomba dei patriarchi


Viaggio in Terra Santa/8
Dove l'odio s'è materializzato. La tomba divisa tra musulmani ed ebrei.

La Tomba dei patriarchi in realtà è un complesso edificio che contiene, oltre alla moschea e alla sinagoga, anche una chiesa e la caverna Macpela – luogo che la tradizione biblica ritiene sia stata comprata da Abramo agli ittiti per seppellirvi la moglie Sara, e poi lui stesso vi fu sepolto, assieme a Isacco e Giacobbe con le loro mogli –, con architetture miste di età erodiana, crociata e islamica.

Le tombe di Abramo, Isacco, Giacobbe, Rebecca e altri patriarchi ancora di per sé non sono particolarmente attraenti. Almeno l’interno dell’edificio, spesso piegato nella sua austera bellezza alle esigenze votive degli uni e degli altri, non appare straordinario, mentre l’esterno è possente e nel contempo elegante. Ma i check point lo deturpano, nel silenzio più totale del classico vociare dei turisti, che non ci sono più dalla strage compiuta nel 1994 da un colono israelita proprio all'entrata della tomba. Sono il solo visitatore che non sia musulmano-palestinese, nella sezione a moschea, o ebreo-israeliano, nella sezione a sinagoga.

In particolare mi colpisce la depressione che abita i musulmani nella moschea, con le loro preghiere strascicate e doloranti, direi sanguinolente, e dall’altra parte la frenesia di ebrei che paiono tutti estremamente ortodossi, al limite del fanatismo. Nella sinagoga c’è un grande afflusso di soldati, giovani reclute mi sembrano, tutti estremamente compiti e assorti nella preghiera ondeggiante e sincopata tipica degli ebrei. Si comportano come se non ci fossi, mi danno l’impressione di persone talmente concentrate su sé stesse da non accorgersi che il mondo è colorato. La paura gioca brutti scherzi.

Nel cammino a ritroso lungo l’arteria commerciale che conduce alla Tomba, tutti i commercianti palestinesi, nessuno escluso, e un numero imprecisato di mocciosetti che vogliono vendermi dei braccialetti coi colori della bandiera palestinese, mi invitano a comprar qualcosa. Anche il mercante di legumi secchi, anche il fabbro ferraio, anche il calzolaio. E vorrei offrir loro qualcosa, ma sarebbe fatica infinita, una goccia nel mare. Li prendo con me, nel mio cuore, li accetto nella loro disillusione, così come porto con me quei soldatini di piombo. Piombo di paura.

domenica 20 febbraio 2011

I marmi esplodono luce


Viaggio in Terra Santa/7

Visitare la spianata delle mosche è un'esperienza antropologica, teologica e anche politica

Ero già stato alla spianata delle moschee, o del Tempio, dipende dai punti di vista. Avevo già colto la straordinaria potenza evocativa, la bellezza estetica, la funambolica presenza araba, l’orgoglio inconfessato e inconfessabile dei musulmani palestinesi che occupano ancora quanto di più caro c’è nell’animo religioso e etnico degli ebrei. Non per niente qui ebbe inizio la seconda Intifada, allorché Ariel Sharon - il 28 settembre del 2000 - osò portare centinaia di poliziotti antisommossa israeliani nella spianata, dicendo che finalmente gli ebrei si riprendevano il luogo di culto a loro più caro, che apparteneva solo a loro e a nessun altro.

Avevo già visitato il Duomo della roccia e la Moschea al-Aqsa, ma non avevo potuto fotografarne gli interni. E non avevo mai avuto una guida come Muhammad, un sessantenne entusiasta che potrebbe essere un imam o un muftì, tanta è la passione che ci mette e la competenza che sciorina nel corso della lunga visita: cosa inusuale, cita le Scritture cristiane con esattezza, senza l’approssimazione tipica di tanti musulmani. Con Muhammad capisco ancora una volta che con gli arabi tutto è possibile (anche fotografare, anche visitare i luoghi più sacri), a condizione che il rapporto, la relazione sia tale nella sincerità e nel rispetto da generare fiducia e aprire tutte le porte. Questa è la chiave che, ne sono certo, in questa Terra Santa non è stata ancora provata. C’è sospetto invece di rispetto, prolifera il sospetto invece di lasciar spazio alla fiducia.

I marmi esplodono luce, le maioliche azzurre sposano il cielo, la cupola d’oro invita alla riconciliazione nel segno d’Abramo, fa l’unanimità. Donne, uomini, vecchi e bambini sono uniti dalla preghiera e dalla sensazione di liberazione che ogni musulmano prova dinanzi a Dio nella preghiera al Tempio. Eppure nei loro sguardi c’è tutto tranne che il sentimento della pace, c’è frustrazione e talvolta odio. Iddio sa. Un vecchio legge il Corano sui tappeti rossi e bianchi della moschea di al-Aqsa. Viene da Ramallah, ma ormai abita a Gerusalemme Est, perché suo figlio ha trovato lavoro come idraulico. Nelle sue poche parole in inglese che riesce a dire c’è tutto un popolo: «Allah mi ha fatto nascere, Allah mi ha portato alla città santa, Allah mi fa sperimentare l’impotenza, Allah mi prenderà con sé quanto prima». Ha lo sguardo umido. Mi abbraccia.