sabato 9 aprile 2011

Atlanta, dove si vola


Il più grande aeroporto del mondo. Dove si impara anche la gentilezza.


Perso tra tapis roulant, valigie che spariscono, corridoi senza fine e metropolitane che la Concorde-Porte d’Italie fa ridere i polli, mi chiedo perché mai mi sia lasciato convincere a volare con la compagnia che ha sede ad Atlanta, con notte allegata in un Holyday Inn discretamente dozzinale, che sa di fumo rancido, di caffè pura arabica e di moquette polverosa. Molto meglio sarebbe stato fare rotta su Madrid e pi filare dritto verso Santo Domingo con gli ispanici. Ma l’istinto del viaggiatore mi suggerisce di non prendermela, di accettare gli inconvenienti e di cercare di cogliere il meglio dalle inattese lungaggini a cui vengo sottoposto, corvée a cui in realtà tutti i viaggiatori si sottopongono. Nella infinita coda per il ontrollo del passaporto, in realtà mi rendo conto che i più indisciplinati e maleducati, insofferenti e incapaci di non fregare il posto a chi li precede sono proprio gli italiani, tutti quanti dei piccoli Berlusconi strafottenti e superficiali o piccole Santanché abbronzate da lampada e ritoccate dai chirurghi. Che figura che ci fa il Bel Paese! È una città nella città, l’aeroporto di Atlanta. Si tratta di il più vasto scalo aereo del mondo, qualcosa come cento milioni di passeggeri all’anno! Avvicinandosi a terra per l’atterraggio, si ha l’impressione di scorgere un’impressionante ed enorme lisca di pesce – i tanti terminal dello scalo, almeno sette, ognuno dei quali conta decine e decine di attracchi – a cui si sono attaccati un’infinità di pescetti parassiti, cioè gli aerei. La lisca di pesce si stende avendo sullo sfondo la skyline della città di Martin Luther King, nemmeno tanto lontana dall’aeroporto. Anche dal basso, a livello della terra e non del cielo, dell’uomo e della donna e non degli uccelli e degli angeli, la mastodonticità del sito colpisce e stordisce. Ci metto due ore a passare tutti i controlli, a recuperare per due volte le valigie, a sincerarmi di avere il visto per ritornare, a trovare lo shuttle dell’hotel, dove finalmente ritrovo un po’ d’umanità, cioè l’autista, un enorme uomo nero sulla settantina che se la ronfa beatamente, senza degnarsi di uno sguardo per chi vorrebbe essere trasferito rapidamente all’albergo. Atterro esausto su un enorme letto bianco fornito di sei cuscini, che non uso. La mattina, la colazione mi riporta nella grandeur alla statunitense, fatta di dimensioni fisiche e non morali o intellettuali. Forse mi sento disposto meglio nei confronti del genere umano, e così scopro che la città aeroportuale è popolata da una folla di inservienti che sono proprio al servizio dei viaggiatori, con humour, gentilezza e disponibilità. Le dimensioni dello scalo non si rimpiccioliscono, ma si umanizzano. E così in pochi minuti riesco a sbrigare le formalità per la partenza. Nel lungo rullaggio passiamo sopra autostrade a dieci corsie, in fila indiana, ventitré aerei con la voglia di rullare sulle piste e lasciar qualche chilo di caucciù sulle rugosità del cemento e dell’asfalto. Ovunque centinaia di auto, pullman e mezzi di manovra o di soccorso si danno da fare, guidati immancabilmente da uomini e donne ben in carne e dalla pelle nera. M’accorgo che le piste sono decine (proprio ieri sera leggevo su Usa Today che si ripetono in modo inquietante i casi di controllori di volo che si addormentano sul posto di lavoro), mentre circumnavighiamo isole di servizio enormi e brulicanti di attività. Le file di luci, accese anche in pieno giorno, paiono abbondanti come alla festa del patrono… Poi il decollo, il mio hotel, le macchinine che rimpiccioliscono, il brillio degli enormi parcheggi, distese di villette monofamiliari che disegnano geroglifici rastremati, laghi e piscine che sfavillano impertinenti. E il cielo.

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