martedì 25 settembre 2012

Ubud, la delusione e le voci dei ragazzini



Centro culturale dell'isola di Bali, ormai è un tempio del turismo. Ma c'è sempre qualcosa da imparare...

Che dire? Ci sono delle volte che l’aspettativa di un dato posto è tale che la delusione è dietro l’angolo. Intendiamoci, la delusione per un viaggiatore che trascorre appena qualche ora in un dato posto non è granché credibile. Non ha avuto materialmente il tempo di conoscere un dato posto. Eppure il fiuto ce l’ha, il viaggiatore incallito, e qualcosa alla fine capisce sul serio. Ubud, città “culturale” dell’isola di Bali, in Indonesia, mi ha profondamente deluso. Non tanto perché il caldo opprimente e la fatica del viaggio in auto di locazione (guidare a Bali richiede un’attenzione prolungata e continua, perché le sorprese sgradevoli e pericolose per l’incolumità di qualcuno sono sempre dietro l’angolo, in primo luogo per la sconsiderata guida di tanti motociclisti!), ma soprattutto per la presenza massiccia di turisti. Ormai la città è un grande centro commerciale, in cui persino la mentalità balinese accogliente e gratuita viene messa a dura prova dal dio denaro, che sta bene nei tanti templi della città.
Intendiamoci di nuovo, questo non nega minimamente l’importanza della città e della sua storia che impressiona, in particolare per essere diventata negli anni Trenta un luogo che ospitò pittori di chiarissima fama dal mondo intero, e musicisti e scrittori. La storia la s’incontra nei templi principali – Pura Taman Saraswati, elegantissimo, degli anni Cinquanta del XX secolo e Pura Gunung Lebah, struggente, dell’VIII secolo –, così come nel museo Puri Lukisan o nel palazzo Puri Saren. Ma questi luoghi ormai sono sommersi dalle boutique, dai caffè, dai ristoranti, dalle agenzie turistiche, da ogni sorta di commercio. Persino il mercato Pasar Ubud pare una brutta copia dei bei luoghi indonesiani dove si cerca di trovare qualcosa di semplice e utile, e dove s’incontra la gente. Qui molto meno, al punto che l’insistenza dei compratori pare diventare un’ossessione fastidiosa. Il che mi dà non poco fastidio, per via del rispetto che in ogni caso noi europei dobbiamo verso questa gente.
Mi riconcilio con Ubud solamente già col piede di partenza, quando sento della musica uscire da quello che ritengo un tempio, ma che in realtà quasi subito mi accorgo essere una scuola. Perché, mentre salgo i ripidi gradini che conducono verso i tempietti, vengo letteralmente investito da una fiumana di ragazzi in divisa – pantaloni verdi, camicia bianca e cravatta – che finalmente tornano a casa dopo aver concluso la loro mattinata scolastica. C’è una tale vivacità nella loro esuberanza che mi dico: questa è ancora Bali. Ma valla a scoprire!

lunedì 17 settembre 2012

Borobudur, percorsi tantrici



Un altro luogo indonesiano che riporta alla notte dei tempi. E' il maggior tempio buddhista del Paese. Cinque chilometri di altorilievi

La sapienza degli architetti, sapienza creativa per eccellenza, assume i tempi della storia – e talvolta della Storia – allorché riesce a coniugarsi con lo spirito di quel dato secolo, o ancor meglio di quella data epoca. Non ci è concesso di conoscere i nomi degli architetti del tempio di Borobudur, solo qualcosa della loro scuola: vennero da tutta Giava, tra il 750 e l’850 d.C., chiamati dalla dinastia Sailendra per edificare il trionfo massimo del buddhismo javanese. Ma venne abbandonato subito dopo la sua conclusione, per il tramonto della dinastia e l’arrivo delle dinastie indù; così giacque, protetto dalla terra e dalle ceneri delle eruzioni sino all’inizio del XIX secolo. Ma è comunque certo che la loro arte ha trasformato in pietra il comune sentire di un intero popolo.
Di tutto ciò rifletto scendendo lentamente dal tempio di Borobudur, percorrendo a ritroso i cinque chilometri (!?!) di camminamenti che, in senso rigorosamente orario, il devoto (e ora si spera anche il visitatore) è tenuto a percorrere per giungere alla sommità del tempio: due milioni di blocchi di pietra formano un complesso simmetrico, per una base che ha lati di 118 metri che sorreggono sei terrazze quadrate e altre tre, quelle sommitali, circolari, con quattro passaggi stretti ma finemente scolpiti. Rifletto pensando che tale ascensione è un viatico straordinario alla contemplazione, del Nirvana nel caso del buddhismo.
Le disavventure del sito di Borobudur sono note, tra terremoti ed eruzioni vulcaniche. Ancor oggi non poche parti del complesso templare buddhista sono in fase di restauro. Troppi dettagli, troppe bellezze, troppe innovazioni stilistiche costringono ad un restauro rigoroso, conservativo e non ricostruttivo. Fortunatamente. Per questo non pochi altorilievi mancano di alcuni tasselli, ma è meglio così, c’è già tanto da vedere e fotografare, da ammirare e fissare nella memoria. Pannelli nei quali si ripercorrono e rincorrono non solo i classici elementi della spiritualità e della mitica storia buddhista, e quelli del pantheon buddhista-javanese, ma anche tutti quegli elementi che la memoria ha accumulato nell’avvicinamento da Yogyakarta a Borobudur: risaie e palmizi e banani; le prospettive “allargate” provocate dagli specchi d’acqua delle risaie; le forme abitative d’epoca, ma ancora esistenti, di legno e bambù; le infinite bottegucce d’artigianato lungo la strada. Non ci sono le motorette, negli altorilievo di Borobudur, ma almeno l’occupazione di tutti gli spazi disponibili c’è. Non ci sono fortunatamente le chiassose insegne dei negozi e delle aziende, ma il desiderio di pubblicizzare c’è. Un concentrato di antropologia e di sociologia javanesi e, in fondo, anche indonesiane.
Mi perdo, non seguo più le descrizioni mitologiche della mia guida cartacea, peraltro dettagliatissima. Mi ritrovo, infatti, nel mito stesso, avvolto da esso, circuito, ipnotizzato quasi. La ripetizione, per 1460 volte, dei pannelli con le scene mitologiche, la costante presenza di lingam, l’infinito ripetersi della figura del Buddha, m’appaiono una sorta d’iniziazione alla quale è difficile resistere. Si può reagire in due modi a una tale pressione psicologico-religiosa: sforzarsi, da antropologo, di trovare costanti e scostamenti dalla norma delle culture del luogo e dell’epoca; oppure giocare il gioco ed immergersi nell’esperienza filosofico-religiosa del buddhismo dell’epoca. Nel primo caso ci si preserva da ogni contaminazione, ma si passa accanto alla profondità spirituale del luogo; nel secondo s’accetta la sfida della religiosità non propria, ma si rischia di non capire razionalmente il fenomeno e di essere quindi colpiti da buonismo, irenismo e sincretismo. Scelgo il secondo percorso, più rischioso ma certamente più affascinante e sorprendente. Cerco cioè di immergermi nel mondo dell’epoca, senza razionalizzare immediatamente, per quanto possibile, cioè, senza dover sempre e comunque ricorrere alle categorie e all’immaginario della mia italianità e della mia cristianità occidentale. Senza tradire nulla, penso, ma cercando di immergermi con amore nella conoscenza di una diversa avventura religiosa e di pensiero. È l’amore che, in effetti, essendo l’essenza del cristianesimo, mi permette di non tradire la mia fede. Se vogliamo, un’esperienza che ripercorre alcune delle tappe delle scoperte di Teilhard de Chardin, ma vissute alla luce dell’esperienza mistica della Lubich. Il tutto in piccolo, in piccolissimo anzi.
Cosa succede? L’avanzamento è accompagnato dalla presenza di tanti javanesi, ben più numerosi dei turisti stranieri. Godo delle loro scoperte, delle loro risa, dei loro turbamenti, talvolta condividendo con loro tali sentimenti che talvolta mi paiono un po’ infantili ma che forse sono più vicini al sentire del “bambino evangelico” che al ragionare dell’“adulto occidentale”. Percorro itinerari supposti tantrici (dall’alto il tempio appare un unico, lungo itinerario tantrico), scopro ovunque statue del Buddha, poso lo sguardo sugli incredibili simboli fallici di cui è disseminato l’intero tempio, apro lo sguardo sulla straordinaria natura che fa da corona al sito, respiro respiro respiro. E con mia sorpresa colgo in me un amore crescente per questa gente javanese. Più m’immergo nel manufatto artistico, più spalanco lo sguardo sull’ambiente che lo avvolge e più avverto che i miei sentimenti per la gente che visita con me questo sito di Borobudur protetto dall’Unesco cresce. Finché non resta che l’amore. Non resta che Dio, che si esprime amorevolmente nel Verbo. Un amore che permane, nonostante sia messo alla prova dalle centinaia di insistenti venditori di souvenir e articoli d’artigianato che si susseguono all’uscita del tempio e fino alla mia auto. Questi uomini e queste donne sono da amare. Anzi, sono amore. Per me. E io per loro. Anche se non compro nulla.

mercoledì 12 settembre 2012

Penang Hill, lassù sopra il caldo


Malesia, isola di Penang, sopra Georgetown, un luogo dove i coloni inglesi amavano sfuggire all'afa della regione.
Nelle zone tropicali per noi europei la più grossa difficoltà è quella del clima, delle temperature costantemente elevate e accompagnate da un’elevatissima umidità. Così la caccia all’aria condizionata è lo sport più diffuso tra i nordici in terra equatoriale (ma ormai anche di tanti indigeni). Nell’isola di Penang, Malesia occidentale, le cose stanno proprio in questi termini, come basta capire dalla semplice consultazione di una cartina geografica. Quando poi le cose interessanti da vedere non sono poche, ecco che ci si lascia trasportare dalla eccitazione conoscitiva e non si è più capaci di dosare le forze. Così non resta che fermarsi. Nella propria stanza climatizzata oppure… salendo agli 830 metri della Penang Hill, la collina di Penang, dove l’aria è più fresca e si può camminare per tranquilli sentieri lastricati in mezzo alla foresta tropicale, ammirando la natura ma anche i cottage che all’inizio del secolo i colonizzatori britannici avevano costruito quassù, per abitarvi al fresco, o per trascorrervi qualche scampolo della loro settimana tradizionale. Nota anche come Flagstaff Hill o Bukit Bendera, conobbe le prime costruzioni nel 1897. Dapprima venne tracciato un sentiero per cavalli, mentre oggi si sale grazie alla meccanica.
Si sale infatti fin quasi alla cima della collina grazie a una funicolare assai ardita, che supera pendenze elevate, dando anche qualche brivido ai viaggiatori: tranquilli, è di fabbricazione svizzera! L’arrivo è però inquietante per la presenza di tanta, troppa gente addetta ai negozietti, ai trasporti con mini-auto elettriche, a una moschea francamente squallida e a un tempio indù col finto sadhu (ben pasciuto) che cerca di attirare i turisti. Il tutto accompagnato da strutture e mobilio urbano francamente orridi. Ma lo spavento termina ben presto quando ci si accorge che dalla piazza dei commerci si diramano alcuni sentieri discreti e ben tenuti, che permettono di camminare in mezzo alla foresta vergine, o quasi, senza tema e anzi con una certa pace dell’anima e dei sensi: si capisce ben presto che anche in salita, mantenendo un passo regolare e lento, si può evitare di sudare in modo eccessivo.
C’è così modo di ammirare una vegetazione straordinaria, fotografando macchie di colore floreale e disegni geometrici tracciati dalle verdissime piante delle più varie specie presenti nel luogo: diptocarcapaceae, conifere e felci arboree. I viottoli sono lastricati di mattoni rossi di laterizio che evidentemente da queste parti resiste meno che dalle nostre. I gradini sono smussati invariabilmente da una sorta di pellicola nera che avvolge i laterizi là dove non vengano lavati regolarmente. Cosa assai impossibile in una foresta. Ma anche le scalinate che portano ai cottage degli inglesi subiscono la stessa sorte, con buona pace di colonizzati e colonizzatori.
Il ritorno a valle non è dei più tranquillizzanti, per la velocità della funicolare e per la temperatura soffocante che prende alla gola non appena si esce dalla funicolare climatizzata. E allora si riprende a boccheggiare e a sudare come malati.

martedì 4 settembre 2012

Prambanan, la luce della pietra e quella dell’anima

Nei dintorni di Yogyakarta, a Giava, il maggior tempio indù dell'isola. La fede, anche se non si vedono riti di sorta.

Solitudine mattutina. Alle sei, all’apertura del recinto del complesso templare di Prambanan, 18 chilometri ad Est di Yogyakarta, nel cuore della tradizione giavanese, sono solo soletto. Avendo alle spalle il sole che spande i suoi primi raggi in un’atmosfera torbida, eppure ancora fresca, m’avvio verso i templi patrimonio dell’umanità Unesco ascoltando l’incedere dei passi sulla sabbia. I giardinieri stanno curando le loro aiuole fiorite, i banani, le palme, le tante altre essenze che abbelliscono il luogo. M’accorgo che i raggi radenti conferiscono spessore ad ogni cosa, le animano con il bacio della loro rosata essenza. La stessa luce che ora si posa, cominciando dallo stupa sommitale delle diverse torri che d’improvviso mi si parano dinanzi, come una visione, come una possibilità, come una certezza. Un’ora di meditazione. Noto subito che non c’è il culto vivace degli indù, i loro colori, gli odori, il disordine, la frenesia e l’improvvisa calma. Nulla, il silenzio e le pietre. Ma immediatamente colgo pure l’essenza purificata senza inquinamenti, la nudità della pietra come metafora della fede. È l’alba d’un altro giorno sul tempio di Shiva, e sui suoi fedeli compagni di culto.
Prambanan non è uno scherzo, è arte e storia, come leggo sui cartelli esplicativi dell’Unesco: 17 chilometri a Nord-Est di Yogyakarta, la capitale culturale indonesiana, è il complesso religioso indù più vasto di tutta Giava, costruito tra l’VIII e il X secolo. Allora a Sud dell’isola governavano i buddhisti Saliendra, mentre al Nord comandavano gli indù Mataram. Sembra che questi tempi portino le tracce di una fusione tra le due dinastie, con elementi sincretisti delle due religioni. Nel XVI secolo uno dei tanti terremoti danneggiò grandemente il sito, che probabilmente contava un numero molto maggiore di templi: altri danni ci furono col terremoto del 2006, ancora visibili in diversi templi.
D’improvviso, senza alcun preavviso, gli umani rioccupano lo spazio votivo del tempio di Prambanan. Scorgo due piccole figure velate, musulmane quindi, che salgono e scendono dalle scalette incerte dei templi, che accarezzano le basi delle singole piramidi compiendo l’intero percorso perimetrale, che s’arrestano d’improvviso come folgorate da una visione, da una qualche intuizione, forse mistica. M’avvicino, cerco di carpire i segreti della loro strana celebrazione. E più cerco d’intercettare le due figure – la prima col velo rosa e la veste rossa, la seconda col velo verde e la veste gialla –, più mi rendo conto che quelle due figure stanno pregando. Non nell’anonima moschea di plastica e cemento costruita all’ingresso del parco. Ma in questo tempio che, in qualche modo, ha stipulato la tregua, l’agreement tra buddhisti e induisti, che affonda le sue fondamenta nel misticismo giavanese così bistrattato e addirittura vietato. La tradizione religiosa d’un popolo non può essere eliminata per decreto. I riti delle due giovanissime donne mi resteranno misteriosi, ma non altrettanto lo sarà la certezza della loro fede tradizionale. Fiamme di luce umana sulle fiamme della luce della pietra. A nulla vale la più alta costruzione se la persona umana non la rende vitale, non la trasforma in storia e arte e cultura. Così la servitù diventa libertà dell’anima.

mercoledì 29 agosto 2012

Jakarta, il caos e l’ordine


La capitale indonesiana non è una città facile: ha anche le sue bellezze, in parte ereditate dai coloni olandesi. La grandezza della città sta tuttavia nella natura conciliante della sua gente.

Non è una città in cui spontaneamente viene la voglia di viverci. 20 milioni di persone concentrate in una metropoli convulsa non costituiscono quella che si potrebbe definire una prospettiva allettante. A più riprese mi tocca assaggiare il traffic jam, la marmellata del traffico, anche se sostanzialmente la mia visita si svolge in un fine settimana. Improvvisamente ci si ferma e non si riparte che 5, 10, 20 minuti più tardi, senza peraltro capire il perché di quella sosta, magari dovuta semplicemente a due o tre tassì che tardano a lasciare i propri clienti, o un minimo incidente, o ancora un semaforo rotto. Agli incroci, prima della ripartenza al verde, si formano nugoli di motorette scoppiettanti che poco alla volta, centimetro dopo centimetro, guadagnano terreno, invadendo pericolosamente la sede stradale e talvolta addirittura anticipando il semaforo, sciamando in tutte le direzioni. D’altronde lo stesso tracciato delle strade non sembra essere proprio razionale: l’ex aeroporto, ad esempio, è stato chiuso e trasformato in un’enorme quartiere residenziale e commerciale. Nella pista-strada a sei corsi per direzione si sfreccia per qualche chilometro, per poi frenare bruscamente al termine del “rullaggio” per l’inevitabile ingorgo provocato dalle sei corsie che diventano tre e poi una sola.
La città ha origini lontane, e ha conosciuto una forte colonizzazione olandese: porto fiorente della dinastia locale indù Pajajaran, nel 1522 divenne colonia portoghese, prima che il santo musulmano Sunan Gunungjati cinque anni più tardi li cacciasse (il nome della città, “città vittoriosa”, risale a quel periodo). Solo all’inizio del XVII secolo arrivarono gli olandesi che, dopo acerrime lotte con i britannici, presero stabile possesso del luogo nel 1619, ribattezzando la città Batavia. Un dominio che durò fino al 1942, con l’occupazione giapponese, e che poi portò la città a diventare capitale dell’Indonesia libera, nel 1950. Forse anche per questa lunga dominazione olandese è costruita lungo una serie di canali che servono a regolare il deflusso delle acque nella stagione delle piogge, sapendo che comunque, ogni tre o quattro anni, la città viene invasa per il 70-80 per cento della sua superficie : finora nessuna opera idraulica è riuscita a risolvere il problema.
Anche qui a Jakarta i mall, cioè i centri commerciali sconfinati, stanno cambiando il panorama urbano. Ne visito solo uno, chiamato Manga Dua, che impressiona per le sue sconfinate dimensioni, ma che mi pare manifestare una delle note caratteristiche di questo popolo: lungo le scale mobili del centro c’è posto per chiunque, per i ricchi e per i meno ricchi. In un Paese che non è ancora al top dell’esplosione neo-liberista asiatica e mondiale, ma che comunque può contare su una crescita dell’economia del 6,8 per cento, questi centri commerciali sono uno spaccato di una rivoluzione più soft che altrove.
Ma la gente di Jakarta appare gentile, ovunque o quasi. La lingua ha un incedere quasi sincopato: una delle spiegazioni è che il plurale non esiste come forma autonoma, per cui la soluzione escogitata dai linguisti nei secoli è stata quella di ripetere semplicemente due volte il singolare! La parlata è quindi simpatica e leggermente comica, quasi balbettante. Così come appare insolita la conformazione del vecchio centro della città, la vecchia Kota, che alterna costruzioni in stile coloniale olandese ad altre in uno stile più locale e ad altre ancora più moderne, in una precarietà dell’insieme che lascia perplessi: ci sono sacche di povertà spaventose accanto a esplosioni di ricchezza, direi addirittura di opulenza.
Ne ho una prova visitando il porto e i suoi immediati dintorni. Accanto a belli ed eleganti pescherecci di legno di ragguardevoli dimensioni, la miseria più cruda fa capolino con la gente che vive negli interstizi dello scalo. Mentre più tardi, accanto allo stesso porto, s’allunga accanto alla spiaggia un quartiere residenziale di ville spaventosamente lussuose: marmi di Carrara e vetri fumé, cemento ardito e giardini lussureggianti, in cui il kitsch più stupido fiancheggia la migliore architettura contemporanea. Poi una highway e quindi, quasi senza soluzione di continuità, ecco lo slum più esteso di Jakarta, forse mezzo milione di persone, in condizioni igieniche che dire precarie è eufemistico, elettricità mancante o rubata, ma con le antenne satellitari bene in mostra, mentre nessuno sembra far economia d’un cellulare. Poi, di nuovo, la ricchezza sfacciata di un enorme campo da golf su cui corrono le macchinette bianche dei ricconi, inseguite da decine di portaborse vestiti di bianco che molto probabilmente vengono proprio dallo slum attiguo. Terribili contraddizioni che si fa fatica ad accettare: come il viadotto che collega la zona residenziale al campo da golf, sopraelevato rispetto allo slum che sembra voler ignorare, più che disdegnare.
La città di Jakarta è quindi un intricatissimo dedalo di enormi viadotti e svincoli, stradine tortuose, canali puzzolenti, mercati e mercatoni che sorgono un po’ ovunque senza apparente logica, frotte di Apecar che fungono da mini-tassì (qui li chiamano badjaj, mentre in Thailandia li chiamano tuk-tuk), piccole e medie moschee dalle orride cupole di metallo i cui muezzin fanno a gara nel salmodiare più forte dando vita a un concerto che solo a tratti diventa una polifonia involontaria, altrimenti aggiungendo del caos fonico al caos viario, università laiche e altre religiose…
Ma mi piace concludere questa breve descrizione di Jakarta percorrendo i corridoi che sanno di vecchiume del Museo Wayang, il museo della marionetta, che sembra in qualche modo sintetizzare le tradizioni coloniali e quelle indigene. Una serie di bacheche scarsamente illuminate e fornite di etichette solo in lingua indonesiana, per la disperazione dei turisti stranieri, ospitano una collezione articolata e stupenda di marionette sia locali che europee; quelle locali (purwa) sono una sorta di ricamatissime pelli di bufalo trattate e forate in modo da dar vita a incredibili spettacoli di ombre cinesi. Forse qui si può capire quel qualcosa di positivo che certo colonialismo ha portato: l’incontro e non lo scontro tra le civiltà. E allora anche Jakarta, almeno per qualche istante, m’appare un luogo degno d’essere visitato, se non addirittura vissuto.

mercoledì 22 agosto 2012

Taman Peranginan Tasek Lama (Brunei), la giungla in città


Nel cuore di Bandar Seri Begawan, capitale del ricchissimo sultanato dell'isola del Borneo, uno spaccato locale del Ramadan

Bandar Seri Begawan è la capitale di uno degli Stati più piccoli e più ricchi al mondo, il Brunei, situato nell’isola di Borneo. È Ramadan, venerdì per giunta, al punto che la città appare totalmente vuota. Fotografo moschee e palazzi, ma mi manca la gente. Dove trovarla? Mi dicono di provare al parco Taman Peranginan Tasek Lama. Sono le cinque del pomeriggio, tra un’ora la rottura del digiuno sarà consentita; mi dico perciò che nel parco troverò sì tanta gente, ma sdraiata all’ombra delle palme in attesa di far festa. E invece no, vi trovo uomini e donne di tutte le età in tenute ginniche, caste ma non troppo, che in mille modi stanno cercando di sudare. La cosa mi fa quasi ridere, perché il sottoscritto, camminando nemmeno tanto velocemente, è già una fontanella. E invece vedo gente che corre, che sale su strumenti ginnici che paiono strumenti di tortura, che schizza su per scale di legno, tre gradini alla volta, giovani che scattano a più riprese su un sentiero… in tartan!
Il parco Taman Peranginan Tasek Lama è una deliziosa sorpresa. È un pezzo di giungla in pieno centro, con cascate e burroni, ascese mozzafiato e altre più dolci, laghi naturali e specchi d’acqua artificiali. È pure un giardino botanico, a cielo aperto e senza gabbie, perché scimmie e tucani, serpentelli e piccoli felini non identificati se la spassano un po’ ovunque. A proposito, in Brunei circola la notizia, diventata ormai pubblica opinione, che lo sforzo fisico prima della rottura del digiuno serale sia un toccasana. Perdere acqua sarebbe un modo felice per prepararsi ai lauti banchetti serali. Non sono medico e non so esprimermi al riguardo. Ma le facce stravolte di tante persone, incrociate nel parco Taman Peranginan Tasek Lama, alle sei di sera sembravano preoccupanti! Chissà.

mercoledì 15 agosto 2012

Pulau Penang, l’isola che non è bella


Ma è interessante, ricca e profumata come tutta la Malesia.

Le letture e gli amici mi avevano messo in guardia: Penang, come dicono gli inglesi, o Pinang, come invece dicono i malesi, non è quella che si dice una bella isola. Il suo mare non è blu e verde come quello di Bali, o della più vicina Palau Langkawi. I suoi mall non sono così ricchi e lussuosi come quelli di Kuala Lumpur. A parte la città di Georgetown, c’è poco di bello da vedere. Ma c’è sempre qualcosa di insolito, curioso e vero che può mettere in moto la fantasia e fare apprezzare in un modo o in un altro qualsiasi luogo, anche il più insignificante. Perché, magari, capire perché è tale può essere una grande scoperta. Figurarsi per questa Pulau Penang, che in ogni caso è un’isola tropicale ricca di storia e di bellezze naturali.
Usciti verso Nord da Georgetown, finalmente il mare pare farla da padrone. Ma è un mare cinereo, che alberghi e negozi e ristoranti cercano di rendere interessante, se non attraente. Il centro di tale tentativo è una località balneare, Batu Feringgi, che nel 2004, proprio nel pieno del suo sforzo promozionale, rischiò di scomparire dalla faccia del pianeta tunisino: fu in effetti colpito dal ben noto tsunami che ne danneggiò gravemente le strutture alberghiere e le infrastrutture, ma senza spazzarle via. Così, a sette anni di distanza, la stazione è ripartita a pieno ritmo, approfittando delle distruzioni del maremoto per rammodernare le proprie strutture. Ma a Batu Feringgi è meglio non fermarsi proprio, se si hanno altri scopi oltre a quelli esclusivamente oziosi e balneari.
Dal Nord verso il Sud dell’isola le strade sono due: quella orientale e quella occidentale. La prima, attraversa l’abitato, la seconda la foresta tropicale. Scelgo la seconda, anche se l’autista preferirebbe l’altra, e ne capisco ben presto il motivo: la sua vecchia Mercedes 200D fa una fatica boia a superare le salite e i tornanti che attraversano la foresta. E poi, se ad Oriente in mezz’ora si percorre l’isola, o poco più, dipende dal traffico, ad Occidente ci vuole il doppio del tempo. Lo spettacolo però è affascinante, e persino la foresta sembra tenuta bene,con chiazze di colore intenso che qua e là conferiscono al verde dominante una variabilità che affascina. Il “Parco nazionale dei frutti tropicali” pare esaltare l’esuberanza di queste foreste, esponendo magnifici esemplari di tutti i frutti che maturano da queste parti: ananas, mango, frutto della passione, papaya… Qua e là fanno capolino dei villaggi costituiti sostanzialmente da capanne di legno issate su palafitte. Anche qui ci sono quelle ricche e quelle povere. Le prime hanno imposte ben curate e tetti in lamiera, mentre quelle povere non hanno imposte e il tetto è di canne, o piuttosto di frasche di palma. I locali comuni sono invece in muratura, e qua e là non mancano nemmeno qui i primi centri commerciali con le loro insegne pacchiane, che nella foresta c’entrano come i cavoli a merenda.
Il Tempio dei serpenti, nel Sud dell’isola, contrariamente a quanto annunciato è una gran delusione: sugli altari peraltro di scarsissimo valore artistico – anche se la storia qui parla di un tempio costruito nel 1850 per il venerato monaco, asceta e medico, buddhista di nome Chor Soo Kong, che si dice avesse edificato un tempio abitato da serpenti divenuti mansueti –, si notano dei serpentelli verdi non più lunghi d’una sessantina di centimetri, che se la dormono della grassa, non so se narcotizzati o se inebetiti dall’incenso. Dicono che di notte si sveglino e mangino le offerte lasciate dai fedeli durante la giornata, ma qualche dubbio al riguardo mi rimane. Mi sembra tutta una messa in scena per spingere i visitatori ad acquistare i biglietti (costosi) per l’attigua Mostra dei rettili di Penang, o a farsi fotografare con un immenso pitone al collo per 30 RM, che qui sono un fortuna.
Salendo poi verso Nord, ecco che le brutture fanno la loro apparizione, intendo dire i “biscotti”, cioè i palazzoni popolari o residenziali tra i 20 e i 30 piani, che ospitano gran parte della popolazione locale. Senza apparenti regole urbanistiche, distruggono il paesaggio e creano abitati inquietanti. Ma qui in Asia sono la norma, ormai. Qua e là scorgo templi buddhisti e indù, mentre le moschee da queste parti sono piuttosto poco appariscenti, anche se la Malesia è molto più “dura”, islamicamente parlando, dei vicini Indonesia, Brunei e, ovviamente, Singapore. Anche le chiese sono ben presenti, soprattutto quelle cattoliche ma non solo, spesso accompagnate da istituzioni scolastiche, sanitarie o caritative. Il tutto sempre più avvolto nella sguaiatezza dei centri commerciali, che sembrano anche qui essere i templi e le chiese del XXI secolo.
Il giro della Pulau Penang si conclude con il maggior centro buddhista dell’intera Malesia, quel Kek Lok Si che da tempo diffonde la sua fama spirituale nel Paese: l’inizio della costruzione ebbe luogo nel 1893, grazie all’opera di artigiani thai, birmani e cinesi. Si tratta di un vasto complesso votivo che si nota già da una dozzina di chilometri di distanza, perché è di dimensioni ragguardevoli e perché è issato sulle pendici di una montagna. Vi si accede attraverso un lungo budello in salita, un corridoio fiancheggiato per alcune centinaia di metri da bancarelle che vendono candele ed incensi, ma anche mille altre mercanzie. Finalmente, grondante di sudore, sbuco in una sorta di piazzetta occupata nella quasi totalità da una vasca circolare che brulica di tartarughe, animale sacro per i buddhisti. E da lì comincia un’ininterrotta serie di templi e tempietti che, sempre in salita, vogliono in qualche modo presentare il pantheon buddhista nella sua completezza. Qua e là dei monaci fanno capolino, ora per pulire qualcosa, ora per dare un buon consiglio (speriamo!), ora per togliere i resti delle candele dai bracieri votivi. Si muovono con circospezione, quasi invisibili, ma padroni assoluti del loro spazio culturale. C’è poca gente – né turisti né devoti – per la semplice ragione che siamo nelle ore più calde della giornata (fesso che sono!), ma i pochi presenti paiono voler entrare in comunione reale con lo spirito del luogo.
Il sito è di solito raffigurato e quindi identificato con la pagoda biancheggiante, alta 30 metri e a sette livelli, dedicata a Rama VI di Thailandia che ne pagò la costruzione. Anche se tutto lo sconsiglierebbe, sono così tentato di salirlo, attraverso delle scale di cemento grezzo costruite al suo interno. Ogni piano è tappezzato da piccole rappresentazioni del Buddha, ma colorate in modo diverso. Arrivo alla cima madido di sudore, ma comunque soddisfatto per aver potuto ammirare il complesso templare ad ogni piano, osservandolo mutare di prospettiva e quindi di sostanza, quasi a voler comunicare alla persona che sale quei gradini il senso della vita che muta ad ogni passo, e che talvolta bisogna sapersi elevare per avere un’esatta visione delle cose, o perlomeno più chiara.
Ma non è finita qui, perché la “furia votiva” dei monaci ha voluto che in questo luogo fosse innalzato un monumento straordinario. È ancora in piena costruzione: ci sono il tetto, l’enorme statua della dea Kuan Yin, la dea della misericordia, i pilastri-colonne scolpiti. Ora si sta lavorando per innalzare le pareti dell’edificio cilindrico. Vi si accede grazie ad una breve funicolare, peraltro benedetta in questi frangenti, che evita un ulteriore bagno di sudore. I templi dell’ultimo livello, in effetti, non sono nulla di speciale: non hanno nemmeno quel vecchiume sporco che caratterizza tanti templi buddhisti e conferisce loro quell’aura misteriosa che fa parte del culto orientale. Ma la vista da quassù è stupenda, nonostante le ceneri provenienti dall’Indonesia. E non può esserci che ringraziamento, anche per l’esistenza di Pulau Penang.