venerdì 23 ottobre 2009

Ischia, l'isola che svela l'anima del mare


Dicono che la metà delle sue case siano abusive. Dicono che vi trascorrano le vacanze i camorristi. Dicono che sia l'isola proporzionalmente più inquinante del Mediterraneo. Ma è un'isola dalla bellezza poco conosciuta.

Napoli, atmosfera inconfondibile. Rumori monumenti colori. Tutto pare immondizia e tutto pare benedizione. Un tassista orbo e screanzato mi fa pagare meno del dovuto, pur usando modi bruschi. La lunga fila per acquistare il biglietto del traghetto che mi porterà a Ischia è per modo di dire una fila, ci si arrangia come si può, fino ad agguantare uno degli ultimi passaggi ponte disponibili quest’oggi. Sulla nave s’incrociano turisti e indigeni che paiono, comunque, tutti in vacanza, nessuno escluso. Non può essere altrimenti, su questo traghetto nel tepore serale d’una giornata di fuoco. La vita non può che sorridere a chi viaggia su un battello che allontana dalla terra ferma per condurre in un’isola di fanghi e sole, di pietre antiche e borghi d’oro.

E Ischia si rivela una sorpresa; anzi, una serie ininterrotta di sorprese. Tutti ne esaltano le bellezze naturali, la paragonano alla costiera amalfitana «ma con meno caos», ne decantano le acque termali, benedicono la gente che è campana ma non napoletana, «meno commediante e più gentile». Non me l’aspettavo così, Ischia. È troppo vicina a Napoli per non essere simile al capoluogo. È troppo vicina a Capri per non essere come l’isola frequentata dal jet set. È troppo uguale a sé stessa per non essere originale.

All’arrivo, nottetempo, nei primi caldi afosi che stentano a dissolversi pur nell’oscurità, Ischia mi accoglie con le luci calde dei lampioni del porto, che rischiarano la lunga striscia di abitazioni e fabbricati allungati sul molo, quasi oziosi, in attesa di una risposta esistenziale, di uno stimolo filosofico. Sopra questa striscia d’oro sul serio in cui si distingue una chiesa neoclassica che potrebbe essere dorata, qualche ristorantino che promette pesce fresco e falanghina gelata, magazzini dagli intonaci scrostati, abitazioni con le reti dei pescatori stese ad asciugare, moli dei traghetti e degli aliscafi a rovinare una scena che potrebbe essere senza tempo, auto parcheggiate in un disordine che sarebbe meglio spostare appena qualche metro più in là… Ma in fondo non pare di avere di fronte l’esemplificazione di un fin troppo conosciuto disordine urbanistico, quanto le quinte di un teatro dell’arte che offre le sue rappresentazioni 24 ore su 24, quasi gratis per giunta, al modico prezzo di un passaggio ponte via traghetto, qualche spicciolo. Tali rappresentazioni sanno alternare le notorie capacità mimiche e retoriche del popolino campano alle sceneggiate melodrammatiche di chi, nei secoli, ha accumulato le profondità culturali e le miserie quotidiane di queste terre e di questi mari.

Una buona entrata in materia, quest’approdo notturno sull’isola di Ischia, che con Procida e Vivara chiude a nord il golfo di Napoli. Come pure la cena che gli amici hanno organizzato per me in un ristorante dell’altro polo del comune, Ischia Ponte, dopo Ischia Porto: un banchetto, quasi un festino, che s’inaugura a mezzanotte e si esaurisce due ore più tardi. Qui i tempi della vita al fresco della notte sono decisamente mediterranei, se non addirittura nordafricani. Nella più assoluta naturalezza le ore piccole vengono prese come un rifugio dell’umana socialità che diventa esigenza di vita, di comunione. Se poi questa bellezza conviviale viene arricchita da ingredienti culinari di qualità e ben compaginati tra di loro, ecco che il vivere ischitano – non ischiano – può assumere dimensioni antropologiche di eccellenza.

All’aprirsi degli occhi nel chiarore già ricco d’un sole che scalda sul serio, un altro mondo s’apre, vuole svelarsi. O meglio, un’altra bellezza della medesima pulchritudo che s’annuncia. Dalla finestra rimasta aperta, ma coi battenti ancora chiusi, filtra non solo la luminosità diurna, ma anche un bouquet di profumi naturali risolutamente mediterranei e un canestro di suoni e rumori che non hanno nulla del caos cittadino, richiamando piuttosto alla musichetta di un’orchestrina di strada. Il risveglio invita alla scoperta di questa terra che sulla cartina pare quasi delimitata da una circonferenza appena un po’ schiacciata sui poli, a settentrione e a meridione. C’è chi parla di un “grande fagiolo”. Ed è proprio tale conformazione geografica che attira la mia curiosità, ben presto trasformata in impellenza.

Così, accompagnato da un giovane seminarista – questa terra si rivela ancora profondamente cristiana, non solo per le tante chiese, cappelle ed edicole che ne costellano il territorio, quanto per la fede calorosa della sua gente – e da una bellezza locale che sa essere spontanea e ben preparata, m’avventuro lungo la “circonvallazione”, l’unica vera arteria dell’isola, che costeggia il mare a debita distanza, in una continua serprentina di curve e controcurve che pare voler seguire scrupolosamente l’altimetria del territorio ischitano, girando attorno al rilievo del Monte Epomeo, nome dalle chiare etimologie elleniche, epico anche onomatopeicamente: un verde cono vulcanico – tutto a Ischia è d’origine vulcanica, anche il carattere della gente – che termina con uno strano corno, quasi un becco, che gli conferisce quel nonsocché di misterioso che su un’isola non guasta mai.

Lasciamo quindi il comune di Ischia – sono sei in tutto quelli che si suddividono il territorio dell’isola – verso la costa settentrionale, che da subito si rivela una benedizione di colori e forme, di vegetazione e conformazioni geologiche (bello questo termine “con-formazione”, che suggerisce il concorso di tante cause e tanti millenni alla sua rara bellezza), che creano scalinate d’ogni tipo dal rilievo verso il mare, terminando la discesa, dolce o folle, in ampie e placide spiagge. Come a Casamicciola, alle Pietre rosse o a Maronti (ancora, che bei nomi!), oppure in scogliere ardite, bianchissime o nerissime, come a Forio, come a Capo Negro, come alla Punta parata dei centoremi (la fantasia della toponomastica al potere!).

Qualche gioiello pare disposto dal Creatore qua e là, quasi a voler riaffermare che il mistero della bellezza non è di competenza umana, ma divina. Non c’è trucco, non c’è crema che possa abbellire più di tanto quanto è stato disseminato «da Colui che la terra creò», come cantava il Petrarca. Così allo scoglio degli innamorati, che pare un abbraccio d’amanti, ma con un terzo che non è un intruso, quanto un completamento d’armonia. «Pare una Trinità di pietra», suggerisce Maria Francesca, la mia guida . Così, alle pendici del costone roccioso detto Ignone (Grande fuoco, geniale!), da cui sgorgano le acque termali che nei Giardini Poseidon si offrono con grazia e generosità a sani e malati. Così in quella delizia paesaggistica – assecondata egregiamente dalla sapienza urbanistica accumulatasi nei secoli – che è Sant’Angelo, un grumo di case di ogni colore addossate alla montagna che si sfalda poco alla volta, da cui parte un esile istmo che raggiunge una collina rocciosa che pare un arancino verde e grigio: un aperitivo sorbito ai tavolini di uno dei tanti caffè che s’affacciano sulle due baie separate dall’istmo riconcilia con l’esistenza, soprattutto se accompagnato da una pizza col basilico che s’appoggia sulla mozzarella di bufala, che a sua volta intinge la propria anima candida nel rosso del pomodoro, contenuto dai morbidi e fermi bordi della pasta. E ancora, al termine del lungo periplo attorno all’isola il seminarista mi fa salire sulla terrazza panoramica della chiesa di San Domenico, in frazione Sant’Antuono (please, non dite Sant’Antonio abate!) per scoprire il primo e l’ultimo gioiello ischitano, il Castello aragonese, che ieri m’era stato nascosto alla vista dall’oscurità e dall’illuminazione del maniero in panne.

Maniero? Difficile definirlo così. Pare piuttosto la punta d’una immensa ogiva di pietra che erompe dalle acque del Mar Tirreno non si sa bene per che motivo, se per fungere da baluardo per gli ischitani o semplicemente per frangere i flutti che altrimenti s’abbatterebbero sull’abitato, o ancora per dimostrare all’orbe terracqueo che il potere politico non può che ergersi sulla buona natura, come castello umano che prolunga la roccia che nessuno può distruggere. Tecnicamente si parla di una “cupola di ristagno”, una bolla di lava consolidatasi nel corso di enormi eruzioni. Sta lì, il Castello aragonese, come il roccione di Sant’Angelo collegato alla terra ferma – alla più vasta terra ferma – da un lungo ponte costruito con l’ausilio di una fettuccia di scogli naturali e artificiali che pare, dall’alto, un pacifico serpentello di mare privo di ogni forma di veleno.

Ed è proprio ai piedi del Castello aragonese, a Ischia Ponte, che termino il periplo attorno all’isola, in un tripudio di sole, colori, profumi, sapori. Questo nostro sud italico non cessa di far scoppiare quel sano edonismo che è offerta di bellezza e la sua semplice consumazione. Suo semplice godimento. Passo dinanzi alla chiesa dello Spirito Santo, annunciata dal borgo mercantile abbellito da bouganvillier di ogni colore, cascate di fiamma e grazia. Pochi gradini, ripidi e scuri, non riescono a trattenere la predica in latino e in dialetto di un prete che pare Totò, che esaspera ed esalta gli aspetti culturali e ludici di questa terra che vive di mare. E poi la cattedrale, baciata nei suoi muri dorati da un sole coi raggi d’oro, finché l’abitato d’improvviso si dirada e appare.

Appare egli stesso, lui, il castello, la roccia col castello ‘n coppa. Da questa prospettiva appare ancora più impressionante nel suo profilo massiccio e nel contempo familiare, per la sua punta edificata e per il declivio che scende verso il mare trattenuto dalle mura imponenti che l’abbracciano. Il lungo ponte non appare più un serpente di mare, quanto piuttosto una passerella verso il tesoro, una benedizione che rende le acque meno inquietanti, quasi che l’uomo in questo modo potesse rendersi più presente nell’orbe terracqueo. Avanzo sull’acciottolato ordinato ma nel contempo assai antico e la massa rocciosa, invece di farsi incombente, diventa via via più familiare, perché la massa si frastaglia in mille dettagli che paiono renderla comprensibile, spiegata, direi avvicinata: un arco, un camminamento, un ciuffo di agavi, una serie di finestre che promettono di essere straordinarie per la vista offerta…

E poi le mura, merlate, e le cupole che si stagliano d’improvviso nel cielo diventato tutto azzurro e tutto splendore. Poi le acque finiscono, il rumore delle onde e dello sciacquio sugli scogli s’attutisce fino ad annullarsi allorché s’entra nelle mura e un altro mondo comincia, si materializza. S’entra per un portone che pare nobile e nel contempo modesto se paragonato a quel che ci sovrasta. S’apre allora una lunga scalinata che è più un camminamento per uomini e cavalli, fors’anche per asini, che una serie di gradini, pochi centimetri di altezza per un paio di metri di larghezza! Si sale con facilità, ammirando le volte e le prese di luce che sovrastano il camminamento, e da cui venivano scaricate marmitte di olio bollente per arrestare l’eventuale penetrazione dei saraceni.

È una storia lunga, molto lunga, quella che le pietre di questo castello raccontano al visitatore. Una storia di grandi imperi e di piccole quotidianità: la prima fortezza fu costruita addirittura nel 474 a.C. dal greco-siracusano Gerone I, venuto in aiuto dei cumani nella guerra contro i tirreni. Nel 315 a.C. furono sempre i romani a fondare a Ischia la città di Aenaria. Poi i saccheggi a ripetizione dell’isola e del castello da parte di visigoti, vandali, ostrogoti, arabi, normanni, svevi e angioini. Finché, passata un’eruzione disastrosa del vulcano Trippodi, nel 1301, che spinse gli ischitani a proteggersi sullo sperone roccioso, nel 1441 Alfonso d’Aragona ricostruì il vecchio maschio e costruì il ponte di collegamento e fece costruire le poderose mura. Alla fine del XVI secolo il castello conobbe il suo massimo splendore, quando la rocca ospitava 1892 famiglie, oltre a conventi e abbazie, 13 chiese e sette parrocchie. Verso il 1750 i pirati cessarono di attaccare Ischia, e la gente scese così dal maniero verso l’isola principale, dedicandosi sempre più alla pesca. Nel 1823, Ferdinando I, re di Napoli, scacciò gli ultimi abitanti e ridusse il castello a prigione.

Salgo, ammirato più che accaldato, perché la frescura che queste mura larghe quattro o cinque metri non paiono scalfibili dalla temperatura del sole. Avanzo fino alle prime terrazze, in cui si alternano in modo assai diseguale spazi naturali e terrazze attrezzate, in un disordine che sa d’arte più che di caos. Le vecchie cappelle di pietra levigata s’alternano a quelle invece perfettamente intonacate di barocco. Il monastero delle clarisse attira più per lo strano modo che queste suore avevano di lasciare questo mondo – l’ossario delle suore le vedeva deposte su degli “scolatoi” da cui “colavano” poco alla volta nel vuoto – che per le ardite architetture dei suoi palazzi incastrati nei palazzi nobiliari. E poi il giardino delle nifee, la cattedrale dell’Assunta senza più volte…
La discesa è un continuo scorcio, ogni volta nuovo, su Ischia Ponte e su Ischia Porto, su Sant’Antuono e sulla costa che scende verso meridione e su quella che sale a settentrione. Poche impressioni, se non quelle di una grande sorpresa. Ora, solo ora, comincia la scoperta di un’isola che, pur essendo assai meno conosciuta di Capri e anche di Anacapri, della costa amalfitana e di quella sorrentina, ha tutta l’aria di voler riservare sorprese sempre nuove: di roccia, cielo, acqua, botanica e zoologia. E di umanità.

2 commenti:

Marco T. ha detto...

Da “ischitano” mi permetto di dire d’aver potuto leggere abbastanza della critica circa ischia da penne “del continente”, e il tuo articolo si distingue per questo sguardo teso al di la dei problemi del nostro tempo e di questa realtà in modo particolare. Sei riuscito a descrivere l’isola sospesa nel sorriso del tempo, nella sua essenza e non di meno nella sua umanità.

Anonimo ha detto...

Premetto che ad Ischia non ci sono mai stata.
E' vero forse non sara rinomata come la costiera amalfitana o come Capri' pero' non per questo è sconosciuta. Dai depliant turistici mi sono fatta l'idea di un'isola piena zeppa di alberghi e appartamenti da affittare. Ma gli "ischitani" sono tutti ristoratori e albergatori? Inoltre sui giornali ci sono spesso pubblicita' di alberghi di Ischia tutto compreso. I miei vicini di casa sono andati gia' due volte ad Ischia e ci hanno trovato "il mondo"; la coop da maggio ad ottobre organizza pulman per Ischia. E' un isola che mi piacerebbe visitare, ma tutte queste cose per ora mi hanno fatto preferire altre mete.Potrei essermi sbagliata.