martedì 11 gennaio 2011

Forìo, il mare e qualcos’altro


Una passeggiata in una delle cittadine più deliziose dell'isola di Ischia, nel passaggio d'anno tra il 2010 e il 2011.

Il disordine urbanistico proprio del napoletano – direi una vocazione più che una condanna –, anche sull’isola d’Ischia agisce a pieno regime. Anzi, dicono che da queste aprti l’80 per cento dell’abitato sia in un modo o nell’altro abusivo. Cifre incredibili, che che raccontano un “essere al mondo” più che un tentativo di evasione di massa, più un dasein che un’imbrogliatina corruttiva. Bisogna pur vivere. Eppure in questo caos (relativo, perché in realtà sull'isola si vive benissimo) emergono gioielli borbonici e barocchi che impreziosiscono l’abitato e gli abitanti. Saltello dall’uno all’altro – Palazzo Covatta, Palazzo Biondi, Casa Regine, Palazzotto di Via Torrione – non come un tarantolato ma come un pellegrino che s’accosta alla nobiltà d’animo, come un nomade della transeunte bellezza umana.

Mi fermo solo al limitar dell’abitato, sul promontorio occupato – si direbbe per preservare l’incantevole posizione – da una preziosa chiesetta, assolutamente marina, direi ricca della quintessenza mediterranea. Santa Maria del Soccorso ha una sua storia non di poco conto, e un’infinita serie di leggende: antico convento agostiniano del XIV secolo, dicono che sia stato costruito perché, durante una delle mareggiate più violente che la costa napoletana avesse mai conosciuto, forse nel XIII secolo, emerse un crocifisso che s’adagiò sugli scogli del promontorio senza volerne più sapere di essere riassorbito dalla risacca, o dal fortunale, o dalle onde anomale.

Le maioliche sbeccate e scortate, slavate, brillano pur tuttavia sul bianco di calce dei muri, come scie del dio della luce, che sulla Terra si vede costretto a firmare compromessi cromatici e a circonlocuzioni estetiche per suggerire l’idea di luce, che poi è la bellezza stessa. Nulla brillerebbe se l’azzurro intenso del Cielo, direi terreno, non definisse i confini del dominio umano rispetto a quello divino, o forse solo umano-più-umano. Circondando di passi e d’affetto la chiesa – una basilica in stile incognito e misterioso, «della facciata principale non esistono altri esempi», scriveva il Salvati, “biografo ufficiale” dell’isola – m’accorgo dell’acqua che pavimenta l’orizzonte e che lastica la terra. Increspata di tramontana, vellutata di sole, luccicante di schiuma, l’altra metà del mondo – la parte cangiante – s’atteggia a nettare degli dèi, o piuttosto ad amniotica accoglienza, o ancora a tappeto dei pensieri leggeri e concisi. Forìo è il suom mare, e qualcos’altro.

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