lunedì 4 maggio 2015

Patan, o della perfezione del nawari

Continuando nel reportage del viaggio di un anno fa in Nepal, per ricordare le vittime del recente terremoto, oggi andiamo in una cittadina alle porte di Kathmandu, colpitissima nelle sue opere d'arte.

Provengo dall’incredibile caos di Kathmandu dove, alla Durbar Square, ho trascorso alcune delle ore più belle e più faticose della mia vita di giramondo. Difficile trovare altrove un tale concentrato di umanità e di opere umane. Qui a Patan, invece, si trova uno dei luoghi più straordinari dell’architetture newari, ma in un contesto relativamente calmo, più ordinato e pulito, meno rumori e meno mendicanti. 

Ad appena cinque chilometri dalla Durbar Square della capitale, c’è in effetti un’altra Durbar Square, anch’essa straordinaria. Anche Patan è stata capitale e ha avuto una ricchissima storia: chiamata in sanscrito Lalitpur, cioè “città della bellezza”, Patan ha conosciuto una lunga tradizione buddhista che ha influenzato anche il sistema cultuale indù, tanto che ai quattro angoli della città si ergono quattro stupa che si dice siano stati voluti dall’imperatore buddhista Ashoka, intorno al 250 a.C.. È rimasta indipendente fino al 1597, quando il re Shiva Malla unificò temporaneamente tutta la vallata di Kathmandu. Le costruzioni presenti nella Durbar Square di Patan sono quasi tutte comprese tra il XVI e il XVIII secolo. E allora è bene lasciarsi andare senza preoccupazioni di sorta, nemmeno quella del portafogli da controllare con attenzione, per curiosare in ogni angolo del centro città, realmente zeppo di capolavori newari: il Tempio di Bhimsen, la fontana Manga Hiti, il Tempio di Vishwanath, lo splendido Krishna Mandir di evidente struttura indiana, il Palazzo reale…
 

Mi diverto a fotografare cose e persone e architetture senza programma e senza fretta, cercando nei dettagli l’anima delle cose e nei volti le speranze di un intero popolo. Su ogni gradino – questo spazio urbano “vive” degli scalini dei templi, assolutamente essenziali e irregolari – sostano giovani  e vecchi, coppiette di innamorati e single meditabondi, mendicanti e ricche dame avvolte in stupefacenti sari. Comincia così il gioco delle occhiate consenzienti e di quelle più riservate, in un crescendo che crea amicizia e poi complicità. Ed è in questo clima che la bellezza della piazza, che altrimenti potrebbe essere un po’ stucchevole, diventa assolutamente familiare, qualcosa che da qualche parte nel mondo doveva pur esistere. Il gioco dei tetti spioventi d’improvviso mi par prendere senso in relazione pericoretica coi giochi dei gradini, quasi che le scale che tetti e gradini creano non debbano mai interrompersi, ma al contrario debbano incatenarsi le une alle altre per comporre l’unica scala verso il paradiso da un lato e verso l’inferno dall’altro. Ma forse queste sono solo interpretazioni, chissà cosa pensano i fedeli indù e quelli buddhisti che affollano questi templi. 

Dall’alto di un caffè la Durbar Square ancor più pare paradiso nella la gioia di una coppia di innamorati che si staglia in una finestra di legno intagliato dal tempo. E inferno, nell’angoscia di un pover’uomo che, terminato di mendicare, si siede tra un pilastro di legno e l’altro del tempio di Jagannarayan. Lasciar scorrere il tempo è benedizione concessa a pochi.

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