giovedì 27 maggio 2010

Famagosta, il cimitero delle chiese


In visita nella città cipriota al confine tra la zona turco-cipriota e quella greco-cipriota. Una lezione di storia.

Strana città, Famagosta. Ha a che fare coi fantasmi, come quelli che abitano il quartiere sud della città, una volta abitata dai greco-ciprioti, e poi abbandonata in tutta fretta al termine della guerra del 1974, quando l’Onu decretò che quella zona doveva far parte della buffer zone, e che quindi la vita doveva essere messa tra parentesi in quelle strade. No man’s land, tutto è in preda alla polvere e alla lenta agonia delle cose umane e finanche delle pietre. Un’atmosfera da fine del mondo accompagna la passeggiata sul limitar della zona vietata. Si vedono finestre cadenti, antenne piegate, insegne sbiadite, calcinacci e polvere, a tonnellate.

Ma Famagosta vive di fantasmi anche nella sua parte più preziosa, quella racchiusa nella città storica, quella che all’epoca dei Lusignano era seconda solo alla grande Nicosia. Era uno splendore di architetture gotiche e di tracciati urbani sapienti. Era il porto principale dell’intera Cipro, dopo che già nel VII secolo gli abitanti della vicina Salamis erano emigrati, perché il loro di porto si andava irrimediabilmente insabbiando. Il nome di Famagosta è altresì legato inscindibilmente al nome di Marcantonio Bragadin, comandante delle truppe veneziane che tra il 1570 e il 1571 resistette per sei mesi all’assedio asfissiante dell’esercito ottomano, eroicamente non c’è che dire. Bragadin fu poi torturato e scuoiato. La sua pelle impagliata venne fatta sfilare dai vincitori sia a Famagosta che a Istanbul, prima di venire poi recuperata dai veneziani, che la seppellirono nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Le tracce di quell’assedio si vedono nelle straordinarie conformazioni murarie che sono i resti delle grandi basiliche della città dei Lusignano e poi dei veneziani. A cominciare dalla antica cattedrale di San Nicola, che i vincitori ottomani vollero trasformare in moschea e dedicare al vincitore della battaglia contro Bragadin, Lala Mustafa Paşa. Le torri campanarie della costruzione – edificata tra il 1298 e il 1328 su un modello assai simile alle “consorelle” di Parigi e di Chartres –, erano crollate, e la volta era collassata. Vi aggiunsero uno strano minareto, ricoprirono l’enorme volume della chiesa con una struttura orizzontale e vi cominciarono a pregare. Risultato, un’architettura unica, tra lo splendore e la farsa, un simbolo comunque della difficile convivenza mediterranea tra cristiani e musulmani. Il sicomoro piantato dinanzi alla facciata della basilica-moschea pare dati al 1320. Ha visto tutto ed è sopravvissuto, a testimonianza della forza superiore della vita, oltre le guerre e le barbarie umane.

A far da corona alla basilica-moschea di San Nicola-Lala Mustafa Paşa, altre quattro o cinque vecchie chiese gotiche fanno mostra dei loro moncherini, più o meno ignorate dalla popolazione che ne usa gli spazi per ogni sorta di mercimonio o di divertimento. In particolare mi colpisce la chiesa di San Giorgio dei greci, e l’attigua chiesetta dedicata a San Simeone, che riesce ancor oggi a far immaginare quale grande connubio potesse esistere tra le forme tradizionali gotiche, di provenienza francese, e quelle più ortodosse, di origine greca. Il sole è tramonta, la tinta rosata dei brandelli di mura, delle scalinate divelte, delle aperture dell’abside, degli archi in precario equilibrio – ma da secoli – raccontano la vicenda di un popolo in costante precarietà e in perenne rinnovato equilibrio, un ponte a forma di isola.

Deambulo poi nelle rovine delle altre chiese diroccate oppure trasformate in moschea o museo: Santi Pietro e Paolo, San Francesco, San Georgios Exorinos, San Giovanni, la chiesa dei Templari… Nulla stupisce più, nulla pare strano. Anzi, una città che non ha voluto distruggere le tracce del nemico diventa quasi una speranza di possibile convivenza. Ma senza mai dimenticare che tale coabitazione deve e può articolarsi solo sulle macerie. Sorbisco un caffè turco – che a qualche chilometro si dice invece cipriota –, mentre un giovane armato di centinaia di cartoline mi si avvicina per vendermi qualche immagine di rovine. I turisti in questa primavera fresca hanno disertato Famagosta e così Mustafa – questo il suo nome – s’accomoda al mio tavolo, gli offro un caffè. Dopo i soliti convenevoli su Totti e la vittoria dell’Inter in Champions, gli chiedo a che epoca secondo lui la moschea di Lala Mustafa Paşa, che sta dinanzi a noi. Mi guarda sorpreso, e mi fa: «L’hanno costruita gli ottomani». Non riesco a convincerlo dell’errore storico; anzi, più vado avanti nelle spiegazioni più s’inorgoglisce nel reclamare l’origine turca e musulmana della costruzione. È evidente: non ci può essere dialogo senza conoscenza reciproca. Ma la conoscenza reciproca passa per il rispetto e per l’ascolto. In fondo Mustafa mi ha detto solo che quelle pietre ora sono turche. Il che è anche vero.

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