venerdì 24 settembre 2010

Hué, la grandezza dei dettagli


La Piaggio ha deciso di investire per il suo sviluppo in Vietnam, Paese dove il 50 per cento della popolazione viaggia in sella a scooter che paiono zanzare. Visita (in taxi-motorino) alla città imperiale (dicembre 2009).

È una città imperiale, Hué, e ci tiene ad esserlo, anche in epoca comunista, come lo fu in epoca coloniale. Una città a suo modo santa, ma prima di tutto nobile, attenta ai grandi movimenti della storia e quindi anche ai più infimi dettagli della vita quotidiana. Dettagli che dicono tutto, forse molto di più di quanto non possa dire l’insieme delle grandi visioni.

Colpisce subito, Hué, perché i suoi spazi non sono spazi qualunque, ma spazi regali, altamente regali, addirittura imperiali. Non per niente la città è divisa in due da uno dei più fascinosi corsi d’acqua che mai abbia avuto modo di ammirare, il Song Huong, il Fiume dei profumi (già il nome è un incanto). L’orizzontalità prende subito possesso della sensibilità del viaggiatore, che non può non accomodarsi in questa prospettiva che, dapprincipio almeno, trasmettere una grande serenità, un desiderio di godere delle semplici naturalità del luogo. Sul fiume scorrono placide le lunghe barche a fondo piatto che il nostro immaginario collettivo ha da sempre localizzato in Estremo Oriente. A completare l’idilliaco quadro, c’è la vegetazione che sembra voler accarezzare l’acqua, senza arrecarle alcun danno, senza contenderle alcuna primazia. Queste sono solo delle premesse banali, naturali, quelle che l’istinto imperiale scelse nel corso del XVII secolo. Fu in quell’epoca che cominciò ad assumere un ruolo di primazia la città di Hué. Per non perderla più, almeno fino al 1883. Una storia tutta da raccontare e da scoprire, poco alla volta.

Tanti sono i luoghi dove si po’ cogliere la grandezza di Hué, c’è solo l’imbarazzo della scelta; luoghi che hanno scelto come ambientazione il fiume e i suoi dintorni, il fiume e i suoi profumi, là dove gli effluvi dell’acqua e dell’incanto arrivano eccome, spandono ed espandono la propria benefica influenza. Bisognerebbe raggiungerli tutti in barca, questi gioielli, come sarebbe naturale, nell’ordine delle cose; ma in questa mia breve visita non ho in alcun modo il tempo per concedermi certi vezzi. Il viaggiatore è come un architetto: deve ammobiliare nel miglior modo possibile i limiti del tempo e dello spazio che gli sono concessi. Mi concedo, perciò, una semplice motoretta, ma con autista, un brav’uomo che si dà da fare con solerzia e competenza stradale, indicandomi i luoghi precisi in cui si può ammirare un monumento, conducendomi per sentieri nei campi e nei boschi fino alle precise posizioni in cui i panorami diventano veramente mozzafiato, come su una collina anonima che domina una straordinaria ansa del Fiume dei profumi. La vista è controluce, il sole è timidissimo, le nebbie non vogliono sollevarsi; ma la vista è di quelle che commuovono l’anima, che appagano, che raccontano l’infinito e recano con sé l’ineffabile sorpresa della felicità d’un momento strappato alla convulsione della vita.

Attraversiamo il Fiume dei profumi su uno dei tre ponti che esistono nella città di Hué. D’improvviso s’annuncia un altissimo pennone che regge un’enorme bandiera vietnamita, issati su un piedistallo nero d’umidità che pare incutere un timore che, forse, qualcuno vorrebbe diventasse terrore. È in qualche modo un simbolo della fierezza dei vietnamiti, essendo stato costruito, distrutto e ricostruito più volte, l’ultima nel 1939. «Non ti preoccupare – dice il mio driver –, dietro il pennone e la bandiera c’è la Cittadella, il nostro orgoglio». Ed è così che penetro attraverso la Porta di mezzogiorno (Ngo Mon), di per sé una costruzione di grande valore, essendo stato edificato nel 1833 per volere di Minh Mang, in uno stile che, come il resto, ha certamente delle influenze cinesi, conservando nel contempo una sua “vietnamicità”. La storia stessa lo conferma.

Anche qui alla Cittadella i lavori sono in pieno sviluppo, e i restauri «procedono secondo i piani prestabiliti», come recitano tutti i cartelli che specificano i lavori svolti e da svolgere in corso d’opera. Sarà. Qua e là sono state poste finte colonne e enormi falsi fiori di loto, non si sa quando e non si sa perché tanto sono assurdi: dettagli senza senso e senza prospettiva. Tra i vari padiglioni, non posso non segnalare un’ampia sala di ricevimento chiamata Thai Hoa, che riesce a dare il senso di una grande armonia: il nome Hué viene non a caso da Hoa, che vuol dire pace, armonia. Nella sala vengo attirato dai rossi soffitti lignei: ho l’impressione che in quelle forme merlettate di fili dorati sia riposto il segreto dell’intera città. La luce non è molta, mi spiegano i guardiani, perché le lacche ne soffrirebbero. Lacche certamente ripassate di recente; ma mi piace immaginare gli artigiani dell’epoca distenderla con tutta la passione e tutta l’arte di cui erano capaci, come svolgessero una funzione divina. E nei fatti lo era, anche perché gli imperatori vietnamiti non erano da meno dei loro compari cinesi nel considerarsi tramite tra Cielo e Terra.

Poi comincia il disastro comune e la mia fortuna. I restauri non sono che ipotesi nel resto del recinto, immenso, va detto, coi suoi 6 chilometri quadrati di superficie, attorniati da alte mura e da un fossato di grande fascino, ininterrotto lungo tutto il suo percorso rettangolare. Posso così girare tra gli operai e i visitatori quasi senza dovermi preoccupare di vedere tutto come un Pico della Mirandola del turismo. Due immagini conservo stagliate nella memoria: alcune vecchie tegole, ed altre invece nuove di zecca, appoggiate in un mucchio nel vasto spazio della Città purpurea proibita sono curate, verniciate nella superficie che deve apparire, in stato grezzo invece in quelle che vengono celate alla vista. Un mucchio alla rinfusa, che però mi permette di capire come anche i più piccoli dettagli in queste costruzioni abbiano una loro funzionalità, quasi un simbolo di quella di ogni suddito alla vita dell’impero tutto e dell’imperatore in particolare. Che sia in ruolo visibile o nascosto.

C’è un luogo che attira la mia attenzione in modo direi prepotente, essendosi però a me manifestato in modo assolutamente umile. Dietro un padiglione il cui restauro è in via di finitura – gli operai stanno in effetti dipingendo di lacca rossa lucente le colonne e le imposte – quasi nascosto da un’isolotto di vegetazione esuberante e selvaggia, s’offre alla vista una costruzione di dimensioni modeste, annerite dall’umidità: le finestre mancano di numerosi listelli, mentre l’assenza di colori trasforma le preziose decorazioni che contrappuntano i tetti incolori: draghi, uccelli mitologici, strani animali antropomorfici. La circuisco, quella che capisco essere – dopo un po’, grazie ad una iscrizione scolorita in francese – una biblioteca, anzi più precisamente il Padiglione di lettura imperiale. Voglio sedurla ma lei mi seduce. Grazie alle raffinate decorazioni di frammenti di maiolica, con gli scorci che apre con grazia sul vicino bacino del loto, usando dell’arte della curiosità per le tante aperture sul suo piccolo giardino, grazie alle bellissime piante che le fanno corona. Mi seduce ogni volta che con il teleobiettivo scorgo il motivo di una decorazione insospettabile da lontano. E mi lascio trascinare nel vortice delle continue scoperte, quasi che si passasse di cielo in cielo; oppure di terra in terra, ma con la grazia di quell’eleganza che ti fa toccare il cielo con un dito.

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