lunedì 6 settembre 2010

Kazbegi, luce e ancora luce


Una cima oltre i 5 mila metri, una chiesetta in posizione panoramica, una luce che penetra nel cuore. In Georgia, alla frontiera con la Federazione russa.


Alle sei mi alzo e passo nella terrazza della guest house per osservare l’inizio della giornata sulle spennellate di color rosa che il sole d’Oriente sparge sulla vetta del Kazbegi: da qui se ne può ammirare solo la sommità, forse gli ultimi cinquecento metri di dislivello. Qualcosa mi ricorda il Genesi biblico, il racconto della creazione.

Kazbegi ha un incomparabile merito: quello di aver saputo coniugare bellezze naturali e spirituali, declinando forza e sapienza nei mille modi in cui la fede può esprimersi e irradiare. Ovunque, agli uomini, alla natura, agli avvenimenti. La chiesa della Santa Trinità – mai nome di chiesa fu più azzeccato – costruita nel XVI secolo, svetta su un’altura a 2170 metri, proprio di fronte al massiccio del Kazbegi, possente ma nel contempo delicato nella sua sfida al cielo azzurro del Caucaso, di un’incomparabile finezza (per la cronaca, le rovine di un’altra chiesa furono individuate nel 1913 a 3962 metri di altezza, senza che si sia riusciti a risalire ai costruttori…). Ormai il connubio fra la montagna più alta di Georgia e la chiesa costruita in posizione più elevata nell’intero Paese è una certezza per un’intero popolo e per un’intera Chiesa. Vi si arriva, superato il villaggio di Gergeti, attraversando un bosco fresco e catartico, fino a sbucare in un verde pianoro che sta tra il monte e la chiesa. Sta, come un sabato santo, come una promessa. Qui si può “sentire Dio”, si può cogliere lo Spirito volteggiare, sospendendo il giudizio in attesa del Giudizio e aspergendolo di benedizione e d’amore. Mi volto a monte: le nevi le rocce i prati formano qualcosa che assomiglia all’idea di Natura, al modello di ogni natura. Mi volto a valle: la silhouette della chiesa, associata alla guglia del portale d’ingresso, racconta il tentativo sempre fallito e sempre nuovo di raggiungere la pace dello Spirito, Ma, purtroppo, tali tentativi si riducono troppo spesso alla richiesta di benefici, di amore ma prima di dare amore. Si ricomincia; e la Santa Trinità, Dio in Terra, mi dice che è possibile. Ricominciare, ovviamente, non significa raggiungere la perfezione. Ricominciare ad amare, questo sì.

È domenica, la gente della valle è salita a piedi o a bordo delle vecchissime Uaz sovietiche per la liturgia domenicale. Un fremito corre lungo la schiena e l’anima non appena varco la soglia della chiesa, per penetrare nel mistero, nell’oscurità, nelle geometrie spirituali create dal canto di una delicatissima corale femminile, donne velate. Il fumo delle candele si confonde con quello dell’incenso e porta anche l’olfatto nel girone dell’anima, mentre la mente vacilla di fronte alla fede degli astanti, in un raccoglimento che non è vittima di tanta “dispersione” delle celebrazioni ortodosse, sempre infinite.

E il Monte Kazbegi osserva, sta come una certezza, scalino al Cielo, unico vero gradino al Cielo, immacolato di ghiacci e di umori dello Spirito, solidi come il ghiaccio e ristoratori come la pace.


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