mercoledì 16 febbraio 2011

Osservando la città dall'alto


Viaggio in Terra Santa/3
Pietre e antenne, un connubio di difficile accettazione.

Dalla terrazza dell’arcivescovado maronita di Terra Santa, non lontano dalla Torre di David, si gode un panorama mozzafiato sulla città santa. Vi sono salito, rimanendo letteralmente a bocca aperta nell’osservare per l’ennesima volta tante cupole, tanti campanili, tanti minareti, tante sinagoghe. E tante paraboliche, tanti condizionatori, tanti ripetitori di telefonini. I paesaggi urbani stanno cambiando a causa della tecnologia. Che cosa hanno a che fare le tombe bianche del Monte degli ulivi con le antenne satellitari? Che cosa l’oro del Duomo della roccia con le steli al dio telefonino? Nulla. Eppure queste sono oggi le nostre città: alla tecnologia digitale non resistono nemmeno le pietre bianche di Gerusalemme che ne hanno viste di cotte e di crude in trenta secoli di storia! L’importante è non pensare che le pietre sono solo… supporto alle antenne!

Dalla finestra della mia stanza, per tre ore ho potuto seguire in diretta un matrimonio armeno. L’audio della festa. Dapprima credevo che fosse una nenia ebraica, anche se il quartiere dove sono alloggiato, a due passi dalla Porta di Damasco, è decisamente arabo. Poi ho creduto, invece, che fossero preghiere musulmane, perché qualcuno ha cominciato un sermone. Poi, invece, mi sono dovuto ricredere, perché lo snocciolarsi della lingua non era né arabo né ebraico. Si trattava di un matrimonio armeno, visto che non lontano dalla mia residenza si trova in effetti il patriarcato armeno-cattolico, uno dei tanti della città. Quel che mi ha convinto non è stata tanto la lingua, che pur mi sembrava non comune, quanto il ritmo delle musiche, così caratteristiche e uniche, né occidentali né orientali, nostalgiche delle dure montagne armene e nel contempo punteggiate di dolcezze straordinariamente verdi.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sí, llama la atención como los avances dela tecnología tratan de consumir lo esencial, a aquello que como bien dices no muere.
Patricia