domenica 24 luglio 2011

Dove il Che se n'è andato


Viaggio in Bolivia/3 Passando a Vallegrande, dove il corpo di Che Guevara fu portato e fotografato dopo la fine della sua avventura rivoluzionaria. Un luogo di pellegrinaggio laico, di un uomo di cui va conservata la sete idealista


Piove come Dio comanda, una cosa molto strana in questa stagione. La gente del posto è stupita, e si protegge come può dalle intemperie. Appena arrivati - con Juan che mi ha guidato sin qui assieme a sua madre Reina, una rivoluzionaria a modo suo, che ha messo su con suo marito uno straordinario asilo a La Guardia, vicino a Santa Cruz - ci troviamo a mangiare in un ristorantino che è poco più di un garage, dove servono un pollo abbastanza buono, ma accompagnato da spaghetti veramente infidi. Accanto a noi siedono due uomini e due donne scurissimi di carnagione e per di più vestiti totalmente di nero, anche i cappelli che non tolgono mangiando. Mi spiegano che sono in lutto. Mangiano con dignità, un pasto da un euro a testa, guardando di sottecchi lo straniero che io sono.

Poi ci rechiamo al luogo che nei fatti è diventato un santuario laico al più rivoluzionari dei rivoluzionari del XX secolo, Che Guevara, che qui fu portato da La Higueira, dove era stato catturato e ucciso dai soldati boliviani, in combutta con qualche servizio segreto. Dietro l’ospedale, attualmente funzionante, la lavanderia dell’epoca è quella dove è stato lavato il corpo del Che, e dove sono state scattate da un fotografo locale delle istantanee divenute celebri, coi soldati in posa dietro il cadavere. La casupola e il lavatoio sono ormai ricoperte di scritte rivoluzionarie e graffiti metropolitani dei turisti in mal di rivoluzione. Commovente, a modo suo. Al di là di un prato d’un centinaio di metri, la morgue, l’obitorio dove poi il corpo del Che, lavato adeguatamente, era stato trasportato. Una scritta di Bertold Brecht completa lo scenario.

I sentimenti, lo debbo dire, sono stati all’inizio di curiosità. Poi, man mano che mi avvicinavo al luogo, ho avvertito come il rispetto crescesse, semplicemente perché da mille segni ho capito come il luogo sia meta di un vero e proprio pellegrinaggio, non tanto e non solo di turisti curiosi come me, ma anche e soprattutto rivoluzionari mancati, rinnegati, nostalgici, idealisti, teorici e poco pratici, pratici e poco razionali… Rivoluzionari di tutto il mondo unitevi? Forse. Ma soprattutto uomini e donne che in qualche modo nel proprio cuore hanno ancora un briciolo di speranza che il mondo possa cambiare in meglio, e che la giustizia trionfi. Certo, la violenza non è mai ammissibile, se non in casi estremi. Ma qui capisco che la più grande rivoluzione è la capacità di convertirsi. Ogni giorno.

Nessun commento: