
lunedì 17 dicembre 2012
mercoledì 12 dicembre 2012
Colorno, palazzo ducale e culatello reale
Nella bassa parmense che degrada vero il Po, ricordi d'adolescente.
Mio nonno Pierino, agrimensore stimato e coraggioso, ha il suo studio all’ingresso del Palazzo ducale di Colorno: la “rocca di Colorno” fu costruita nel 1337 da Azzo da Correggio con lo scopo di difendere l'Oltrepò. Appartenne alle famiglie dei Correggio e dei Terzi e fra il XVI e il XVII secolo fu ristrutturata da Barbara Sanseverino che la trasformò in un palazzo e ne fece la sede di una raffinata corte e di una prestigiosa raccolta di dipinti di Tiziano, Correggio, Mantegna e Raffaello. Passò nel 1612 ai Farnese. Nel 1731 il ducato passò aCarlo III di Borbone, che trasferì a Napoli le collezioni e gli arredi del palazzo. Alla morte di Ferdinando il Ducato di Parma venne annesso alla Francia: il 28 novembre 1807 un decreto di Napoleone lo dichiarò “Palazzo imperiale”. Dopo l'Unità d'Italia il palazzo venne ceduto dai Savoia al Demanio dello Stato italiano, e nel1870 venne acquistato dalla provincia di Parma.
Ho modo di visitarlo solo nel giorno in cui il nonno, ormai
anziano, lascia quell’amato locale, sistemando sul carro dello spesato,
trascinato da un trattore Fiat che all’epoca era un vanto della fattoria, i
faldoni di sammartini, sli strumenti delle misurazioni agruicole e persino un
busto di marmo d’un antico professionista della terra. Ne approfitto per spaziare
nel grande cortile del palazzo, correndo su uno scomodissimo acciottolato o
sulla ghiaia dei vialetti, in percorsi che paiono più adatti agli equini che
agli umani. Ma proseguo fino a scrogere affreschi straordinari attraverso porte
socchiuse e inferriate che segmentano le pitture. Salgo le scalinate lunghe,
una prima rampa e poi una seconda, simmetriche, finché un guardiano mi scaccia
in malo modo. E allora il nonno mi richiama all’ordine, per aiutare il
contadino a caricare il carretto di suppellettili dell’agrimensore. E la fatica
del ragazzino che io sono mi pare una compartecipazione alla fatica di coloro
che costruirono quella bellezza che è il Palazzo ducale, anzi la Reggia ducale.
Ma di reale mi sembra solo il panino col culatello che il nonno ci offre come
compenso per il trasloco!
martedì 4 dicembre 2012
Misurina, come in un sogno
Agosto 1964. Un albergo, un lago dolomitico, le Tre Cime di Lavaredo...
Venivamo da Padola di Cadore, nel Comelico, da una
cinquantina di chilometri di distanza, dove trascorrevamo le nostre vacanze
estive. Il lago di Misurina era un sogno, perché quello specchio d’acqua largo
e incantevole, incastonato tra le montagne ampezzane, mi pareva un pezzo di
cielo disceso in terra, quasi una benedizione per la terra dolomitica. Anche
se tutte le volte che ci eravamo avventurati fin lassù, quasi sempre avevamo
trovato tempo inclemente. Ma aspettavamo che le Tre Cime di Lavaredo
apparissero per un attimo in mezzo alle nuvole, ed ecco che la mia, nostra
gioia era piena. Proprio così, basta poco per gioire. E poi c’intrigava il
Grand Hotel Misurina, che chiudeva il lato meridionale del lago, quello verso il Cristallo, maestoso,
giallo e umido negli intonaci. Avevo fantasticato avventure mirabolanti in
quelle stanze. Finché arrivò il gran giorno, il Conte di Carpegna in persona ci
invitava a pranzo! Incredulità. I genitori ci vestirono a festa, ma non avevamo
granché con cui abbigliarci per una reception.
L’avventura fu in realtà un piccolo inferno: i camerieri, i genitori e gli ospiti
ci controllavano in ogni nostro movimento. Io inciampai per le scale. Mio
fratello Cesco se la fece addosso e la Tatina stette male in auto. Pioveva. Ma
all’uscita, scendendo i pochi gradini del perron,
d’improvviso il cielo lasciò filtrare uno squarcio azzurro che subito fu
riflesso nel lago: le Tre Cime!
martedì 27 novembre 2012
Sutri, etruschi ancora vivi

Nella cittadina laziale si respirano i millenni. Affastellati
Non sappiamo, noi italiani, quante ricchezze siano sparse
sul nostro territorio, ovunque. Pare che l’Unesco abbia calcolato che quasi due
terzi delle opere d’arte esistenti nel mondo abbiano dimora nel nostro
Belpaese. Abbiamo troppe bellezze sul nostro territorio al punto che non
abbiamo il tempo di conoscerle e apprezzarle. Mi capita di pensare a tutto ciò
allorché transito sulla Cassia, tra Roma e Viterbo. Mi fermo per una pausa a
Sutri, borgo che è difficile dire di che epoca sia: basti pensare che, definita
“città antichissima”, conta mura megalitiche sopra le quali sono state
costruite altre mura nel VII secolo a.C. e poi altre ancora nel 310 a.C….
Il centro del borgo, issato su uno sperone di tufo, è
gradevole e accattivante, con le sue fontane e i suoi palazzi ben restaurati,
ma in fondo non è particolarmente originale. Sì, la cattedrale dell’Assunta ha
sembianze tardo barocche, anche se la sua anima è romanica, con una cripta da
urlo, otto navatelle con una miriade di colonnine diverse… Sì, la
“piazza-salotto”, quella del Comune è intima e fraterna, bella ed elegante,
pare un tinello predisposto per cocktail e ricevimenti a tutte le ore. Sì, una torre
medievale, quasi abbandonata, svetta ardita e impertinente. Ma l’interesse di
Sutri, che è posta sulla via Francigena, sta alla base della città,
letteralmente. Sì, perché la base dello sperone tufaceo è traforata dai locali
agricoli, ma anche e soprattutto da un gran quantità di tombe rupestri, dal IV
secolo a.C. in poi.
Ancora più importante è il parco archeologico di Sutri,
appena più in là del paese, attorno ad un secondo sbuffo di roccia porosa, che
ospita non poche sorprese, a cominciare dallo splendido ipogeo della Madonna
del parto e dalla necropoli. È nell’anfiteatro – piove, tira vento e l’umidità
pare trasudare da ogni pietra – che i sentimenti più profondi paiono venire
alla superficie: i gradoni sbozzati dell’anfiteatro a forma ellittica del VI-V
secolo a.C. raccontano una civiltà, quella etrusca, che è morta
anagraficamente, ma che vive nel sangue di questa gente, rimane nella bellezza
della giovane donna che sfiora le pietre del portale d’ingresso, così come
nella vecchiaia dolorosa del vecchietto che vende funghi porcini all’incrocio
per Carbognano.
lunedì 19 novembre 2012
Carbognano, vino e inchiostro
Nella Tuscia alla ricerca dei borghi appollaiati sugli speroni di tufo.
I borghi della Tuscia viterbese hanno il fascino sottile di una natura superba che ricopre col suo mantello la superficie tufacea, tenera, che pare un territorio bombardato: forre, dirupi, falesie, pinnacoli. Carbognano è uno di questi villaggi appollaiati su uno sperone di tufo. Qui anche la storia fece il suo corso: nel Mille dipendeva da Farfa, mentre nel Medioevo fu contesa tra signorotti locali (Anguillara e Di Vito) e lo Stato pontificio. Nel 1962 Pio II concesso il paese al conte Cristoforo di Carbognano. Con Alessandro VI il borgo passò alla bella Giulia Farnese, moglie di Orsino Orsini e amante del pontefice. Con Urbano VIII divenne principato sotto i Colonna.
È una giornata che s’annuncia di tempesta. Ma, come spesso accade nei dintorni di Roma, le previsioni nei fatti vengono smentite. E così la giornata è si movimentata, sì ventosa, sì incerta, ma comunque straordinariamente luminosa. Dopo un girovagare festivo senza meta – fantastica pardita di tempo –, giungiamo in uno dei tanti borghi appollaiati sugli speroni rocciosi della zona, Carbognano appunto. Cerchiamo un ristorante, non se ne trova traccia. Nella piazza della chiesa dedicata a San Pietro apostolo, del XVIII secolo neoclassico, su una parete si scorge uno strano conglomerato che si nrivela composto da pentole d’alluminio affisse al muro, tra rampicanti e fiori, oltre ad una vecchia cassetta della posta rossa: è l’annuncio pubblico dell’esistenza de “La locandina di Bacco“, un piccolo ma delizioso ristorante in cui, sembra, si mangia e si beve in allegria, in compagnia, in simpatia. L’interno appare subito curato, caldo, in qualche modo chic e rustico nel contempo. Ma è al completo. Insistiamo, finché proponiamo al ristoratore – barba bianca, piccolo chignon e una grande affabilità – di prepararci un tavolo all’esterno, sulla terrazza, visto che il tempo appare leggermente più clemente di quanto annunciato; persino il sole pare squarciare l’aria tersa e fresca per scaldare le nostre membra e rianimare cose, persone ed edifici.
Poi è il festival dei sapori e degli odori, semplici,
accompagnati dalla premurosa attenzione dello chef, il signor Mauro, che
suggerisce senza mai imporre, sottolinea senza mai parafrasare. Si comincia con un carpaccio di vitello con funghi porcini
e lonza con pinoli, radicchio e arance, per proseguire con delle gavinelle
(rustiche fettuccine) al ragù di cinghiale e giubilare con una tagliata di
manzo croccante ancora ai funghi porcini, finendo quindi con un dessert che
combina panna, castagne, cioccolata, meringa e crema in una composizione
artisticamente discreta e gustativamente straordinaria. Il vino? Un “Veste
Porpora” della Tenuta Ronci di Nepi, un Igp di 13 gradi e mezzo: un nettare «del
color della porpora – leggo –, con sentori di frutti rossi e di spezie. Al
gusto è morbido, rotondo con tannini fusi che conferiscono una lunga
persistenza». L’apoteosi è una goccia di grappa bianca e morbida, di
Sangiovese, versata nella tazzina del caffè ormai consumato. Poi si vive di
ricordi e di retrogusti tornando docilmente verso casa, osservando il verde
fresco e bagnato della Tuscia fuori dai finestrini. Qualcosa di simile alla
pacificazione, se non alla pace.
martedì 13 novembre 2012
Moní Aretíou, l’oasi in mezzo al fuoco
Viaggio a Creta/4 - Le sorprese del "fuori pista", fuori cioè dai circuiti battuti dal turismo.
Creta
orientale. Dopo una commovente visita all’isola-lebbrosario di Spinalónga, risalgo con
la mia piccola auto dalle gomme lisce la montagna alle spalle del borgo marino
di Pláka, mentre un vero fortunale si abbatte sulla regione. Gli ulivi
si tingono di verde cupo più che d’argento, battuti come sono dalle violente
raffiche di vento che fanno sbandare la fragile scatola di latta che mi sta
portando verso Occidente. Qua e là appaiono gli scheletri di quelli che furono
mulini a vento, mentre sullo sfondo delle onde marine imbiancate si mostrano le
silhouette dei mulini a vento del XXI secolo, le pale eoliche che generano
elettricità a basso costo economico, ma con un forte impatto ambientale. Sono
brutte!
D’improvviso
il sole squarcia le nubi, che pure permangono una minaccia, creando un infinito
luccichio che rende gli ulivi d’argento, l’erba un manto di velluto zigrinato,
i muretti di sassi un supporto ocra alla creazione. Finché non giungo verso la
sommità della montagna, in una zona colpita la scorsa estate da gravissimi
incendi, di cui ancora si parla nella zona. Avanzo, tornante dopo tornante, in
una sorta d’inferno dantesco che, illuminato dalla luce tersa dopo la pioggia,
accentua ulteriormente la potenza di morte della scena: il nero appare ancora
più oscuro, gli scheletri degli alberi e degli arbusti paiono mani bruciate che
gridano la loro rabbia al sole.
Dopo
aver scollinato, mi par di scorgere qualche tornante più in basso un ciuffo di
verzura che brilla di luce propria. M’avvicino, è il monastero di Moní Aretíou,
un piccolo cenotafio nel quale vivono un paio di monaci anziani. Entro, il
cancelletto di legno è aperto. Non c’è anima viva, ma ogni cosa sembra
vivissima, ravvivata dalla luce del sole cristallina sullo sfondo blu e nero
del cielo. Le due cappelle, una più piccola e intimamente semplice, l’altra più
grande e più ricca, raccontano le orazioni e le lotte interiori dei monaci, le
preci di tanti pellegrini saliti quassù a firmare un compromesso con la
provvidenza divina. Mentre il rigoglioso e coloratissimo giardino che separa le
due chiese dagli altri edifici del monastero racconta la pace raggiunta e la
fecondità dello Spirito. In un angolo della corte principale noto un pozzo,
alla cui acqua si abbeverano i monaci e anche le piante. Un secchio è appeso
alla carrucola di ferro, arrugginito ad arte. Mi trattengo a pregare il Dio
dell’intimità inginocchiato su un banco nella cappellina di Santa Barbara e il
Dio della creazione seduto su una panchina nel cortile. Poi riprendo la via
della valle, senza incontrare anima viva.
A
valle, nel paesino di Karídi, un gioiellino di tradizionale habitat rurale
cretese, sorbisco un caffè in un locale spoglio, mentre fuori ha ripreso a piovere.
Il gestore mi chiede da dove venga. Gli rispondo: «Dal paradiso terrestre di
Moní Aretíou». Al che mi sorride orgoglioso: «Quest’estate l’abbiamo salvato
dalla distruzione del fuoco, noi cittadini di questo borgo. Siamo molto devoti
a Maria per averci dato la grazia di non perdere il nostro gioiello. Ma grazie
anche al creatore che ha portato l’acqua fin lassù: senza il pozzo, l’unico
dell’intera montagna, quest’oggi di Moní Aretíou resterebbe solo un mucchio di
pietre annerite».
mercoledì 7 novembre 2012
Cnosso, il vero e il falso
Viaggio a Creta/3 - Il sito archeologico più noto dell'isola cela la diatriba tra diversi tipi di restauri.
Che sia il
luogo principe della grande tradizione minoica nessuno lo nega, come il fatto
che le rovine scoperte prima dal greco Minos Kalokairinos (1878) e poi
dall’inglese Arthur Evans (1894) siano assolutamente le più importanti e le più
vaste dell’intera isola di Creta. Un giro dalle parti di Cnosso è ineludibile
in una pur breve scappata nell’isola di Creta. Pochissimi altri luoghi al mondo
possono riportare indietro nel tempo così lontano e con altrettanta forza di
convincimento storico: risalire ad una civiltà affermata ed evoluta come quella
minoica, duemila anni prima di Cristo, cioè quattro millenni addietro, è
operazione altamente ardita, ma straordinaria. Ardita, perché quanto è stato
finora ipotizzato sulla civiltà minoica è tanto fantastico quanto leggendario.
Straordinaria, perché si respira la Grande Storia a Cnosso. Il palazzo sorge
nelle alture di Kefala e nella valle di Kairatos, a due passi dall’attuale
capitale Iráklio:
il mito del Minotauro (sacerdote con un elmo a forma di toro) e del labirinto
in cui fu ucciso da Teseo viene ambientato proprio qui. Del re Minosse, non c’è
traccia sicura!
C’è folla a
Cnosso, viene dal mondo intero a vedere quanto sembra aver già visto sui propri
computer. I giapponesi, in gruppi fastidiosissimi perché simili a muri umani
lunghi e impenetrabili – guai a cercare di attraversarli, si viene malamente
espulsi da quei cannoni che sono gli obiettivi delle macchinette fotografiche e
dalle quelle lance che sono i cavalletti! –, seguono sugli schermi dei loro
aggeggi elettronici quello che vedono, in una furia enciclopedica che lascia
senza fiato. Chissà cosa mai resterà nel loro immaginario dopo questa visita:
probabilmente i “falsi” eretti dall’altra furia, quella restauratrice e
ricostruttrice di Mr. Evans. Colonne dipinte di rosso pompeiano, affreschi di
delfini guizzanti appena immaginabili negli originali ritrovati, architravi in
cemento armato che probabilmente erano lignei in origine. Resterà nella loro
memoria quel che forse meno riporta con fedeltà l’originale minoico, assieme
alla leggenda di Minosse che qui avrebbe esercitato il suo straordinario
potere, dominando l’intera isola di Creta e partendo alla conquista di altri
territori.
Vago come
tramortito tra le rovine di Cnosso slalomando tra i turisti singoli e quelli in
comitiva, sperando di riuscire a scattare qualche foto senza traccia di umano,
se non accessoria, funzionale all’immagine e non intrusa accidentalmente. Gli
inserti posticci, opera della fantasia di Mr. Evans mi lasciano interdetto,
perché hanno una loro bellezza, una loro armonia estetica, pur essendo pugni
nello stomaco per chi cerca in qualche modo di capire la verità storica di quel
che succedeva quattromila anni fa. Cercando nelle rovine abbandonate senza
restauri il seme della verità, o perlomeno il suo simulacro, se non il suo
sogno. Ed è già straordinario quanto si ricava dalle comunque imponenti tracce
del Palazzo di Cnosso, eccezionale esposizione di potenza di millenni addietro:
basti pensare alle lunghe file di locali del Palazzo protopalaziale (2100-1700
a.C.), alle tracce del periodo prepalaziale (terzo millennio a.C.), o alle ben
più cospicue costruzioni del periodo neopalaziale (1700-1450 a.C.). Cortili,
verande, peristili, scale, sale del trono, mégaron, stanze da bagno, magazzini…
Mi colpisce in particolare una lunga e stretta scala che dà sul nulla della
collina: ecco l’esempio calzante di quel che deve essere un restauro, lasciare
che l’immaginazione ricostruisca il palazzo cui si accedeva attraverso quella
scala…
Esco dal sito
riconciliato nello spirito e nella mente da due scalinate assolutamente fantastiche
nella loro irregolarità, e tuttavia immaginifiche, funzionali come nessun altra
alla vista del Palazzo di Cnosso: probabilmente costituivano parte del teatro
del Palazzo prepalaziale… E mi dico che i giapponesi che, come il sottoscritto,
hanno pagato quattro euro per entrare nel complesso archeologico non avrebbero
capito nulla della civiltà minoica guardando queste scale straordinarie.
Probabilmente avrebbero suscitato il loro solo un basso istinto di rendere il
tutto simmetrico e perfetto nel restauro. Almeno con l’opera di Mr. Evans
qualcosa conserveranno di questo luogo e della sua memoria. Onore a Mr. Evans,
dunque, soprattutto epr non aver voluto toccare le “mie” due scalinate del
teatro, a cui si accede dall’ingresso della Strada delle processioni,
magnificamente lastricata! Un sentito ringraziamento.
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