mercoledì 11 luglio 2012

Pieve di Marebbe, la costa bella


Bassa Val Badia/3 - Passando dalla Val Pusteria alla Val Badia, viaggiando su una strada aerea
 
Brunico è la morte della Val Badia e la vita della Val Pusteria. Lo sanno tutti i ladini, lassù la loro civiltà si eclissa nella potenza austro-ungarica, nell’universo germanofono che tanta attrattiva ha avuto ed ha per i ladini, ma che appare sempre più come radicalmente diverso dal loro modo di vivere.
Una transizione che va vissuta lungo un itinerario di una ventina di chilometri, tra San Lorenzo e Pieve di Marebbe, un paesino issato sopra San Vigilio, a dimostrazione che le vedette, le sentinelle hanno una loro funzione. Una strada tutta in costa, che passa per il santuario di Maria Saalen, una cappella in cui si venera una riproduzione della Madonna di Loreto. Poi la carreggiata s’inoltra nel bosco, un bosco di larici e abeti alteri e possenti, ma con un che di gentile nella luce che filtra attraverso i rami. Ci s’imbatte in taverne e malghe, mulini e masi, mentre la valle che unisce Brunico a Longega – oggi percorribile in pochi minuti grazie ai quattro nuovissimi tunnel che hanno risolto l’annoso problema delle frane –, scorre in contro basso come un budello oscuro e vagamente infernale. Di tanto in tanto appare una breve radura, una fattoria, gente al lavoro nei campi.
Finché si sbuca nella luce dei prati, i vasti e scoscesi prati di Marebbe, dove pare che il verde intenso dell’erba esista solo per evidenziare quelle poche costruzioni che ne interrompono l’uniformità sempre diversa. Il cielo è percorso da nuvole di mille forme e strutture, tanto che il sole gioca a nascondino con i diversi verdi che dipingono il paesaggio, divertendosi a scompaginarne la tavolozza armonica. La pioggia scende d’improvviso, come un’onda e come un abbraccio, evidenziando ora un campanile ora un grumo di masi di legno scuro, ora un boschetto ora un rigagnolo. Dalle nuvole, ad un certo punto, spuntano solo tre campanili, una metafora della fede, anche dei ladini che hanno saputo far crescere santi come Freinademetz, missionario verbita in Cina, un grande dell’inculturazione.
Finche non appare un borgo più grande degli altri, dominato da una geometria originale e poco consueta: una grande casa bianca con un enorme tetto spiovente, molto spiovente, e una pieve, appunto, decorata nel consueto stile barocco teutonico e sormontata da un campanile grazioso dalle tegole rosse. E tutt’attorno un grumo di abitazioni, molte delle quali paiono avere non pochi anni sulle spalle.
Pieve di Marebbe starebbe bene nella lista dei “borghi d’Italia” da proteggere, perché sono questi abitati che non devono essere abbandonati. Come fa il vecchio prevosto che celebra la messa seduto, perché sofferente…

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