mercoledì 24 febbraio 2010

Padova, 200 mila al Santo


Folle immense nella prima settimana di esposizione delle reliquie di Sant'Antonio. Nel cuore d'una città intima e ricca, giovane e dinamica. Appunti scritti nel 2007.

Le città della propria infanzia corrono il rischio, per il nomade incallito, di venire classificate sugli scaffali dell’anima, sotto la categoria dell’oblio: la-conosco-perfettamente. Il che significa esattamente il contrario: credo di conoscerla, di amarla e di conservarla nel più profondo del mio cuore, ma in realtà ne vezzeggo solo gli odori e i sapori della casa della nonna, la nebbia di un canale di periferia, l’oscurità inquietante della basilica del Santo, il sole invernale d’un prato e d’una valle. Sì, certo, anche tali emozioni infantili contribuiscono a spiegare un luogo e un luogo in un’epoca, ma talvolta ne determinano anche il definitivo oblio.

Così rischiava di essere la “mia” Padova, città materna, per il mio istinto nomade e viaggiatore insieme. L’avevo sempre eletta “mia” città, più di quella paterna, ma nell’immaginario piuttosto che nella realtà. Complice un dentista amico, tra una tortura e l’altra, ecco che la primavera mi svela le meraviglie di una città sospesa tra pubblico e privato, tra sacro e profano, tra giovinezza e vecchiaia. Una città di contrasti e pacificazioni, provocate dalla semplice bellezza del suo abitato medievale, della sua storia e della sua gente. Perché no.

In quattro giorni di passione dentaria e di elevazione spirituale, non uso mezzi di trasporto d’alcun genere. Solo i miei piedi, fantastico! M’abituo al rumore dei passi sul selciato di pietra che ancora resiste in quasi tutto il centro città al levigato (e banale) bitume che tutto rende accessibile (e banale). Ora la pietra è lastricato, ora è acciottolato, ora marmo inciso o intarsiato, tradendo i secoli levigati e politi, opera d’artista collettiva, preservazione della traccia, del passaggio, del viaggiare o del deambulare. Non immaginavo che in una città ci potessero essere tanti diversi tipi di selciato.

Anche quelli che guidano a uno dei massimi gioielli universali dell’arte medievale, quella Cappella degli Scrovegni che giace isolata nei giardini tra Bacchiglione ed Eremitani, privata dapprima delle mura di protezione, poi dell’antistante portico, quindi dell’intonaco ed infine addirittura del contiguo Palazzo degli Scrovegni, ormai giunti al XIX secolo. Tutte ablazioni che ne misero in forse la stabilità e finanche la sopravvivenza stessa. Ma quest’oggi, nell’ammirare la cappella così nuda ed essenziale, nella sua veste di mattoni rossi appena ingentilita da qualche candido fregio, mi viene da ringraziare il genio della Storia che accavalla e sovrappone tempo ed avvenimenti, traendone bellezze senza uguali, inimmaginabili da mente umana.

Sta lì, la cappella voluta dagli Scrovegni, usurai rimasti scolpiti nella storia solo per questo gioiello d’arte, o quasi. Sta lì protetta dagli ingegneri e dai tecnici della deumidificazione come fosse un bambinello cui evitare ogni minimo mutamento di temperatura: un raffreddore può essergli letale, e questa volta senza appello alcuno. Sta lì in attesa dei 25 eletti che per quindici minuti, anzi tredici, possono levare lo sguardo al cielo dipinto di blu e, per l’alchimia dell’arte, trovare al di là delle tinture e delle colle, il cielo-cielo, dove non occorre toccare il reale per sentirsi reale.

Tredici minuti possono solo rivestire un significato d’inventario, o d’anagrafe se lo si preferisce, il tempo di ricordare quel che i dipinti del Giotto reduce dai cicli di Assisi rappresentano nelle forme e nei colori. Il ciclo di Maria, quello di Gesù, quello della passione. E il giudizio, e i vizi e le virtù e le figurine asimmetriche e le decorazioni floreali e i finti marmi, i medaglioni dei santi e dei profeti. «Dlindlon, si esce!». Non è possibile, la contrazione del tempo è provata. Così come l’esistenza della Provvidenza che s’è oggi rivestita dei panni del custode: un acquirente dei biglietti del successivo quarto d’ora si dev’essere inginocchiato dinanzi ad una delle tante bellezze della città. Non più 25, ma 24 sono i presenti alle cinque e un quarto. Il custode mi strizza l’occhio, e mi suggerisce di non uscire… E allora ecco che il tempo si inverte, e da contratto e sincopato che era si trasforma in un’eternità senza confini umani, sommerso nell’incanto di un paradiso cromatico che non ne vuole sapere di ricondurre lo sguardo alla realtà rappresentata.

Complice forse il blu che solo Giotto e la sua bottega sapevano impastare, la deambulazione non avviene più nella sottile striscia moquettata al centro dell’unica navata, ma in alto, saliti i tre “gradoni” dei cicli affrescati. Di cielo in cielo, nelle allegorie della gloria ma anche in quelle della sconfitta, della morte, dell’inferno. Giotto sembra aver intuito, da laico-laico qual era, qualcosa dell’alchimia della morte del Cristo, della teologia ribaltata del Dio-morto-in-croce, scandalo per i giudei e per i pagani. Non a caso, da qualunque lato io guardi alla cappella policroma, lo sguardo cade lì, sul riquadro affrescato della crocifissione. Cruda e bella. È lì il segreto della bellezza che nasce dalla morte e che è a sua volta nascita, in un ciclo che riesce a spezzare le catene delle tenebre in terra.

Ed è proprio questa lettura della crocifissione che apre le porte all’interpretazione del senso ultimo dell’intera Patavium. Le piazze – Erbe, Frutta, Signori e Prato della Valle –, le chiese – Santo, Sofia, Duomo, Giustina – e i palazzi – Ragione, Signori, Comune – dicono l’armonioso convivere di sacro e profano, grazie alla bellezza dei secoli rispettati e rispettosi. Perché la laicità si fonda sulla coscienza della libertà civile, mentre la sfera del sacro sa che il suo limite è nella libertà religiosa. Quando le due libertà si federano grazie alla bellezza, ecco che la lezione di Giotto – la passeggiata” celeste fatta su questa Terra – prende corpo e forma e sostanza.

E allora non è blasfemia ripensare a Giotto e pregare la Bellezza seduto ad un tavolino di uno dei caffè più prestigiosi – e belli e laici – al mondo, il Pedrocchi.

martedì 23 febbraio 2010

Turchia, ennesimo golpe dell'esercito?


Arrestati decine di alti gradi militari per un tentativo di golpe. Lo ha annunciato il premier Erdogan a Madrid. La laicità dei militari si scontrerebbe contro la religiosità del governo. Laicità che trova le sue origini nel padre della patria, Ataturk. Visita (2006) al palazzo di Dolmabahçe, dove visse e morì.

Il palazzo di Dolmabahçe, costruito appena nel XIX secolo, è legato ai ricordi degli ultimissimi sultani, fino a colui che ha cercato di riscattarne la memoria, l’orgoglio dell’impero schiacciato dalle potenze europee, i nemici-amici di sempre: Atatürk, il padre della patria di oggi, quella laica e filoccidentale, che ha abbandonato l’alfabeto arabo per sposare quello latino, che ha scelto la domenica come giorno di festa, che ha relegato la religione ai margini della vita sociale (almeno tale era il suo progetto), che beveva vino e andava a donne.

Un’ora di tappeti e tendaggi e quadri e maioliche e decorazioni e harem e hammam e salotti e parquet… Di scalinate imperiali ampie e avvolgenti, le cui balaustre sono di cristallo! Unica costante nella visita: il Bosforo che, oltre le finestre e i cancelli bianchi, pare una sicurezza e una minaccia. Da lì giunse la fine dei sultani, non dalla terra, come invece si temeva.

lunedì 22 febbraio 2010

Meknès, dove il minareto è crollato


Crolla il minareto della moschea Lalla Khenata in una delle quattro cittòà imperiali del Marocco. Decine di morti, caos e distruzione. Una breve visita nell'estate del 2004.

Dopo la costa ci avviamo verso l’interno, dove il sole impietoso non è più temperato dalle brezze marine. Con una certa sorpresa, però, la regione appare più verde di quanto non si possa immaginare, per via di un’agricoltura assai sviluppata e di piogge invernali assai consistenti per la regione. E poi ci sono i fiumi che scendono dall’Atlas... Si attraversa persino una vastissima foresta, 850 mila ettari di alberi da sughero e di eucalipti. Vi si raccolgono pure ottimi tartufi, che costano solo un centesimo dei loro confratelli d’Alba o d’Umbria. Poi viene il turno di spesse siepi di fichi d’India, addirittura veri e propri muri alti quattro o cinque metri, e di olivi. Il resto è desolazione. Solo, qua e là, spuntano uno dei tre altri alberi sacri dell’Islam, oltre all’olivo: la palma, il melograno e il fico.

A Meknes qualche gioiello lo strappiamo alla calura sempre impietosa. La piazza el-Hedim e la porta Bab el-Mansour, ingresso monumentale alla medina vecchia e alla kasbah, un raccordo di spazio vuoto, dopo l’affastellamento dei corpi e delle cose di quei quartieri incredibilmente stipati. Lo spazio aperto, anche all’Islam è essenziale, anche se talvolta parrebbe il contrario... La bellissima Bab el-Mansour, la porta del rinnegato vittorioso, è un arco trionfale costruito... da un architetto cristiano!

Impressionanti sono gli spazi coperti a volta della Dar el-Ma, la casa dell’acqua, in cui in quindici diversi locali veniva pescato l’elemento più prezioso al mondo dalle vene sotterranee, grazie a ingegnosi argani assai ben progettati. Qui il buio e la frescura dominano, interrotti solo da piccole feritoie che quasi in ogni locale si aprono sulle volte, lasciando filtrare lame di luce di bellezza misteriosa.

E poi le attigue scuderie, le Heri es-Souani, i cui soffitti sono crollati nei terremoti che hanno colpito queste terre il secolo scorso. Spazi preda del verde parassita e della prospettiva, che permettono di scattare foto da brivido.

Per il rotto della cuffia riusciamo poi a visitare quello che viene considerato il luogo più sacro della città imperiale, e cioè il mausoleo di Moulay Ismail, del XVII secolo, nel quale è sepolto l’autore delle meraviglie testé descritte, in un palazzo cesellato come un gioiello, bello e pulito, fresco e gioioso.

venerdì 19 febbraio 2010

Il monaco tibetano che guarda le montagne


Obama riceve il Dalai Lama, che esce da una porta secondaria, dove scaricano le immondizie. Riporto le note di un incontro con un monaco tibetano nel monastero di Jokhang (dicembre 2006).

Dal cortile interno parte pure una ripida scaletta decorata in ogni suo elemento – anche i mancorrenti indispensabili per la salita e, soprattutto per la discesa – di rosso, verde e giallo, esclusivamente lignee. Attraverso di esse si accede dapprima alla terrazza del primo livello, quello delle abitazioni dei monaci – un palazzo dipinto d’arancio indica il luogo dove abita il priore –, e poi al secondo livello, quello che non ha altra funzione se non quella di aprire lo sguardo sull’infinito del Cielo e sul finito circonchiuso delle sue montagne, cioè della città di Lhasa.

Decorazioni dorate – toccante è quella centrale, che rappresenta i raggi della ruota della legge, con gli otto sentieri dell’illuminazione buddhista, sorvegliati e riveriti da due cerbiatti accucciati – si stagliano sull’azzurro intenso del cielo baciate da un sole da urlo, e indicano l’imponente Palazzo di Potala sovrastano l’abitato regolare della città, purtroppo ormai vulnerabilissima al cemento e alle sue brutture consumiste. Un gruppo di fedeli, guidate da un monaco, sfilacciano tessuti per farne preghiere votive, con le loro facce paffute e spesso ricoperte di burro di yak essiccato, per proteggerle dalla violenta potenza dei raggi solari a quest’altezza di 3600 metri. Una monaca spazza il terrazzo come se stesse mostrando al mondo come ci si avvicina all’eterno.

Un giovane monaco guarda tutt’attorno a sé la cinta di montagne brune che proteggono Lhasa, ma che nel contempo la minacciano. Sanghe, trent’anni, è in questo monastero da 18 anni. S’è fatto servitore del Buddha «per semplice amore della fede». In un inglese appena comprensibile, mi spiega come la religione dei tibetani sia «indistruttibile perché nessuna potenza, nessun dittatore potrà mai impedire loro il rito e la venerazione».

I monaci sono tanti, non solo quelli che prestano servizio al monastero, un centinaio o poco più, ma anche quelli che vengono in pellegrinaggio a Jokhang. Le residenze dei monaci, apparentemente aperte, s’agglutinano ai lati di lunghi corridoi coloratissimi, attorno a portici e cortili, nascosti in anfratti improvvisi; vagando in questo dedalo, si può facilmente incontrare il sorriso d’un monaco, molto spesso bisognoso di un passaggio dal dentista (magari non quello che troverò più tardi poco distante dal tempio, dove ognuno sceglie in una vetrina di più che dubbia sterilità il suo dente preferito, che un uomo solerte provvede a installare, senza anestesia e senza disinfettanti).

giovedì 18 febbraio 2010

Patagonia asfaltata


Altri 127 chilometri di strada nazionale 40 ricoperte di bitume nella regione più a sud dell'Argentina, attorno a El Calafate, cebntro turistico alle prote del grande parco nazionale de Los Glaciares. Nel prossimo numero di "Città Nuova" reportage sulla Patagonia. In questo blog, invece, qualche nota sulla città di El Calafate stessa (Capodanno 2009).

Vento ovunque e comunque, difficile persino restare in piedi. I piloti sono provetti e conducono l’MD-83, vecchio e decrepito ma sempre forte, al di là delle perturbazioni meteorologiche. L’unica compagnia gradevole nella discesa a picco (qui in Argentina i piloti scendono in 15 minuti, contro i 25 dell’Italia) è la striscia sempre più evidente del celestissimo Lago Argentino. Per uno strano riflesso del sole che non mi spiego, oltre che per l’effetto dei venti impetuosi che spirano, pare un’enorme bandiera argentina, con l’azzurro solcato al centro da una bianca striscia di onde e vento. L’aeroporto è nel deserto.

El Calafate, cioè il nulla creato per turisti e andinisti che vogliono salire sui grandi ghiacciai del Perito Moreno, dell’Upsala, dello Spegazzini o di uno delle altre decine di lingue di ghiaccio minori. Nel deserto quasi imbarazzante della pampa patagonica più brulla – qui è così lontana l’incantevole bellezza della Terra del fuoco – portano alla straordinaria bellezza di immensi ghiacciai che non vogliono sapere di starsene fermi e tantomeno di regredire – pazzo mondo quello della meteorologia! –, ma se la godono un mondo a tuffarsi nei due laghi con boati assordanti e improvvisi. Uno degli spettacoli più affascinanti al mondo, dicono.

Ebbene, El Calafate non è nulla di tutto ciò. O meglio, approfitta di tutto ciò per far soldi che finiscono in gran parte nelle tasche della famiglia Kirschner, guarda caso la coppia più famosa e chiacchierata d’Argentina, l’ex-presidente e la presidenta, che vengono da queste parti, precisamente da Santa Cruz, che hanno saputo conquistare Buenos Aires e che hanno trasferito la loro residenza proprio a El Calafate. Insomma, della cittadina si può dire solo che è francamente brutta, brulla, kitsch, inutile, degradante, consumistica. Ha persino un casinò, famoso perché spilla con arte gruzzoli di soldi alla povera gente, ai turisti meno benestanti. E poi più banche che scuole, più drug store che panaderia. Ma ha i grandi ghiacciai e le vaste estencia e i cerro che paiono solo sassi. E questo basta a giustificarne l’esistenza.

mercoledì 17 febbraio 2010

Libia, dove si conserva la memoria del colonialismo italiano


Mentre s'infiammano le relazioni tra Europa e Gheddafi per la "lista di indesiderabili" emessa dalla Confederazione elvetica, racconti di una visita (2007) al "Libian Jihad Center for Historical Studies" di Tripoli, il luogo della conservazione dei documenti della presenza militare italiana nel Paese. Un esame di coscienza e una serie di domande.

L’ultimo atto della mia visita a Tripoli e dintorni avviene in un centro governativo assai interessante, deputato alla conservazione della memoria storica della Libia, in particolare di quel periodo coloniale che appare di assai difficile interpretazione se ci si basa solo sulla reazione della gente. Da una parte, infatti, appare evidente come la colonizzazione italiana sia stata una semplice colonizzazione, punto e basta, violenta e certamente inibitoria della cultura locale. Ma nel contempo i libici manifestano assai raramente un qualche astio nei confronti di noi italiani, certamente meno di quanto non ne manifestino verso altri popoli europei o verso gli statunitensi.

Nella sede assai dignitosa e per certi versi anche ricca del centro, lavorano alcune centinaia di persone per mantenere vivo il ricordo del passato. È gente attenta e semplice, sorridente e in ogni caso, accogliente. Qui spesso e volentieri vengono degli studiosi italiani per effettuare delle ricerche storiche in archivi che paiono ben tenuti, anche se l’informatica deve ancora soppiantare i microfilm e le schede perforate. Ma già si sta operando per la modernizzazione dei depositi di libri, foto e registrazioni.

A capo dell’istituto storico c’è un personaggio dalla rara cultura e dalla semplicità contagiosa nei rapporti: è il prof. Mohammed T. Jerary. È gentilissimo, e risponde ad ogni domanda con una parlantina fluidissima, ricca di sorprese e di contrappunti. Tutti dicono che il professore abbia il rango d’un ministro della cultura. Sembra averne la stoffa, anche se si schermisce di continuo. In poche parole riesce a descrivermi il lavoro del centro da lui diretto: preservare la cultura libica. E ciò grazie a una libreria di 250 mila volumi, a un deposito di un milione di documenti (libri e documenti sono di varie lingue), grazie a 600 volumi pubblicati, a 100 mila foto raccolte in tutta la Libia, a 5 mila manoscritti alcuni di grande valore. I collegamenti con le università locali ed europee sono quotidiani, così come le decine di congressi che vengono organizzati ogni anno dal centro. Al centro dell’interesse degli studiosi e degli impiegati del centro c’è ovviamente il periodo coloniale e la seconda guerra mondiale, fino al 1943. Unica lamentela: la scarsa collaborazione del governo italiano e anche di alcune istituzioni universitarie di casa nostra.

«Abbiamo bisogno degli italiani – mi spiega –, anche perché in termini umani siamo molto vicini. Il colonialismo è stato un periodo duro, e gli italiani non sono stati molto meglio degli inglesi o dei francesi. Ma sentiamo che siamo a voi più vicini che ad altri popoli europei» Una premessa incoraggiante: «In ogni religione – prosegue – ci sono estremisti e gente normale. La religione è qualcosa di cui avere cura nella vita umana, senza però farla interferire con il sistema politico. Così noi libici musulmani non abbiamo nulla contro i cristiani, coi quali abbiamo tante cose in comune: emozioni, pensiero, odio e amore. La difficoltà viene da una parte dal fatto che troppo spesso si sente dire che non siamo diversi, che siamo uguali, cancellando così le diversità; ma dall’altra sentiamo troppo spesso dire che siamo diversissimi, e che nulla ci unisce. Come sempre serve equilibrio. Dobbiamo metterci lealmente gli uni di fronte agli altri, e scopriremo che quello che ci unisce è più vasto di quello che ci divide. Io vado alla moschea e tu in chiesa, ma possiamo capirci, vivere insieme, apprezzarci, amarci, prendere il caffè insieme…».

Prosegue il prof. Jerary: «A lungo termine non possiamo che ipotizzare la convivenza tra i popoli e le religioni. Siamo in certo modo condannati a vivere insieme. È quindi logico e lungimirante cercare di capirci e penetrare nel pensiero dell’altro. Ci sono eredità pesanti che non possono essere dimenticate, ma bisogna riuscire nello stesso tempo a non farci schiacciare da esse».

Poi concentra lo sguardo sulla situazione politica palestinese: «Risolto il problema politico dello Stato palestinese, tante cose andranno a posto, e terroristi e fondamentalisti diventeranno sempre più una residua minoranza. I palestinesi però stanno soffrendo troppo, sono trattati come cani. Gli ebrei, ovviamente, sono come noi esseri umani, e quindi non posso e non devo odiarli. Ma bisogna riuscire a trovare una soluzione per ridare ai palestinesi libertà, terra, dignità. Siamo tutti uguali».

Passiamo poi alla questione libica: «La Libia ha un ruolo importante da giocare nell’aprire le mentalità della gente araba, sia dal punto di vista religioso che umano. Il velo obbligatorio, ad esempio, non è accettabile, non ha riscontri scritturistici definitivi. Sono d’accordo con questa tesi. Ma nello stesso tempo non si può ridurre la libertà a liberalismo, politico, filosofico o economico. Abbiamo bisogno della libertà, che è fatta di cultura e di religione. Il governo libico sta facendo grandi sforzi per mostrare che l’Islam è qualcosa di razionale e umano, e non è quello che si dice in troppi Paesi occidentali, cioè arretrato e irrazionale. Il ruolo della Libia è intellettuale e umano nello stesso tempo».

martedì 16 febbraio 2010

Ancora sui montagnard del Vietnam


Ho ricevuto la seguente lettera: «Gent.mo Sig. Michele, ho letto e riletto il suo articolo sui montagnard del Vietnam e mi sono emozionata perchè i miei due bambini vengono proprio da quella zona, precisamente dall'orfanotrofio che sta in campagna, più lontano dalla bellissima chiesa di legno scuro. Voglio ringraziarla di cuore per le emozioni che ha risvegliato in me descrivendo queste zone e questa gente così fiera e dignitosa nella loro povertà materiale. Cordialmente, Elena».

Gentile signora Elena, oggi pubblico una foto di quel piccolo orfanotrofio, dove il cuore mi si è spezzato, per i tanti bambini e le tante bambine, anche non più piccolissimi, che mi prendevano la mano dicendomi «Portami con te».

Ecco quanto ho scritto nel mio diario di viaggio, solo parzialmente pubblicato nell'articolo: «Le suorine, anch’esse montagnard, che non hanno mai un cedimento, nonostante la loro proverbiale ignoranza; i volontari europei che vengono a dare una mano, per evitare il grigiume di vacanze noiose e con la prospettiva di sentirsi almeno un po’ utili agli altri; il cibo minimale, un po’ di riso un po’ d’insalata un po’ di pesce secco; le preghiere obbligatorie recitate in coro, ad alta voce; l’estrema povertà, pur tuttavia degna, dell’abbigliamento; gli sguardi dei piccoli, struggenti, in cerca di una mano di padre o di madre, quasi spinti da un istinto ancestrale, insopprimibile, di cercare la forza paterna o la dolcezza materna; i cori intonati dai bambini per il sottoscritto che si sente un piccolo vascello sbattuto dai marosi dei sentimenti…».