martedì 29 settembre 2009

Manila sott'acqua a mani aperte

140 morti almeno nelle Filippine per l'inondazione susseguente al passaggio di Ketsana, terribile tempesta tropicale. Danni e allagamenti anche a Bukas Palad, baraccopoli della capitale Manila che ho visitato nel 2006. Reportage.

Bukas Palad, un nome che ormai tanti hanno cominciato a conoscere. Ultima a citare questa esperienza sociale promossa dai Focolari a Manila – ma con “filiazioni” anche a Tagaytay, a Cebu e a Davao –, è stata Raffaella Carrà, che ha voluto inserire questo progetto nel suo programma “Amore”. Così le adozioni a distanza sono state incrementate di 500 unità, che si aggiungono alle 880 già accese. Bukas Palad vuol dire “a mani aperte”. Ha 23 anni di attività alle spalle, in un quartiere poverissimo della capitale filippina, incastonato tra l’avveniristica Makati e le ville residenziali di tanti ricchi del paese. Una formula fortunata, perché ha permesso di coniugare l’arte di amare dei Focolari con il lavoro per la giustizia e per la libertà. Entro in un piccolo cortile dove un gruppo vociante di bambini sta scrivendo letterine ai genitori adottivi, sotto lo sguardo di alcuni educatori. Mamme e papà stanno aspettando il loro turno per ritirare degli aiuti. Mi presentano due fratellini – una bambina e un bambino – che la giornalista Rai inviata a riprendere l’esperienza di Bukas Palad ha voluto adottare. Sono bellissimi nella loro umanità ferita, figlia della morte (della madre) e dell’alcolismo (del padre).

La storia di Bukas Palad trova la sua origine in un appello che, appunto 23 anni fa, Chiara Lubich lanciò ai giovani del movimento: «Bisogna morire per la propria gente». Così alcuni giovani di Manila, accortisi per la prima volta che accanto a loro c’erano i poveri-tra-i-più-poveri, hanno cominciato con un doposcuola, con qualche pasto, con la riparazione di qualche baracca. Una famiglia ha offerto l’edificio che sto visitando, ora minacciato dai costruttori di grattacieli che vorrebbero cacciare dalla città tutti questi inutili poveri… Per contrastarli, si sta cercando di acquisire le terre circostanti, e così scongiurare una fine ancor più ingloriosa per le tremila persone che possono essere definite “abitanti” di Bukas Palad. Marvi … è una delle principali animatrici del centro. Per lavorarvi ha lasciato un buon lavoro all’università. «Ben presto ci siamo accorti – mi racconta – della necessità non solo di aiutare i bambini che venivano da noi, ma di risalire alle famiglie, perché altrimenti i nostri sforzi sarebbero irrimediabilmente naufragati, vanificando l’opera di risanamento umano dell’ambiente. Ad esempio, se una bambina viene da noi e si scopre che è tubercolosa, evidentemente non basta curarla, se non si cura anche il resto del nucleo familiare. È un’azione globale di risanamento, quella che intraprendiamo, che giunge fino a realizzare un progetto di housing, destinato a fornire delle vere case alla gente che a Bukas Palad cerca di emergere dal fango. Letteralmente dal fango. Per questo ora qui lavorano 77 persone, più decine di altri volontari saltuari. A capo dei singoli programmi, ora ci sono persone che sono state beneficiate da Bukas Palad, che perciò sanno meglio di chiunque altro che cosa bisogna fare. È la gente del quartiere che è stata aiutata ad aiutare ora a sua volta».

Edna Villaraza è madre di due figli, dolce e piena di energie, con le quali dirige il centro: «È la gente del quartiere che si mette in moto e diventa a sua volta fattore di sviluppo umano. Ma è un lavoro lungo, che richiede tempo. È per questo che abbiamo esitato prima di accettare le proposte della Rai, perché temevamo di fare un passo in avanti troppo rapido, di contravvenire cioè a quelle regole che sono state assolutamente fondamentali nello sviluppo di Bukas Palad: bisogna in effetti trovare le persone giuste e le energie adatte, bisogna che i bambini siano veramente seguiti e aiutati ad emergere e a rendersi autosufficienti. Ogni anno aumentiamo di sole 50 unità le nostre adozioni…». Edna mi conduce a visitare le aula della scuola materna che ogni giorno serve 250 bambini in età prescolare: «Bisogna prendere questi piccoli prima che vadano a scuola, prima che imparino troppe cose poco positive dalla vita. Anche le lezioni di catechismo sono una promozione umana, anche il raccontarsi le proprie esperienze di vita cristiana. E poi c’è la cura dei genitori: una volta a settimana debbono passare qui da noi per dirci come vanno le cose, per poterli eventualmente aiutare o redarguire, perché non hanno rispettato i patti stretti nel concedere l’adozione: uso di alcol, mancata frequenza della scuola, abbandono del lavoro…». Su una parete vedo la foto di un giovane uomo sorridente su un mucchio di spazzatura: «Quello è Tirso – mi spiega Edna –, un giovane di 22 anni che coi suoi fratelli abita sotto il ponte qui vicino. La notte escono per “fare le pattumiere”. Una delle sorelle era afflitta da epilessia grave, e per curarla Tirso aveva messo su una vera e propria azienda clandestina di riciclaggio dei rifiuti. Ora il giovane frequenta la scuola, la prima media, dopo che lo abbiamo raccomandato alla direttrice, che altrimenti non lo avrebbe accolto, per via dell’età».

Un’altra donna straordinaria, ben oltre la settantina, una pioniera di Bukas Palad: ecco Irene de Los Angeles. «Il progetto è andato avanti perché le persone aiutate sono cresciute – mi spiega –; l’altro giorno, ad esempio, mi ha salutato un uomo che avevo conosciuto da ragazzino, e che ha fatto carriera. Sua nonna era stata una delle prime ad essere aiutate, era malata di Tbc e al mercato ogni giorno vendeva due carote e qualche cipolla. Le avevo detto all’epoca: “Bukas Palad è vostra, dobbiamo lavorare insieme”. Questa è stata la grande intuizione suggerita da Chiara Lubich». Si volta, Irene, e scorge Serafim, un ragazzo nato nel quartiere, e ora in politica. «È stato il primo assunto da Bukas Palad». È figlio suo, di Irene, lo vedo, lo sento, ne ho la certezza. «Ricordo – prosegue Irene – quanti bambini abbiamo seguito, quasi tutti malati per malnutrizione. Cercavo di entrare nelle loro case, ma le mamme pudiche non volevano mostrare la loro miseria. Finché non trovavo questi bambini all’ospedale, e allora ne parlavo con le madri, che finalmente acconsentivano a farmi entrare da loro. Così cominciavo a insegnare loro come alimentare i loro figli. Serafim così è cresciuto bene». Irene, pur di famiglia ricca, aveva un papà che amava i poveri. All’università era stata eletta a capo di un club di studenti, e come primo atto del suo mandato aveva inserito nello statuto la finalità del progresso della società aiutando i più poveri… Prosegue: «Mi sono sentita trascinata da subito in quest’avventura, perché mi avrebbe portato ad applicare il Vangelo coi poveri tanto amati. Ho cercato subito di coinvolgere un gruppo di donne ricche. Tutte, nessuna esclusa, hanno aderito alla mia proposta». Tanti sono gli episodi che Irene mi racconta, come quella volta che un uomo che le chiese aiuto per arrivare alla fine del mese. Irene nel giro di qualche ora ricevette esattamente la cifra che aveva richiesto… «Anche oggi la stessa esperienza si ripete, perché la nostra banca è in cielo. Ed a noi è chiesto solo di vivere il Vangelo e poi di chiedere il necessario». Il suo motto? Quello insegnatele da Chiara stessa: »Lavorare come facchini e pregare come angeli».

All’ultimo piano dell’edificio a quattro livelli che ospita il centro propulsivo di Bukas Palad, alcune persone di varia età (impossibile distinguere gli animatori dai beneficiati) hanno imbastito per il sottoscritto un vero e proprio piccolo dramma teatrale sulla nascita e lo sviluppo di Bukas Palad. Gli improvvisati attori si muovono con straordinaria naturalezza: penso ai drammi che si celano dietro gli sguardi di ognuno di loro, ma anche alle enormi generosità che hanno fatto sì che, nella loro condanna inappellabile alla miseria, sia intervenuta una mano, una mano aperta, che ha cambiato la storia. Nel corso dello spettacolino, una ragazza racconta come, attraverso l’aiuto di Bukas Palad, la sua famiglia si sia riunita e tutti abbiano potuto studiare. E un’altra giovane, che invece viene da un quartiere ricco, racconta come si sia accorta a Bukas Palad che la ricchezza spirituale e umana di questa gente era quasi sempre superiore a quella che trovava tra i suoi amici ricchi. È arrivando qui, portata da un amica, che ha trovato la sua “vocazione professionale” di assistente sociale. Appare evidente come ognuno acquisti una sua serenità e una sua dignità. Sta qui il miracolo di Bukas Palad, dove le cose avanzano lentamente ma sicuramente, a garanzia che il tempo sarà galantuomo; spesso le Ong partono con grandi fondi e ingiustificate speranze, ma come estranee alla società che si vuole soccorrere. E così, dopo il boom iniziale, la crisi arriva, e tutto crolla.
Bukas Palad avanza da 23 anni. Lentamente. Sicuramente.

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