mercoledì 12 ottobre 2011

Ravenna a portata di sguardo


Una mattinata a Ravenna è come un sogno nella luce. Non tanto e non solo quella esterna – che pure in questo settembre di sole non è da poco –, quanto quella che emana dai mosaici ravennati.

La città è carina, opulenta, cordiale, ma somma architetture spesso infelici del periodo fascista e post-fascista, a gioielli del periodo bizantino, quando qualche decennio la vide trasformarsi addirittura in capitale imperiale, seppur di un impero in disfacimento. Roma migrò in questo sito perché era facilmente difendibile, soprattutto per via del delta del Po e di quelle paludi – le valli – che le proteggevano le spalle, col mare dinanzi. Per qualche decennio, tra il 493 e il 568, funzionò, sotto Teodorico e Belisario, prima dell’invasione longobarda. Poi le distruzioni, o forse piuttosto l’abbandono e le inondazioni periodiche, in qualche modo ne preservarono i gioielli.

Perché di gioielli si tratta, indiscutibilmente. Tutti interiori, ché l’esterno è tutto in laterizi, gradevoli ma in fondo monotoni. È l’interno che si accende, che ci accende, che li accende (i cuori e le anime). Un incanto che, ad esempio, annichilisce nel progressivo adeguamento degli occhi all’oscurità del Mausoleo di Galla Placidia: è la prima volta che vi penetro, ma l’immediata e poi la mediata sensazione è di conoscere tassello per tassello l’intera superficie musiva del piccolo paradiso terrestre, per averne serbato memoria nel cervello: decorazioni, figure umane, vegetali, animali, colombe e riquadri, spirali e volti. Troppo belle queste immagini per non averle registrate definitivamente nella memoria liquida – ma ben più solida di quella del calcolator elettronico – del cervello umano. La copertina di un libro, il fregio di un biglietto nuziale, il frame nascosto di un film di Tarkovski, un’illustrazione nel sussidiario di terza elementare…

Si accende Sant’Apollinare nuovo, con la fantasmagoria delle Vergini e degli Angeli preceduti dai Magi verso la Madonna con Bambino, con città e basiliche fissate e idealizzate nei mosaici, come se le due schiere volessero accompagnare l’illusione di una terrestre possanza che s’annuncia caduca e cadente. Come l’impero. Una storia vera: tra il 493 e il 496 Teodorico la fece costruire per gli ariani, etale rimase fino al 560, quando divenne luogo di culto latino. Il bel campanile circolare data al IX-X secolo, invece.

Si accende pure nel minuscolo e infossato Battistero degli ariani, con una enorme pietra fessurata al suolo e una cupoletta a mosaico coevo d’incantevole precisione: rappresenta il battesimo di Cristo e gli apostoli. E poi il terzo scrigno, il Battistero neoniano, del V secolo, insuperabile nella sua semplicità: rappresenta il battesimo di Cristo, apostoli e troni cruciferi.

Ogni dettaglio architettonico della città non può che impallidire dinanzi a tanta bellezza. Non potrebbe essere altrimenti. Le vie di Ravenna sanno tale verità e vivono quindi di umiltà – sulla propria natura – e di fierezza – per ospitare la natura dei gioielli bizantini. E sta proprio qui la grandezza della città romagnola.

Mosaici ravennati. Difficile non rimanere abbagliati, nel cuore. Un impero in disfacimento ha qui concentrato le ultime energie creative, già indicando la direzione dell’Oriente, l’apertura, il confronto e il dialogo tra le culture, più che la lotta tra di esse. I risultati paiono straordinari, addirittura decisivi. Non per l’oro che brilla, ma per quello che fa brillare gli altri colori e le forme tutte. Questa non solo è arte, ma concentrato di storia e geografia e tradizione.

Sant’Apollinare in Classe: basilica cimiteriale del 549, con un mosaico absidale da togliere il fiato, con un Buon pastore e le sue pecore che incanta di bucolica atmosfera che sfiora la teologia paradisiaca. Classe, con la maiuscola, è il paesello che sta alle spalle della chiesa, il porto sull’Adriatico. Ma è anche la “classe”, con la minuscola, quella che rende grandi la bellezza creata dall’umana perizia.

lunedì 3 ottobre 2011

Isla del Sol, il mare di luce


Viaggio in Bolivia/10 e fine - Lascio le bellezze del Paese andino in un'isola che verrebbe voglia di includere nelle sette meraviglie del mondo.

Ci sono momenti che si oserebbe definire perfetti. Come questo, nel piccolo borgo di Copacabana (il copyright del nome è locale, non carioca!), sulla terrazza di un albergo che si affaccia sul lago Titicaca all’ora del tramonto, mentre dalla spiaggia provengono i rumori della festa dei peruviani che sono venuti qui a far benedire le loro auto dalla madonna indigena dei boliviani e degli aymara, la Virgen de Copacabana dalla pelle scura. Sono appena tornato da un’escursione all’Isla del Sol, che dista circa un’ora di barca da questo porticciolo. Il benessere è totale, salvo un certo affaticamento dello sguardo: un’ubriacatura di luce.

È sì, qui siamo a 3800 metri sul livello del mare, il respiro è faticoso e ogni movimento deve essere calcolato e non si può lasciarsi andare: l’eccesso qui va lasciato solo alla luce, che ne è gelosa. Che rende il mare – pardon, il lago! – un abisso di blu e il cielo un tetto d’azzurro. Che dà rilievo a ogni dettaglio, che universalizza il panorama, che trasforma l’ordinario in straordinario.

L’Isla del Sol è la più grande del più alto lago navigabile del mondo, per estensione secondo solo al Mar Caspio. È nota per essere un luogo sacro per gli inca: ha dato il nome all’intero lago, essendo chiamata nella storia Titi Khar’ka, cioè “roccia del puma”. Il luogo veniva considerato dalle popolazioni pre-incaiche come luogo della nascita di diverse divinità, Sole compreso. Qui fecero la loro apparizione terrestre Manco Capac e sua sorella e sposa Mama Ocllo, i prima inca. Qui aymara e quechua condividono le leggende fondative, e solo qui.

Arrivo dopo un’ora di traversata movimentata: il pilota – un uomo sulla trentina dai denti d’oro, che oggi s’è portato dietro due splendidi marmocchi – mi spiega che a fine luglio e inizio agosto, cioè in pieno inverno, qui capitano giornate così: apparentemente il vento non spira, ma le acque del lago si mettono in movimento come scosse da un fremito interno, che sale dagli abissi per volere della Pacha Mama, della Madre Natura, l’armonia universale degli aymara. Ma tutto quanto si spalanca intorno a noi ha del fantastico: le Ande e la Cordillera Real; le isole e isolette che si materializzano dinanzi al natante; i radi boschi di eucalipto; le nuvole che muovono un poco il cielo sempre terso; la spuma delle onde.

Dopo il superamento di uno stretto che pare troppo angusto anche per una piroga, ben presto giungiamo al porticciolo di Pilko Kaina, nell’Isla del Sol. Ed è un universo che si apre, il mondo inca assieme a quello pre-incaico, il passato e il presente totalmente aymara. Un primo complesso di rovine dà l’idea di quel che può offrire l’isola: il Palacio del inca, presumibilmente fatto costruire dall’imperatore Tupac-Yupanqui ha le finestre e le porte rastremate, dai davanzali e dalle soglie verso gli architravi. Ma non c’è solo il retaggio incaico: nella lunga passeggiata tra Pilko Kaina e Yumani, per un inimmaginabile sentiero in costa, una terrazza sul lago e sulla cordigliera, incontriamo lama e asini, alpaca e pecore accompagnati dai loro pastori, sempre riservati, sempre gentili, talvolta refrattari alla fotografia d’uopo. Un mondo che ora s’apre al turismo, e chissà come andrà.

A Yumani si torna in qualche modo alla civiltà, anche se la presenza aymara è così forte che pare difficile che un popolo che ha resistito agli inca si faccia abbindolare dal dio denaro. È qui che scendiamo i 200 e passa gradini di una scalinata chiamata Escalera del inca, che a metà percorso porta a delle fonti perenni che stupiscono in un luogo come questo: sono la Fuente del inca, che viene suddivisa in tre canali di pietra che fiancheggiano la scalinata, di rara perfezione, curata e percorribile agevolmente. La sorgente irriga un meraviglioso giardino a terrazze, ricco di piante e fiori. Per gli inca i tre canali di pietra erano la rappresentazione fisica del loro motto: Ama sua, Ama lulla, Ama khella, cioè non rubare, non mentire, non essere pigro. Nella luce del pomeriggio ancora abbagliante non posso non guardare a questo popolo aymara mescolato al popolo dei turisti, così riconoscibili e così degni. E m’appare chiaro come l’identità di un popolo sia una questione di luce, più che di essere. La luce della divinità e quella dell’umanità che si fondono. Abbagliando.

Non mi resta che aspettare la barchetta che ci riporta a Copacabana. Il sole cala dietro le nostre spalle, la luce si canalizza, si materializza, si colora. Come un amore maturo.

lunedì 19 settembre 2011

Copacabana, la benedizione e l’osservatorio


Viaggio in Bolivia/9 - Sul Lago Titicaca, dove il cielo si fonde coll'acqua, infuocandosi

È una perla del lago Titicaca, Copacabana. Per la sua posizione geografica, soprattutto. Costruita tra due incantevoli insenature, è custodita e protetta da due collinette rotondette ma impervie – a 3800 metri la più piccola salita è una montagna –: il Cerro Calvario, promontorio sul lago, e il Cerro Kopacafe, che dà verso la frontiera peruviana.

C’è aria di festa da queste parti, come sempre accade, o quasi, a motivo della Madonna: la Virgen de Candelaria (o de Copacabana), scolpita da Francisco Yupanqui, nipote dell’imperatore inca Tupac Tupanqui. È custodita in una cappella chiamata Camarín de la Virgen de Candelaria, e non è mai stata spostata, perché secondo una tradizionale profezia il suo allontanamento farebbe straripare il lago Titiaca. In questo periodo i peruviani aymara scendono da queste parti per far benedire le loro auto e i loro camion nuovi, decorati con ghirlande di carta e di fiori, facendoli aspergere dall’acqua benedetta dei francescani, e aspergendole essi stessi con quell’altra acqua benedetta, o piuttosto sacra, che risponde al nome di alcol. S’è creata una confusione notevole, anche perché la chiesa sta proprio di fronte al mercato domenicale. E i pur volenterosi poliziotti sembrano aggiungere confusione a confusione.

Una nota a parte merita la “cappella delle candele”, uno stretto e oscuro locale affumicato, attiguo alla chiesa, dove i boliviani offrono le loro candele alla Virgen, ceri di ogni grandezza e colore. Ma non soddisfatti dall’offerta votiva, sciolgono la cera per poi tracciare sui muri le loro domande a disegni, i loro desideri, una casa, un’auto, una guarigione, un matrimonio… Nell’oscurità della cappella ricchi e poveri sono tutti uguali, piccoli e grandi, aymara, quechua, bianchi e meticci.

Ma Copacabana è anche altro. Seguendo un cammino che dalla chiesa s’indirizza verso Sud, verso la collina di Cerro Kopacafe, si giunge a un sito chiamato Horca del Inca, l’osservatorio dell’inca, un misterioso luogo pre-incaico e incaico che conserva una sorta di porta, cioè due blocchi di pietra uniti da una traversina perpendicolare anch’essa di pietra che, secondo la tradizione, nel giorno del solstizio del 21 giugno, Capodanno aymara, viene completamente illuminata dai raggi del sole, all’alba, filtrando attraverso altre pietre forate o disposte in un modo che pare voluto. Al sito si giunge percorrendo un cammino che richiede una buona mezz’ora di marcia, che toglie il respiro e che lascia interdetti per l’alternanza tra lunghi lastroni di pietra levigata e scalini ora incisi nella roccia, ora costruiti con pietre di riporto.

Il vento soffia, mi porta via il cappello a larghe falde appena acquistato al mercato. Ma nel contempo sembra conservare il mistero e il sacro, l’armonia universale e il contrasto tra gli elementi della natura. E ci si lascia inebriare dalla luce e dal vento, dal fiato mozzato e dalla pace del cuore. Pronti a ridiscendere a valle, sul lungolago e sulla spiaggia, dove si beve e ci si gode il sole, si mangia e si espongono le auto appena benedette. La festa da queste parti pare una condizione di vita, assieme alla fatica.

giovedì 15 settembre 2011

La Paz, la città che non ha vie piane

Viaggio in Bolivia/8 Una città straordinaria, assolutamente unica. Dove si vive in altezza, lentamente

Pazza città, La Paz, anche se il suo nome non viene certo da “pazzia” ma da Nostra Señora de la Paz, la Madonna più venerata del posto. Pazza lo è, perché non si costruisce una metropoli in tali sfavorevoli condizioni di altezza e di clima, per giunta tutta in salita, o discesa, tra i 3300 metri della Zona Sur e i 4000 metri di El Alto. Pazza perché lungo le sue direttrici presenta un’incredibile varietà di tipologie di abitazione, dalla baracca al grattacielo, dalla chiesa colonial ai palazzi del potere di stile indefinito, dai musei graziosi e ben fatti a quelli che non dicono nulla. La Paz vive di commistioni tra etnie diverse che qui convivono con una certa serenità – anche se, sopra di essa, sull’altopiano, s’è creata negli ultimi 30 anni una’altra metropoli, El Alto appunto, che conta quasi un milione di abitanti, al 90 per cento di etnia aymara, la gente del lago –, nonostante la evidente differenza di razza. Si vedono ricchi professionisti d’origine india e vecchi dalla pelle bianca quasi alla miseria. Così va il mondo, anche a La Paz.

Girellare per la città non è comunque esercizio da poco: in primo luogo perché l’altitudine obbliga a una deambulazione lenta, ponderata, regolare; secondo, perché qui a La Paz non esiste una “cultura” dei marciapiedi, che immancabilmente sono stretti, sconnessi e pericolosamente esposti al traffico caotico della città; che per giunta, ed ecco la terza difficoltà, è composto da auto, pullman e pullmini che non hanno certo passato il bollino blu; infine, quarto motivo per una deambulazione complessa, c’è la mancanza di numerazione razionale nelle strade della città. Non ci sono indicazioni precise, e così quasi sempre bisogna arrangiarsi.

E tuttavia La Paz prende il cuore, mostra la vivacità che viene dalla diversità, evidenzia la reale democrazia del Paese pur nella sua giovinezza e, in fondo, nella sua precarietà istituzionale. Nel corso del mio breve soggiorno, tre giorni appena, assisto in effetti a tre manifestazioni, modeste nel numero – più o meno duecento persone – ma rumorose e decise, al cuore delle quali si trovano donne aymara con i loro cappellini a bombetta in bilico sulla testa, la loro mole cospicua, le loro voce improvvisamente potente (qui si parla sempre piano, quasi sottovoce). E tutto ciò a due passi dal Parlamento, dove si muove la fauna umana tipica del potere, dei portaborse, delle segretarie dai tailleur attillati e scollati, appena un po’. Nei mercati che invadono gran parte della città, soprattutto nel centro, la propensione femminile al commercio s’evidenzia in tutta la sua forza: un venditore su tre è maschio, le altre due sono signore e signorine di tutte le età molto impegnate nella loro missione commerciale, assolutamente iscritta nel loro Dna.

E poi a La Paz ogni via scoscesa (cioè tutte) ha delle presenze misteriose, a cominciare dalla sagoma impressionante dell’Illimani, la mitica montagna che supera i seimila metri, e presente ovunque come una protezione e una minaccia. C’è poi lo sfondo delle pareti del canyon “foderate” di casette in mattoni senza intonaco, o di baracche, o invece di abitazioni più dignitose in alcuni quartieri più residenziali: gradini abitativi senza fine. Ed è misterioso pure l’equilibrio delle sue diverse presenze umane, dei colori della pelle, delle fogge vestimentarie. A La Paz la banalità della piana non esisterà mai. Tutto deve essere più difficile, ma anche più appassionante. Non è antica, La Paz. Come Potosí e Lima, è stata fondata dagli spagnoli per i loro commerci, in particolare quello dell’argento che, estratto dal Cerro Rico di Potosí, finiva nei galeoni ormeggiati nel porto di Lima: La Paz era il principale luogo di transito di tanta ricca mercanzia. E poi si diceva che il Rio Choqueyapu, che costituisce la spina dorsale della città, fosse ricco d’oro, ma non era vero. Ma il capitano Mendoza, che la fondò nel 1548, non se ne diede a male e ne diventò il primo sindaco: seppe tenere assieme la popolazione spagnola, quasi esclusivamente maschile, e quella indigena, dando ben presto origine a una città molto meticcia. E turbolenta, visto che ha ospitato dopo l’indipendenza del 1825 quasi duecento governi!

Non c’è molto da vedere di artistico a La Paz: una cattedrale neoclassica, una chiesa di san Francesco in buono stile coloniale e mestizo, qualche museo – interessante e insolito quello sulla coca; ricco e intrigante quello sull’etnologia e il folklore; imperdibile e ben assortito quello di archeologia, con buoni reperti dalla città pre-incaica di Tiwanaku –, soprattutto immensi mercati, talvolta turistici, talaltra invece “autentici”. Non c’è molto da vedere, è vero, ma La Paz ti conquista con la sua vitalità economica e culturale, con la sua anima una e molteplice, che sembra lasciar spazio a chiunque, in una democrazia partecipativa che pare ancorarsi lontano nel tempo, molto lontano.

mercoledì 7 settembre 2011

Ascoli Piceno, la notte e il giorno, la bellezza


Breve toccata e fuga in una città che è come un salotto, in cui si sorbisce l'Anisetta e si ammirano le pietre antiche.

I salotti pubblici, quelli autentici, si valutano la notte e all’alba. Una questione di luce. Ad Ascoli l’oscurità addormenta un un festival di marmi e pietre e stemmi e colonne. Il bell'imbusto che deambula al braccio della sua donna proprio di fronte al mio punto d'osservazione mi sembri provi addirittura momenti d’imbarazzo nel volgere lo sguardo alla bellezza dell’amata, al suo profilo giusto, alle sue labbra disegnate da Fidia e unte di brillìo, alla fronte che ricorda la perfezione della geometria, allo sguardo che investiga le intenzioni dell’amato. E ritrova quelle labbra, quella fronte, quegli sguardi sulle scanalature del marmo, sulla lucentezza delle pavimentazioni delle piazze, sui cornicioni delle dimore signorili. C’è quasi un velo di gelosia nel trio: lui, lei, la città.

Il desco pacifica le vampe del fresco e dell’oscurità sotto volte ornate del candore appassionato della patronne, che gode della serenità degli avventori e della messa in moto delle loro papille, sollecitate dalle ricette della nonna, della terra e della fantasia. E così la follia di Nietzsche rivive come genialità, il Petit traité des grande vertus del Comte-Sponville diventa il Petit traité des grandes beautés. Si vorrebbe dilatare il rempo e ridurre lo spazio alla fusione.

L’Ascoli Piceno dell’operosa normalità l’ho solo immaginata tra un tramonto e un’alba. L’ho vista popolata di eteree fate e di svelti cavalieri. Nulla di più reale di un sogno ad occhi aperti. Grazie a Dio.

lunedì 29 agosto 2011

Cogne, scalino al Paradiso


A 30 chilometri da Aosta, nella valle che porta al Gran Paradiso. Per cambiare opinione su un luogo.

Dicono, i depliant turistici, che sia una scala al Paradiso, anzi al Gran Paradiso. Una scala composta da un solo gradino, e per giunta colorato di verde. Un prato. Io invece avevo un solo ricordo di Cogne, e per giunta libresco: un luogo tetro, da minatori, incassato tra le montagne, con un abitato poco invitante per essere stato costruito con pietra locale, poco ci manca che fosse del colore del carbone.

Finalmente mi si presenta l’occasione di visitare la valle di Cogne: dopo un’estate secca e bollente, senza una goccia d’acqua, oggi le cataratte del cielo si sono aperte e vengono giù, come dicono i vicini savoiardi, les cordes. Rischio di confermare la mia ipotesi, non quella della pro loco. Se non fosse per la mia ospite – inesausta e molto di più, moglie attenta e madre di tre stupendi rampolli, oltre che deliziosa scrittrice – penso che avrei girato i tacchi molto volentieri. Una tisana al tiglio nelle tenebre d’una terrazza di bar inondata dalla pioggia, una passeggiata alle cascate dove i tre marmocchi amano bagnarsi, qualche (suo) apprezzamento urbanistico (pertinente), conversazioni semplici ed elevate nel contempo, un incidente al piccolo Giacomo, con annesso rischio di una gita fuori programma al pronto soccorso di Aosta..

E d’improvviso Cogne si tinge di tonalità meno funeree. Finché, visitando lo scalino verde, per la graziosa – cioè piena di grazia – presenza dei miei ospiti, il sole appare, i ghiacciai si svestono del loro manto di nebbia, l’erba s’asciuga del suo acquitrino meterologico, il cielo si dipinge d’azzurro. E la valle di Cogne mi si svela col suo dover essere, quasi come la descrivono i depliant. La notte è flagellata dal vento e dalle ondate di pioggia. Sono gli occhi che viaggiano. Talvolta quelli degli altri.

sabato 13 agosto 2011

Potosí, l’argento


Viaggio in Bolivia/7 - 4100 metri per una città che ha vissuto d'argento, e che ora cerca un suo spazio nel Paese sudamericano.

L’arrivo a Potosí è spettacolare. Dopo aver percorso una decina di chilometri sull’ultimo altipiano che porta da Sucre alla città più alta del mondo (4070 metri per 150 mila abitanti), accompagnati dalla linea ferroviaria che collega le due città (7 ore di viaggio, tre volte a settimana) e che nell’ultimo tratto scorre parallela alla carreggiata asfaltata, d’improvviso appare il Cerro Grande, la montagna conica che sovrasta l’abitato, e poco dopo in basso si scorge una città del color della polvere, disordinata nella sua urbanizzazione, rutilante di gente e mezzi vari, colorata di mille follie cromatiche. Il traffico è caotico, ma come sempre si trova una soluzione anche per i più intricati ingorghi. Potosí conserva nel suo cuore – a valle la città commerciale, a monte quella dei minatori – un centro coloniale assolutamente fantastico, unico nel suo genere, conservatosi quasi intatto nei secoli. Al catasto si contano circa 5 mila edifici che datano alla dominazione spagnola, quindi tra il XVI e il XIX secolo, più o meno ben conservati, più o meno restaurati. Ma belli, coloniali, e per di più abitati, vissuti anche oggi, il che conferisce all’abitato un sentore di autenticità. I balconi chiusi di legno, naturale o colorato, sorprendono il passante con la loro grazia, e le mille storie di vicinato raccontate, anzi sussurrate e mai gridate. I portoni spesso e volentieri appaiono secolari, di legno con enormi borchie, trucchi estetici e di sicurezza. La città è convenzionalmente divisa in quadra, come tutte le città spagnole, ma senza quella regolarità che spesso le rende stucchevoli: ogni via ha qualcosa d’irregolare. Così ci si ritrova d’improvviso in piazzette deliziose, quasi miniature urbanistiche, mai regolari, adattate nei secoli alle esigenze delle singole abitazioni.

Tutti camminano a ritmo lento, l’altezza conta anche per chi ci è abituato, sotto lo guardo onnipresente del Cerro Grande, “montagna d’argento” che a lungo fu la principale fonte di sostentamento dell’impero spagnolo: si calcola che ne siano state estratte milioni e milioni di tonnellate di argento, a costo (piccolo dettaglio) di alcuni milioni di morti (le stime variano dai 2 agli 8). Le donne quechua, e qualcuna aymara, vendono come sempre accade in Bolivia un po’ di tutto, in un disordine-ordinato che comincio a conoscere e apprezzare. La luce è accecante, pura e limpida, il cielo grida d’azzurro e l’abitato sussurra i più vari colori: qui la fede è profonda e l’apporto umano sempre sottovoce. Il paesaggio è “rovinato” dai cavi elettrici e telefonici che sono stati tesi ad ogni altezza nell’abitato, creando conformazioni e intrecci assolutamente fantastici. Qua e là sorgono architetture moderne (quasi mai terminate) che gridano vendetta agli occhi degli dei di ogni religione: che ci fa un cubo blu, un cono rosso o un’ala gialla in un abitato antico come Potosí?

Oggi Potosí conta 15 mila minatori, che lavorano sostanzialmente alle stesse condizioni del XVI secolo. Abitano i sobborghi, hanno orari sfiancanti, muoiono presto, prima dei 50 anni, minati dalla silicosi, dall’alcol e forse anche dall’abuso di coca. Non si può pensare a Potosí senza tener in conto questa umanità sfruttata, ancor oggi, senza capire che essi ne sono stati la ragione iniziale e forse anche attuale, nonostante le vene di minerale puro siano in fase di esaurimento. Anche se i minatori di una volta cercavano di far divenire tali anche i propri figli, sempre numerosi perché erano fonti di guadagno, mentre oggi l’ambizione dei mineros abituati alla televisione è quella di lavorare per trovare un futuro diverso ai propri figli. Lavoratori che sono quasi tutti di origine indigena, ovviamente, ma che in qualche modo hanno trovato una conciliazione nei secoli con i conquistatori.

Visito uno dei tanti conventi della città, quello di San Francesco. Incontro un religioso da 40 anni quassù, padre Felice, viene da Viareggio: «È una città incantevole Potosí – mi confessa –, e non saprei più vivere altrove. La gente è amica, calorosa, è ricca di risorse umane». E la religiosità tradizionale? «Sono cattolici quasi tutti, anche se conservano i riti della propria terra, ma questo non va contro la loro cattolicità», conclude un po’ ottimisticamente, mi sembra. Il convento, oltre ad una serie di dipinti sulla vita del Poverello del XVII secolo, ad una rappresentazione della Sacra Famiglia in sombrero, e ad un enorme quadro catechetico sui sette vizi capitali, non ha ricchezze straordinarie. Salvo il tetto, sopra cui ci si può issare attraverso scale anguste e sconnesse, suggestive nella loro plastica irregolarità: la vista è straordinaria, e dimostra come l’intelligenza urbanistica degli spagnoli, coniugata alla convivialità indigena, abbia prodotto un vero e proprio capolavoro. Il Palazzo della moneta – museo che ripercorre la storia della città sovrapponendola a quella dell’argento –, la Torre dei gesuiti, la chiesa di San Lorenzo dalla quale un prete anziano mi caccia perché ho scattato una foto, il convento di Santa Teresa (all’epoca abitato da ricche ereditarie di nobili famiglie locali)… I grandi esempi del colonial più puro e antico si mescolano con l’indigenicità più spinta, in un connubio che è sudamericano ma è patrimonio dell’umanità.