venerdì 1 gennaio 2010

Dai montagnard di Kon Tum


Nell'altipiano centrale del Vietnam c'è un insolito concentrato di etnie non vietnamite, che la tradizione ha voluto classificare come "gente della montagna". Ma venivano dal mare... Bellezze e miserie di una vita grama.

Kon Tum è famosa in tutto il Vietnam per la presenza massiccia nella regione dei cosiddetti montagnard, cioè di popolazioni che abitano o abitavano la montagna, nella quale vivevano in modo quasi primitivo, praticando la rotazione dei campi (non delle colture) e l’incendio delle terre messe a riposo, che praticano una vita sociale assai naturale, coi loro riti e i loro culti. La loro origine è discussa, ma sembra che ormai ci si accordi sulla loro origine polinesiana, come testimoniano anche la morfologia della loro figura.
Sono stati oggetto d’infinite persecuzioni, la più antica delle quali sembra sia stata nelle stesse isole, da cui furono espulsi. Poi giunsero sulle coste vietnamite, dalla quali pure furono cacciati, costretti quindi a rifugiarsi nelle montagne, dove vivevano in forme associative assai originali, quasi di indipendenza da valle a valle. Negli ultimi decenni, poi, i montagnard sono stati spogliati delle loro terre, sfruttando il fatto che non avevano documenti e non potevano provare che quella terra apparteneva a loro. Ora pare che la situazione sia un po’ migliorata, ma ancora non si può star tranquilli.

La grande chiesa di legno di Kon Tum sembra un’assoluta incongruenza in quest’altipiano vietnamita in cui peraltro le abitazioni tradizionali stanno purtroppo per essere scalzate dall’orrido cemento di queste parti, mentre legno e bambù restano preda delle termiti, così come si trovano in natura. O, al massimo, vengono usati per cucinare. La chiesa di legno, anzi la “basilica”, è la testimonianza, assieme al seminario – oggi seminario minore – di una grande stagione di evangelizzazione della regione, ad opera in particolare dei missionari francesi delle Missions étrangères de Paris. Correva il 1919. Si affermò così da queste parti uno strano stile alpino-coloniale che, in fondo, non ha prodotto solo brutture…
Ed è attorno a questa chiesa, soprattutto alla “basilica”, che si riuniscono per le feste comandate, Natale in particolare, migliaia di montagnard, carichi della loro povertà e della loro indomita fierezza. Portano i loro volti che tradiscono le origini polinesiane, la loro pelle troppo scura per essere amata dai vietnamiti, portano le loro corporature tarchiate anche se in fondo magre, non si sa se per motivi genetici o di stenti. Portano i loro volti dai grandi occhi scuri.
Accanto alla basilica è stato costruito un orfanotrofio per i figli più sfortunati delle tante etnie che vengono semplicisticamente unite nel termine montagnard. Non solo gli orfani veri e propri – una volta perché i genitori morivano vittime della repressione governativa, poi per le gravi deficienze sanitarie di queste etnie sempre cacciate dalle loro terre –, ma anche per i piccoli abbandonati dal padre rimasto senza moglie che desidera risposarsi e che perciò ritiene più confacente al suo nuovo status l’abbandono della prole avuta con la precedente consorte. Sottosviluppo culturale, certamente; ma anche il risultato di una ininterrotta catena di sfruttamenti e colonialismi e quasi-genocidi di cui i montagnard sono stati vittime nei secoli della loro storia di sconfitti. Irriducibili sconfitti della storia, scritta come sempre dai vincitori di turno. I montagnard non hanno mai vinto.
Qui in Vietnam il principale mezzo di locomozione non è la bicicletta, come una volta, e non è ancora l’auto, perché l’economia del Paese non è ancora in grado di sostenere una motorizzazione di massa su quattro ruote. Sono le motociclette di cilindrata tra i 50 e i 150 centimetri cubici che invadono le strade delle città e sempre più anche delle campagne. Così quest’oggi con la mia fedele guida a Kun Tum, affittiamo due motociclette con autista per partecipare ad un paio di feste che si stanno svolgendo nei villaggi all’esterno della città. Abitati in cui vivono i montagnard, che hanno lasciato le valli più impervie verso il Laos e la Cambogia, che da qui distano una sessantina di chilometri appena.
Il governo ha costruito per loro la “casa madre”, cioè il “centro sociale”, le altissime abitazioni a palafitta ad un solo livello, ma con un tetto arditissimo che si alza verso il cielo per una ventina di metri, come un’immensa spatola ricoperta di foglie di bambù e banano intrecciate. In questo locale, che ora serve come luogo di riunione e di educazione, una volta i giovani maschi del villaggio che avevano raggiunto la maggiore età dovevano riunirsi lì e abitarvi fino al matrimonio, mentre le ragazze potevano rimanere nelle case della famiglia. Oggi in questi villaggi, accanto a questi “centri sociali di comunità”, quasi sempre si erge una chiesa di legno, perché i montagnard sono in massima parte cristiani, sostanzialmente cattolici. Non sono mai stati buddhisti: solo ora il governo vietnamita parla di duemila montagnard che avrebbero abbracciato la religione buddhista.
Oggi dunque seguiamo il fiume, in uno scenario di rara bellezza, dai verdi cangianti, dalle risaie di un verde nascente che commuove, dalla vegetazione che pare voler avvolgere ogni cosa col suo manto di madre e, talvolta, di matrigna. La polvere sospesa nell’aria è tanta, penetra in ogni anfratto fa pizzicare occhi e gola. Sulla strada passano donne coi bilancieri, il cappello a punta, oppure con le gerle, giovani a bordo di motociclette zigzaganti, bambini che trovano sempre nuovi trucchi per giocare, vecchi dalla pelle scura e raggrinzita che paiono meditare in ogni istante sulla fine della vita, nell’incertezza del presente.
È festa al villaggio di Kon Jori. Una piccola orchestra rumorosa e rockeggiante spara in aria note globalizzate (anche qui!!!), mentre sul piazzale ai piedi della capanna comune tutto il villaggio mangia e beve in abbondanza. Ingurgita spiedini e verdure grigliate, serviti su foglie di banano, e beve vino di riso succhiandolo da grossi orci da cui spuntano cannule di plastica a chi s’attaccano a turno tutti gli abitanti, uomini e donne indistintamente, ma non i bambini. Vengo invitato praticamente da tutti ad accedere alle loro tavole, ma mi nego, per ragioni di igiene (poveri occidentali che noi siamo, soffriamo di cronica penuria di anticorpi!) e per non fare ingiustizie. Ma accetto di scattare delle foto assieme, questo sì. C’è un’allegria che talvolta diventa euforia, se non addirittura ubriachezza. E pensare che il banchetto è appena cominciato! Come saranno ridotti tra qualche ora i montagnard?
Passiamo da un villaggio all’altro, e le case e la gente e le chiese paiono assai simili. A Kon Ktu il villaggio è posto subito a ridosso del greto del fiume. Anche qui si festeggia. Appena mi vedono, si fanno avanti alcuni uomini che m’invitano a sedere con loro, alla mensa imbandita con gli stessi cibi e le stesse bevande di Kon Jori. Mi fanno sedere tra un giovane uomo e una giovanissima donna: è la loro festa di fidanzamento, e quindi festeggiare per loro con uno straniero è doppia gioia. Il matrimonio, poi, lo celebreranno nella chiesa, tra qualche mese, tra qualche anno, chissa.
M’attardo poi verso la chiesa. In una casa di legno su palafitta, all’interno della veranda, una madre sta stendendo i panni. Sulla soglia della casa una bimbetta che avrà poco più di un anno si siede, appoggiandosi allo stipite. Non sorride, mi guarda mentre mi avvicino per scattarle una foto, fino ad arrivare ad un metro da lei. Non batte ciglio. È di una bellezza fuori dal comune, coi suoi occhioni enormi in cui mi rispecchio mentre le scatto le foto. Allungo la mano, me la stringe e la porta alla sua guancia. Mi odora.

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