giovedì 26 novembre 2009

Bucarest e le tante "Francesca"


Esce oggi il film "Francesca" del rumeno Bobby Paunescu, uno spietato racconto sulle miserie e i dolori delle centinaia di migliaia di rumeni emigrati in Italia. Leggendo le critiche al film, ho ritrovato certi accenti di un reportage da me scritto dalla Romania nel 2005.

Il terremoto del 1977 fu la scusa buona: il presidente Ceaucescu, allora beniamino degli occidentali per i suoi sorprendenti scarti dalle posizione del grande fratello sovietico, era ormai entrato nel gorgo della pazzia del dittatore. E, come tutti i dittatori, cercava disperatamente qualche progetto architettonico faraonico che ne perpetuasse la memoria. Il terremoto gli offrì il pretesto per radere a suolo interi quartieri secolari, tracciando sulla cartina di Bucarest una serie di viali che persino nelle dimensioni volevano imitare i boulevard parigini, Champs-Elysées in testa.

Così volle e così fece il sanguinario Ceaucescu. Impiegò spropositate risorse tolte di bocca alla gente, sottratte alla loro sopravvivenza e non al loro superfluo, per rimanere nella storia. Ma non ebbe il tempo di vedere realizzato il “suo” capolavoro, un palazzo immenso, secondo come volume solo al Pentagono. Lo avrebbe chiamato Palazzo della repubblica socialista di Romania, al culmine della lunghissima pista di avvicinamento del Bulevardul Unirii, interrotto solo dalla smisurata piazza omonima, sotto la quale nascose niente meno che il fiume di Bucarest, il Dâmboviţa.

Per realizzare questo spropositato progetto, il dittatore sacrificò opere d’arte sopraffina, chiese e palazzi e caravanserragli. Risparmiò solo un quartiere, il vecchio centro storico, pur deturpandolo con edifici in puro stile real-sovietico. Così si può ammirare l’Hanul lui Manuc, un edificio in pietra e legno in puro stile rumeno, edificato all’inizio del XIX secolo, e miracolosamente conservato intatto, accanto all’edificio della Banca centrale o della Polizia municipale che fanno orrore alla vista.

Torno a Bucarest 25 anni dopo la mia prima visita, allorché le ferite urbanistiche erano ancora oscenamente aperte, macchiate di fango e di macerie. Fuggii dalla città dopo poche ore appena, trascorse a cercare un senso nel non senso. Oggi Bucarest è cambiata: il palazzo faraonico è terminato, mutando il proprio nome in Palatul Partlamentului. In fondo esiste di peggio, e le sue proporzioni tradiscono stranamente una certa armonia. Ma la città schizofrenica lo è ancora, e lo resterà per un pezzo ancora, perché le amputazioni sono state troppo profonde per non lasciare cicatrici orribili alla vista.

Sarà un caso, o forse una coincidenza, ma questa anomalia di fondo mi si manifesta nell’assoluta follia dei suoi gradini. Nell’hotel che mi ospita, le scale hanno dimnensioni insolite, innaturali e imprevedibili, tanto che un bel ruzzolone me lo sorbisco anch’io. Persino nel mini appartamento che mi ospita trovo due gradini ingiustificati contro i quali sbatto regolarmente con gli alluci. Per strada non c’è un marciapiede che abbia la stessa altezza di un suo simile: si va dai due centimetri scarsi al metro abbondante. I gradini della scalinata che conduce al patriarcato, poi, fanno a gara nell’apparire uno più originale dell’altro, quasi fino a giungere alla sfericità. Il centro storico, ancora, vive una nuova effervescenza, conoscendo l’ebbrezza di qualche nuova boutique e di una manciata di bar alla moda.

Ma le sue strade composte di grossi pavé paiono lastricate ad arte per impedire una deambulazione pressappoco regolare. Entro in un cortile, al seguito di una banda di ragazzini di strada che sniffano colla, con la scusa di scattare qualche foto. Trovo lo sfacelo di un cortile che una volta doveva essere un incanto ligneo, ma che oggi è un antro di sudiciume e di abbandono. Una scala porta al ballatoio del primo piano, quello dove sopravvive uno dei ragazzini: su ventisei gradini, tre soli hanno conservato un piano pressoché liscio.

Vedo poi un centro commerciale che pare sugli standard europei. Scale mobili funzionanti, signore e signori c’è da non crederci. Salgo fino al quarto piano, quello dell’abbigliamento maschile. Faccio poi per scendere, ma le scale mobili discendenti sono bloccate, e i gradini metallici ballonzolano sui giunti, mentre i mancorrenti sono a tratti assenti, ogni volta trenta o quaranta centimetri…
E la gente? Triste, e lo capisco: come si può tirare avanti una famiglia uno stipendio di 150 euro al mese e i prezzi simili a quelli italiani o francesi? Come ritrovare le radici culturali che il “conducator” aveva sistematicamente recise? Come nutrire speranza quando la sola molla di progresso sociale pare la corruzione?

Ripenso ai gradini schizofrenici di Bucarest seduto in uno dei pochi luoghi d’incanto della città, proprio l’Hanul lui Manuc, legno e grazia e pulizia. I giovani e gli adulti che si possono permettere di offrirsi un caffè a questi tavolini sembrano più spensierati. Mi trovo a conversare con quattro di loro: tre sono decisi ad emigrare in Italia o in Germania. Saliranno e scenderanno altri gradini più regolari. Ma non è detto che trovino più senso alla loro vita.

Nessun commento: