sabato 26 dicembre 2009

Benteay Srei, dove Malraux cedette


Tra i tanti templi di Angkor, uno dei capolavori assoluti dell'arte di tutti i tempi, è un piccolo centro votivo ad una ventina di chilometri dal Wat principale.

Eh sì, uscendo dal sito di Benteay Srei non posso non capire almeno un po’ l’efferato delitto messo in atto dall’allora ministro della Cultura francese, niente meno che André Malraux in persona: da uno di arte e cultura qual era, cedette alle straordinarie bellezze ammirate nel tempio a una ventina di chilometri da Angkor, in Cambogia ovviamente, e fece staccare dal loro alloggio originario quattro pannelli di pietra a bassorilievo e se li portò in Francia, nel 1923. Fu scoperto e, pentitosi, restituì il maltolto, accompagnato dalle sue scuse più sentite. Lo capisco, perché dopo aver trascorso (direi spese bene!) qualche ora a Benteay Srei, la struggente nostalgia del luogo ti invoglia a portartene con te un pezzetto. Non dico un bassorilievo originale, ma almeno una copia di qualcosa.

Non è un caso che il suo nome significhi “la cittadella delle donne”, oppure “della bellezza”, il che più o meno s’equivale soprattutto in queste terre indocinesi. La sua memoria era forte tra la gente, ma fino al 1914 sfuggì alle ricerche di tanti archeologi, probabilmente riuscendo così a non soccombere alle spoliazioni sistematiche di tanti altri templi della regione. E pensare che tale bellezza non era, come tradizione vorrebbe da queste parti, opera di un monarca. A volerla fu un solerte amministratore del re, tale Yajnavaraha, mentre correva il regno di Rajendravarman, nella seconda metà del X secolo volle edificare uno scrigno, un gioiello, una dolce compagnia in cui rinchiudersi a meditare, a pregare, a gioire della vita una volta lasciati da parte gli affari e gli intrighi della corte. Me lo immagino, questo cultore dell’arte, di mezza età, sazio di beni e di onori, di doni della vita, voler intraprendere l’impresa finale: l’edificazione di un minuscolo tempio – si fa per dire, dentro il muro di cinta ci sono circa 25 mila metri quadrati di terreno; nulla, comunque, in confronto con le piazze d’armi dell’Angkor Wat o dell’Angkor Thom –, che restasse nella storia, che vivesse di luce propria, quasi sdegnoso di confondersi con i grandi spazi e i grandi tempi dei suoi fratelli maggiori, che permettesse all’anima degli uomini che hanno una grande passione per l’umanità creatrice di dire: «Ho visto il luogo dove vorrei passare dalla vita alla morte».

Immagino qualcosa come un Socrate khmer aggirarsi in queste brevi gallerie, in questi locali votivi, nelle biblioteche, nelle sale di ristoro e dialogare, parlare con gli allievi della vita e della morte, dei sogni e dei disinanti, delle alterne vicissitudini del potere e della relazione con l’imperituro. Dialogare, dialogare ancora, senza sosta, sotto lo sguardo e la protezione della bellezza. Perché ogni divinità, rappresentata, ogni fregio, ogni torre, ogni dettaglio qui pare invitare alla condivisione delle scoperte fatte nel proprio foro interiore. Perché lo scopo della bellezza è proprio quello di gioire assieme di qualcosa. E la gioia richiama naturalmente la bellezza.

Mi attardo a Benteay Srei. Per calmare l’impulso di possesso (fotografico) che mi spingerebbe a cogliere ogni dettaglio, ogni dettaglio ricostruito dal mio occhio, percorro il cammino che accompagna all’interno il muro di cinta – rosso poroso forte fragile –, per ammirare da lontano lo scrigno di Benteay Srei. Ogni angolatura, anche da una certa distanza, riserva sorpresa e incanto per gli allineamenti, le aperture, le sovrapposizioni. Mi stupisco d’improvviso, cogliendo nella mia memoria un motivo delle infinite decorazioni di bassorilievi appena visti, riprodotta nella visione d’insieme. Il tutto e il nulla, l’infinitamente grande e l’infimamente piccolo. È il colpo finale, l’innamoramento.

Poi ritorno sui miei passi una volta terminato il disegno del perimetro del muro di cinta del tempio. E con nuova serenità, con una pacificazione sconosciuta, ripercorro l’itinerario interno della cittadella. Ritrovo gli stessi fregi, le stesse sculture, gli identici bassorilievi e mi parlano solo dei khmer e della loro anima. La vigilia assieme a un prete parigino – pover’uomo – alla messa della veglia natalizia conversavamo della tragedia dei khmer rossi. Aveva sentenziato, rivolto al sottoscritto che aveva vissuto l’impatto con il memoriale del genocidio come una condivisione dell’abisso della depravazione umana, che «da noi non può succedere, dopo venti secoli di civiltà greco-giudeo-cristiana». Trasudava superiorità da ogni poro, guardava ai cambogiani come a gente da colonizzare, evangelicamente s’intende. E col nazismo, come la mettiamo? Anche l’Europa aveva la sua Cappella Sistina, che non ha evitato il genocidio. I khmer hanno avuto Pol Pot pur avendo Angkor e Benteay Srei. Ne va del mistero della umana transumanza su questa terra.

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