martedì 1 dicembre 2009

I castelli di Lukashenko


In visita a Minsk, il premier Berlusconi elogia la popolarità elettorale del discusso presidente bielorusso. Visita ai due castelli che fanno l'orgoglio di un'intera nazione.

Non c’è molto da vedere dalle parti della Belarus’? A lungo considerata una provincia agricola, una terra di conquista per russi, polacchi, prussiani e austro-ungarici, è stata poi saccheggiata da tanti, da troppi perdendo troppe tradizioni e troppe ricchezze da risultare una guerra ormai quasi priva di bellezze e di speranze. Da queste parti, però, la cultura ha avuto ed ha un suo ruolo, come può testimoniare ad esempio il fatto che in uno sperduto paesello dell’Ovest del Paese sia nato uno dei massimi giornalisti del XX secolo, quel Ryszard Kapuściński che tanta gente ha invidiato per la sua incredibile capacità di conoscere il nuovo, il diverso, l’insolito. Con rispetto e, perché no, amore.

Quest’oggi, nell’intervallo di un congresso un po’ barboso e talvolta al contrario assai interessante – le perle, come sempre, vanno selezionate e ripulite dal fango o dalla sabbia –, in un Paese ancora in transizione, perenne transizione tra mondi mai tramontati completamente e altri mondi mai sorti in pieno, mi concedo un po’ di turismo nei luoghi più antichi della storia della Belarus’. In fondo si tratta di due castelli, entrambi di proprietà dei principi di Radiziwill, nel corso del XVI secolo. Cinque secoli, poco meno, nulla per altre civiltà e altre culture che si contano a millenni, ma certamente molto, moltissimo per ogni bielorusso.

Forse non saranno dei capolavori assoluti, come non reggerebbero il paragone con luoghi simili in altri Paesi europei. Ma per la Belarus’ sono luoghi unici, di immenso valore culturale e umano, perché valorizzano tradizioni e ricchezze, aprendo nel contempo il Paese al resto dell’Europa, al turismo, allo scambio. E allora non è certo un caso se mi ritrovo di fronte a due cantieri ormai avanzati, se non quasi conclusi, nel visitare Mir e Njasviž, ad un centinaio di chilometri a sud di Minsk: si vuole finalmente aprire la Belarus’ al mondo, presentando i suoi gioielli in buono stato, finalmente. Anche se la mia guida dice che questi luoghi, senza tetti cadenti e muri rigati dall’umidità, non sono più vestigia del passato glorioso ma del presente altezzoso. Può essere, c’è del vero. Eppure.

Njasviž la visito per prima. Dopo un centinaio di chilometri di campagna: più ci si allontana dalla capitale, più costato con una certa sorpresa che i campi sono ordinati e coltivati ad arte, che le casette dei borghi rurali, pur modesti se non addirittura francamente poveri, sono composti da casucce ben curate, dipinte di giallo, di verde, d’azzurro, circondate da staccionate ben ritte sui pioli e non abbandonate all’incuria. Qua e là si erge qualche deposito d’acqua, qualche chiesetta di legno, raramente di pietra. E le foreste di betulle, di pioppi e di faggi si estendono altere, quasi monotone, quasi pettini i cui denti sono esili ma impettiti alberi tesi verso la luce del sole.
Njasviž fa la sua apparizione con la modestia di un borgo di campagna come tanti, appena ondulato. Finché due cupole bianche appaiono all’orizzonte, e due torri, una bianca e una color del mattone.

Njasviž è la città più vecchia di Belarus’, sembra che le sue origini risalgano al XII secolo, o giù di lì. Le due cupole, una appartenente ad una fortezza urbana, l’altra alla chiesa cattolica polacca e barocca detta Farny, paiono così insolite dopo cento e passa chilometri di piatta campagna, che pare di essere giunti in un centro di grande elevatezza culturale. La chiesa fa la sua bella figura, progettata com’è stata dall’architetto italiano Bernardoni, un maestro all’epoca, diffusore di quella tradizione architettonica e urbanistica rinascimentale e italiana che non aveva uguali in Europa. Ma la torre che sta dinanzi alla chiesa – la “Torre del cancello del castello”, tozza, come un matitone con la punta all’aria, mezza intonacata di bianco, mezza invece rivestita di laterizi rossi, una tradizione regionale – mostra un volto più locale, assolutamente poco mediterraneo e piuttosto mitteleuropeo, qualcosa che forse qui ci sta più a suo agio, senza l’imbarazzo dell’intrusione di stile.

Fu lo stesso architetto che progettò la Fortezza del palazzo dei Radziwill, che si raggiunge a piedi dalla collegiata, percorrendo uno stretto istmo che fende in due le acque di uno dei tanti laghi della regione. La costruzione fa capolino tra gli alberi di alto fusto poco alla volta, con grazia e con una certa superbia che si cela e si mostra nel contempo. Il restauro, per certi versi invasivo, sta cercando da una parte di ristrutturare la bellissima corte circondata da edifici a sette, otto livelli, torri e cupole, involate d’architetto e misticità da monachesimi, e dall’altra di riproporre le mura in laterizio rosso che sono state ricoperte da una spessa coltre di terra e detriti, quasi una diga innaturale a protezione del castello. Il fossato è stato quasi riempito dai secoli, e anch’esso si cerca di riattivarlo nella sua funzione originaria.

Gli operai stanno riattivando i locali, ripassando l’intonaco, salvando le parti più antiche. Certo, non sembrano provetti restauratori, e danni certamente ne hanno fatti e ne faranno, ma poco male, qualcosa di degno sta emergendo dalla notte dei secoli della dittatura, dell’invasione, dell’abominio naziasta e stalinista.

Lasciamo Njasviž alle sue risorgenti bellezze, protette da uno specchio d’acqua incredibilmente popolato di animali volatili e acquatici, in un tripudio di suoni e di rumori che si compongono in sinfonia pastorale. Ci dirigiamo, percorrendo a forte velocità una lunga fettuccia d’asfalto che non pare conoscere deroghe plausibili alla rettilineità – le strade bielorusse sono spesso migliori di quelle italiane! –, verso il secondo castello della regione, quello di Mir, considerato il capolavoro assoluto dell’arte dei manieri di Belarus’. Le guglie delle torri del castello bucano d’improvviso il cielo oltre il leggero declivio che la strada fende veloce, come quelle della cattedrale di Chartres, come le pagode di Kyoto. Improvvise e sorprendenti, affascinanti nello sfidare l’orizzontalità tendenziale del terreno.

Qui i lavori sono quasi terminati, si stanno sistemando i cancelli e gli spazi attorno al castello, per poter accogliere quelle frotte di turisti che tutti sognano da queste parti. Il cortile è un gioiello che racchiude palazzi di grande arditezza e vecchie pietre preservate dalla furia restauratrice. E un giro attorno all’edificio a pianta quadrata – di dimensioni notevoli, circa 400 metri di lato – impressiona il deambulante, non solo per le dimensioni della costruzione, ragguardevoli e massicce, ma soprattutto per la varietà delle pigmentazioni, per la fantasia che gli architetti hanno usato nel rivestire i muri possenti delle torri e degli edifici frapporti ad esse.

Uno sguardo appassionante, quasi gli architetti avessero previsto che il castello potesse diventare una vera e propria palestra di roccia, ricca com’è di scalini e scanalature, angusti camini e cenge ristoratrici. Questo è il castello di Mir, questa probabilmente è una metafora del popolo bielorusso, perennemente alla ricerca di sé stesso e nel contempo orgoglioso e indistruttibile, aperto alla scoperta altrui e nello stesso tempo incapace di lanciarsi in involate di solipsismi creativi.

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