2 giugno 2008. Helsinki, la città nel grigio.

Ancora un giro al mercatino dinanzi al porto di Kauppatori, tra i banchetti che vendono fragole e lamponi, e tra deliziose venditrici di altrettanto deliziose ceramiche contemporanee; mentre commercianti non certo finlandesi s’appropriano, una dopo l’altra, delle vendite di souvenir “made in China”, tutto il mondo è paese. Le friggitorie oggi debbono combattere strenuamente coi gabbiani dall’insolenza assoluta. Nella vecchia hall del mercato, invece, si vende carne di renna seccata e salmone affumicato a freddo o a caldo, piatti nazionali e orgoglio di un popolo che ha saputo issarsi ai vertici – o quasi – del reddito pro capite dell’Unione europea. La Finlandia, ovviamente, non è solo renna e salmone, laghi e cottage. È anche Nokia e Raikkonen, umanità e tecnologia che si fondono. Il che, di questi tempi, non è poco.
Tutto si paga, è ovvio, anche a Helsinki. Ma qui, forse un po’ di più, per via del costo della vita, della natura del popolo, ma anche del trionfo del capitalismo maturato poco alla volta, per reazione al minaccioso comunismo sovietico. Che era così vicino così lontano. Forse c’entra pure un materialismo assai pronunciato. Ho conosciuto, giusto per fare un esempio, una donna sulla cinquantina, al cento per cento finlandese. Vive in una città-satellite della capitale, in un’abitazione medioborghese. Ha organizzato tutta la sua vita attorno a ferrei riti laici e atei: dal passeggino mattutino e serale assieme alla sua cagnolina bellina bellina, al lavaggio dell’auto non appena qualche spolverata di polline la ricopre; dal giardinaggio settimanale, con dovizia di spese e invenzioni banali, al bisogno di avere il frigorifero sempre pieno, anche se poi tre quarti del cibo finiscono gettati agli animali o nella spazzatura; dalle partite a golf, due volte al mese costa troppo, alla colazione domenicale sul bar del molo, che faccia bello o tiri vento; persino la programmazione di un viaggio esotico all’anno, deciso con almeno ventiquattro mesi di anticipo…
Una vita drammaticamente vuota, senza il minimo spazio non dico per Dio, ma per lo spirito. O per l’altro. Niente funzioni religiose – salvo qualche festa folkloristica con vaghe reminiscenze religiose, o forse piuttosto sciamaniche –, niente letture, salvo quelle dei giornali gratuiti scandalistici o di novità tecnologiche, niente musica decente, niente Sibelius, niente teatri-mostre-conferenze, nemmeno una sbronzatina che ogni tanto possa emancipare dall’ossessiva routine quotidiana. Sembra impossibile una tal vita. Eppure questa è l’esistenza della maggioranza dei finlandesi, come della maggioranza degli europei. Anche degli italiani. Forse aveva ragione Giovanni Paolo II: «L’Europa – diceva – ormai ha bisogno di una nuova evangelizzazione».